Renzi porta a casa il Congresso, elezioni più lontane. E la sinistra attacca

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L’Assemblea nazionale sabato o domenica fisserà la data del Congresso

E’ stata la Direzione della politica professionale, delle frenate più che delle accelerazioni, della ricerca delle grandi mediazioni. In questo senso, almeno nel tono, è stata una delle Direzioni meno “renziane” di sempre, che non ha superato la frattura fra renziani e sinistra.

D’altra parte, è stato proprio Matteo Renzi a proporre di fatto una Grande Mediazione: Congresso nei prossimi mesi e silenziatore sulla data delle elezioni. Perché l’ex premier non cerca rivincite sul 4 dicembre (“Ormai è andata, è stata una partita secca”) ma piuttosto cerca una nuova legittimazione del popolo del Pd, e la cerca presto, dato che anche i bambini capiscono che farsi rosolare a fuoco lento sarebbe una sciocchezza; e peraltro Renzi è persuaso che una leadership forte sia la precondizione per reggere l’urto della destra (e in questo la sua analisi converge abbastanza con quella di Bersani, che anzi il pericolo di una egemonia della destra lo indica da tempo).

Non vuole la scissione, il segretario: “Il nostro avversario è qui fuori, non in questa sala”. E i suoi competitor interni hanno subito fiutato aria di mediazione. Emiliano, Rossi, Speranza non hanno dato l’impressione di calcare la mano. Il redivivo D’Alema – redivivo in queste riunioni, s’intende – non ha preso la parola: segno che per lui andava bene così.

Ma – ecco la “sfida” di oggi – Pier Luigi Bersani ha fatto una battaglia per diluire i tempi. Per logorare Renzi? Per riorganizzare le sue truppe? Per correggere la linea “a sinistra”? Per tutto questo insieme, probabilmente. Sta di fatto che l’ex segretario ha chiesto chiarezza, reclamando che Renzi dicesse esplicitamente che si vota a febbraio 2018.

Ma Renzi ha eluso la questione della data (e con lui la Serracchiani), “decide Mattarella”: che è un modo elegante per tenere quest’arma sul tavolo.

La questione diventa però: sì o no a Gentiloni.

Ecco quindi lo scontro sulle due mozioni: Renzi contro la sinistra. Passa la prima, che approva la relazione del segretario e dà mandato a fissare l’Assemblea nazionale per avviare l’iter congressuale e non si pronuncia sul governo. 107 a favore, 12 contrari e 5 astenuti

Mentre l’altra (Emiliano, Speranza e altri), più articolata, chiede che si confermi la fiducia al governo fino alla fine legislatura e suggerisce tempi più lunghi per il Congresso. Piero Fassino rileva che se passa il primo non si vota il secondo .E così è: il documento della sinistra non è stato messo in votazione perché superato dall’approvazione del primo.

La sinistra coglie la palla al balzo: “Renzi ha mollato Gentiloni”, tuona Emiliano.

Fra i duellanti si era inserito – con esperienza – Andrea Orlando, che ha lanciato chiari segnali “di sinistra” pur evidenziando la distanza, nel modo di condurre la battaglia interna, da Bersani. La sua proposta di svolgere una Conferenza programmatica per ricostruire un insieme di idee e proposte e tenere solo dopo di essa il Congresso vero e proprio era parsa una nuova carta sul tavolo del Pd apprezzata dai “frenatori”, come si è capito dal discorso di Roberto Speranza. In ogni caso, nella geografia del Pd Orlando è ormai il punto di riferimento di un’area di centrosinistra, una “terza via”: né con Renzi né con Bersani.

L’impressione è che un certa cultura, diciamo così, non renziana si sia ritrovata nell’operazione di frenare lo slancio del segretario. Il quale, non a caso, aveva iniziato la sua lunga relazione sottolineando che dopo il 4 dicembre “le lancette della politica sono tornate indietro”.

Ma nonostante tutto, Renzi porta a casa il Congresso. Forse con tempi un po’ diluiti: la data la fisserà l’Assemblea Nazionale di sabato (o domenica) ma il segretario insiste: “Avete voluto il Congresso? Venite”. E le urne, malgrado la sinistra si sia inalberata, sembrano comunque allontanarsi.

 

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