Attacco a Ravasi. L’ora dei conservatori nazionalisti

Focus

Le politiche sull’accoglienza diventano terreno di scontro: l’alto magistero di Papa Francesco ancora nel mirino

E’ bastato un tweet di un cardinale per far saltare i nervi ai pasdaran dei porti chiusi, dei ‘rispediamoli a casa loro’, ai fautori dell’isolazionismo italiano targato Lega-Cinquestelle. “Ero straniero non mi avete accolto, #Aquarius”, ha tuittato ieri Giancarlo Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, non immaginando forse nemmeno lui a cosa stava andando incontro. La citazione del Vangelo di Matteo ha suscitato una reazione violenta in primo luogo sui social: sono esplosi insulti, frustrazione sociale, aggressioni, offese gratuite, anche da parte di settori dell’opinione pubblica legati all’alleanza populista e fondamentalista oggi alla guida del Paese. Naturalmente l’uscita del cardinal Ravasi – personalità che di consueto, per attitudine e ruolo, rifugge dalle polemiche più roventi – ha provocato anche tante reazioni positive, la certificazione autorevole e perfetta nella sintesi, che quel ‘no’ alla nave ‘Aquarius’ e al suo carico di disperati, costituiva un venir meno all’essenza stessa del messaggio cristiano. Per questo in tanti, ora, stanno rinfacciando a Matteo Salvini quel suo ‘giurare’, durante un comizio a Milano, sulla Costituzione e sul Vangelo con tanto di rosario in mano. “Non sei cristiano” è l’accusa di rimando mossa al ministro degli Interni, parole che richiamano quelle pronunciate dal Papa nei confronti di Donald Trump nel febbraio 2016: chi costruisce muri per non far passare i poveri e i migranti “non può dirsi cristiano”, affermò Bergoglio.

Il tema come si vede è tutt’altro che secondario. Per padre Giulio Albanese, missionario, direttore di “Popoli e Missione”, siamo di fronte a una sorta di “bipolarismo spirituale” per cui si va a messa la domenica e poi si rifiuta di accettare la parola del Vangelo, i profughi sull’Aquarius, infatti, “sono persone create a immagine e somiglianza di Dio”. In tale contesto, ha detto Albanese, colpisce “l’arroganza di persone che hanno sul tema un approccio all’insegna del provincialismo, del regionalismo, del nazionalismo”. Per Marco Tarquinio, direttore di Avvenire (il quotidiano della conferenza episcopale), è necessario riprendere a governare il fenomeno migratorio che da molti anni viene solo “subito”, in tale prospettiva va superata la “Bossi-Fini che ‘clandestinizza’ tutto il processo migratorio”. Si può negoziare con l’Europa, ha spiegato ancora il direttore di Avvenire intervenendo a Tv2000, anche perché i problemi ai quali siamo di fronte non sono nuovi, “ma quello che la politica non può fare è prendere in ostaggio dei poveracci e usarli in una prova di forza con altri governi”, perché questo “fa strame della legge e non fa bene alla vita concreta delle persone”.

Insomma il tono del confronto è serio, a tratti aspro. D’altro canto Papa Francesco ha posto i migranti al centro del suo magistero fin dal principio del pontificato; l’obiettivo era quello di affrontare il tema nella prospettiva di una globalizzazione inclusiva, socialmente più giusta, capace di immaginare nuovi modelli di consumo e di sviluppo, incentrata sulla dimensione umana e non solo sugli aspetti finanziari. Su queste basi Bergoglio ha allargato l’elaborazione e il raggio d’azione della dottrina sociale della Chiesa portandola verso una dimensione globale in cui non scomparivano le differenze fra popoli, culture, religioni, bisogni, economie, speranza, ma anzi si valorizzavano nel dialogo possibile e nella collaborazione. Al contrario, il cristianesimo identitario e nazionalista, guerriero e anti-stranieri, chiuso all’incontro fra le diverse fedi, che si esalta nel riconoscimento di un ‘nemico’, è quello propalato da uomini come Steve Bannon, ex stratega della campagna di Trump, o dal premier ungherese Viktor Orban, dalla Chiesa ortodossa russa che appoggia il Cremlino, da Marine Le Pen e da Matteo Salvini.

E’ un discrimine profondo: da una parte la ‘cittadinanza’, i diritti dell’uomo, la democrazia, mediati dall’etica cristiana, dall’altra l’autocrazia che supera la legge in nome della sicurezza interna e dei confini, la paura dell’altro come collante sociale, l’identità fondata sulla razza e sulla fede. E poco importa, per esempio, se la religione più praticata fra immigrati e stranieri residenti nel nostro Paese è di gran lunga quella cristiana.

Siamo dunque di fronte a un passaggio storico di non poco conto, e in tale contesto la lungimiranza del Papa è stata quella di aver sciolto la Chiesa dai legami con il fondamentalismo bioetico restituendo alla morale cristiana una dimensione umana capace di dialogare e incontrarsi con le diversità. Al medesimo tempo, Francesco, ha criticato un modello di sviluppo che generava sacche di esclusione sempre più vaste, collocando in tal modo il tema della giustizia dentro i processi globali e non in una prospettiva nazionalista foriera di nuovi conflitti.

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