Referendum Atac, è stato un primo passo

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Nonostante questa delusione e la constatazione che noi romani spesso siamo più bravi a lamentarci che ad agire vanno registrati dei punti positivi

È andata come era prevedibilissimo che andasse. Con un’affluenza molto bassa. Un referendum silenziato e boicottato in ogni modo – dalle bugie su un’inesistente privatizzazione all’utilizzo di Roma Tpl come esempio negativo mentre la giunta gli rinnovava il contratto senza gara, dal mancato utilizzo dei fondi per la comunicazione all’assenza di informazioni persino alle scuole che ospitavano i seggi, dall’apposizione del quorum ad un quesito consultivo sebbene non più previsto dallo Statuto di Roma Capitale all’evocazione di poteri forti che avrebbero fatto vincere il Sì per mettere le mani su un’appetitosa azienda al fallimento – non poteva davvero incrociare più partecipazione.

Il M5S che ha fatto a parole della democrazia diretta la sua bandiera, ha tentato in ogni modo di far fallire il principale strumento di democrazia diretta a disposizione dei cittadini. Nonostante questa delusione e la constatazione che noi romani spesso siamo più bravi a lamentarci che ad agire per cambiare, vanno registrati dei punti positivi e dei motivi di riflessione e di orgoglio per chi come me, dall’inizio ha sostenuto questa battaglia:

  1. Ha stravinto il Sì, con il 76 per cento dei voti. Non era un dato scontato visto che moltissime forze politiche – dal M5S alla Lega e a Fratelli d’Italia, da Leu a Casapound, passando per i tre sindacati: uno schieramento simile a quello del 4 dicembre 2016 – erano per il No. Certo ha votato il 16 per cento degli aventi diritto, ma in un quadro in cui è stato apposto un quorum assurdo, nel quale a moltissimi è stato impedito o nascosto il voto. Sopratutto in un quadro in cui la sindaca Raggi ha chiarito più e più volte che comunque sarebbe andato il referendum lei avrebbe fatto carta straccia dell’esito.
    Come fa, abitualmente, di fronte ad ogni dissenso, ad ogni richiesta di invertire la rotta. Inoltre, vorrei ricordare che solo pochi mesi fa, abbiamo festeggiato la riconquista di due municipi al centrosinistra: il III e l’VIII con un’affluenza poco superiore al 20 per cento al ballottaggio. Nonostante ciò nessuno ha osato mettere in discussione la legittimità di quella vittoria. E ci mancherebbe altro.
  2. E’ stato un voto profondamente politico. È impressionante la coincidenza tra l’elettorato PD e il voto Sì, come rilevata da YouTrend e allo stesso tempo la coincidenza del voto No con l’insediamento del M5S. Altro che Radicali da soli, il risultato del Sì è tutto di centrosinistra. Non proprio un motivo per sorridere per i sostenitori del No interni al nostro partito.
  3. Nelle condizioni date, ci sono 380mila romani (anche questo dato straordinariamente coincidente con i voti del centrosinistra al ballottaggio delle ultime comunali) che hanno mandato un messaggio forte e chiaro a chi governa la Capitale. Gli hanno detto “basta”. Con la stessa forza dei 30mila SìTav di Torino. Un’Italia che non vuole farsi fermare. E che li vuole fermare.

Da questo si riparte. Con una ricetta chiara su cosa dovremmo fare del trasporto pubblico a Roma, quando toccherà a noi.
Perché il record di incidenti e di bus in fiamme è ancora qui, come il mancato rispetto del contratto di servizio, come l’assenza di manutenzione e di un parco mezzi adeguato, come una gestione incapace che ha portato l’azienda davanti al giudice fallimentare.
Anche perché, vedrete, i prossimi mesi di Atac si incaricheranno, purtroppo, di dimostrare che avevamo ragione noi.

Per i dirigenti e gli eletti del Partito Democratico, invece, che dopo aver condotto una legittima battaglia per il No se ne sono deliberatamente fregati dell’indicazione del partito per il Sì – decisa dagli iscritti, per la prima volta nella nostra storia – e hanno continuato, anzi aumentato, la campagna per il No e ora, dopo la larga affermazione del Sì, rivendicano come loro risultato l’astensione, neanche un commento. Solo un pietoso velo.

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