Questo governo non sa quanto pesa l’auto sul pil

Focus

Il pasticcio sulle auto elettriche: un sistema bonus/malus nel quale però il secondo termine prevale decisamente sul primo

Con l’approvazione alla Camera dell’emendamento 79bis alla manovra il governo ha colto due risultati in un colpo solo: il meccanismo bonus fiscale per le auto elettriche va bene, il malus colpisce il piano con cui Fca si appresta ad investire 5 miliardi sulle fabbriche italiane del gruppo.  Ora si tratta di capire se al Senato la norma verrà cambiata. Nel frattempo ci ritroviamo con un provvedimento che introduce incentivi fino a 6mila euro sull’acquisto di auto elettriche o ibride e un prelievo fino a 3mila euro per quelle che emettono più Co2 (ad esempio un’utilitaria come la Panda costerà 300 euro in più). Si tratta di un sistema bonus/malus nel quale però il secondo termine prevale decisamente sul primo.  Una misura  dogmatica che non tiene conto della necessità di affrontare la transizione della mobilità da fossile ad elettrico con  gradualità  cercando di fare meno danni possibili al Paese, ai lavoratori, all’ industria e all’ambiente. La cosa più semplice da fare per avere presto le auto elettriche in circolazione (oggi la quota di mercato è pari al 2%), è la produzione delle auto. Nei paesi dove si fa sul serio, la rete infrastrutturale di ricarica e l’ecosistema di riferimento sono già a buon punto. In Italia chiedete a chi ha un’auto full-electric quante peripezie deve fare. E poi ci occupiamo di verificare come produciamo l’energia elettrica? Consiglio a tutti la visione di electricitymap.org per vedere la C02 in italia in tempo reale.

Come sindacato da tempo abbiamo incalzato i produttori sulla necessità di accelerare nella transizione verso la mobilità elettrica. Il piano  FCA risponde esattamente a queste richieste. Seppur con ritardo rispetto ad altri costruttori, il gruppo  ha messo in  campo l’investimento privato più importante degli ultimi anni nel nostro Paese, ma per essere operativo necessiterà di almeno 24 mesi. E’ chiaro che sottraendo mercato e risorse finanziare, il provvedimento varato alla Camera non raggiungerà mai l’obiettivo finale. Riuscirà invece a penalizzare la nostra industria automobilista a favore della concorrenza estera, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro e penalizzando le fasce più povere delle popolazione che non possono permettersi un auto nuova.

Chi ha scritto questo emendamento non ha cognizione del peso che ha sul Pil italiano la filiera automotive.  E soprattutto, quante centinaia di migliaia di lavoratori sono collegati ad esso. Non c’è da stupirsi, del resto. Da quando è in carica questo governo sovranista ha proposto una politica che non fa che depotenziare la nostra sovranità industriale. I soldi del malus andranno infatti prevalentemente ai produttori asiatici.

Se vogliamo dare veramente una svolta alla mobilità non abbiamo bisogno di irreggimentare le scelte dei consumatori con un approccio dirigistico, ma di costruire quell’eco-sistema intelligente che rappresenta la conditio sine qua non dello sviluppo nell’era delle rivoluzione digitale, di Industry 4.0 e delle smart city .  Purtroppo su questa materia si fanno dei gran convegni, ma di fatti se ne vedono veramente pochi. Perché l‘auto elettrica divenga un’alternativa davvero concreta servono alcune interventi  di sistema: va organizzata la rete per caricare le batterie delle automobili, vanno posate le colonnine sul territorio nazionale, c’è il tema dello smaltimento delle batterie, c’è da gestire una transizione che rischia di produrre disoccupazione se non si affronterà insieme il tema delle competenze dei lavoratori. Da questo punto di vista chi approva normative con scadenze immediate, come è successo alla Camera, prova solo a salvarsi la coscienza senza tenere conto della realtà del Paese. Si insegue una idea modaiola che non aiuta a raggiungere obiettivi industriali nè ambientali. Questo sta avvenendo, per la verità non solo in Italia. Anche la campagna anti-diesel è ridicola: l’inquinamento nelle città deriva soprattutto dalle caldaie, già da euro4 a euro 6 l’emissione di Nox si è ridotta del 40%, e l’Euro6 d-final è ancora più ecologico emette meno Co2 degli altri combustibili.

Il provvedimento va quindi corretto subito tenendo conto della situazione della nostra filiera dell’automotive e del  Piano Fca.  Una transizione sintetica come quella proposta dal governo, pompando incentivi  non porterà alla rivoluzione dell’elettrico  ma al massimo a una costosissima adozione dell’ibrido. Alla fine dell’anno prossimo, però, da Melfi saranno prodotte la Renegade ibrida e poi la Compass, due modelli che agganceranno le nuove norme ambientali. Poi in diciotto mesi Mirafiori dovrebbe tenere a battesimo la 500 full electric, un gioiellino di tecnologia autoaggiornabile. Le fughe in avanti non servono: tagliare le gambe alla transizione non impoverirà il ceo di Fca, Michael Manley, ma andrà a scapito di lavoratori e componentistica. Ci auguriamo che l’azienda confermi gli investimenti anche con questi presupposti, altrimenti non ci sarà nemmeno spazio per gli ammortizzatori, visto che sono legati alla riorganizzazione. In tutta questa vicenda resta  singolare che abbiamo dovuto battere i pugni sul tavolo, alcuni sindacati e costruttori, per avere una presa di coscienza della situazione. Questa è disattenzione, e un Governo non può essere così distratto. Non possiamo perdere altro tempo: accumulare ancora ritardi significa morire.

 

 

 

 

 

 

Vedi anche

Altri articoli