Autonomie, la paura della disgregazione

Focus

Inchiesta sull’Autonomia, parlano i costituzionalisti che lanciano un allarme

Il 14 febbraio scorso si è costituita l’Alleanza degli Istituti Meridionalisti (Aim) su iniziativa dell’Osservatorio Regionale Banche Imprese di Economia e Finanza di Bari, l’Associazione internazionale Guido Dorso di Napoli, l’Istituto Esperti per lo Studio del Territorio e il Dipartimento Studi Territoriali di Palermo. Obiettivi dell’Aim: stimolare una maggiore attenzione del Governo sul Mezzogiorno, ma soprattutto bloccare un provvedimento, quello sul regionalismo differenziato che “sarebbe – si legge in un comunicato stampa dell’Aim – il primo atto di una possibile disgregazione del nostro Paese”.

Salvatore Matarrese, responsabile dell’Osservatorio banche imprese del Sud, ha dichiarato: “Le autonomie rafforzate aumentano il divario economico e sociale, non portano alcun beneficio e potrebbero essere foriere di una pericolosa deriva per l’Italia intera”.
Secondo l’Aim, inoltre, “la stessa autonomia rafforzata per le regioni del Nord, ormai pericolosamente ai nastri di partenza, costituirà un’ulteriore condanna del Mezzogiorno, non solo sul piano dello sviluppo industriale, ma anche su quello sociale, della sanità, della scuola e della mobilità. L’autonomia è un valore se inserita entro i recinti costituzionali dell’unità della Nazione, della solidarietà dello Stato e della garanzia di uguali prestazioni per tutti i cittadini. Solo in questo contesto l’autonomia può divenire un valore in grado di conferire efficacia ed efficienza a tutti i territori”.Si tratta di un mega equivoco, di pura propaganda elettorale? O il Mezzogiorno deve davvero cominciare a preoccuparsi di quella che viene annunciata da alcuni come “secessione dei ricci”?
L’abbiamo chiesto a quattro esperti.

Mario Bertolissi, docente di diritto costituzionale all’Università di Padova,replica: “Secessione dei ricchi? Dal 1970 le Regioni ordinarie sono tutte uguali: sulla carta, però. Fin dalla prima legislatura sono apparse diverse per aree. Da allora, le differenze sono andate aumentando. Un esempio per tutti: dal Sud ci si viene a curare al Nord. Contenti?”

Agatino Cariola, docente di diritto costituzionale all’Università di Catania,spiega: “Al regionalismo differenziato si pensava sulla base dell’idea di assegnare ad una o ad un’altra Regione qualche competenza in più. Il progetto, ossia i progetti, giacché si tratta di tre regioni, sono molto di più, perché trasferiscono competenze importanti, quali: tutela della salute ed istruzione, tutela dell’ambiente e tutela del lavoro, e le corrispondenti risorse. Si tratta di una vera e propria riforma di sistema, paradossalmente molto più importante delle riforme costituzionali tentate dal Governo Berlusconi nel 2006 e da quello Renzi nel 2016.

L’idea da cui i progetti muovono è che il prelievo fiscale vada mantenuto nella Regione che produce reddito e che questa allora abbia diritto quantomeno ad una parte. Se si adotta tale prospettiva, si perde inevitabilmente l’idea dell’unità nazionale, che il prelievo fiscale sia destinato allo Stato e che questo poi lo usi per servizi che non possono non essere nazionali (si pensi al servizio giustizia) ed in parte lo ripartisca tra i vari territori. Si rovescia la prospettiva: prima vengono i bisogni del territorio locale (salute, istruzione, governo del territorio, ecc.) e, poi, il valore della solidarietà nazionale. Si presti attenzione: nel rovesciamento di prospettiva al centro si trasferisce – non può che trasferirsi – una parte minima del prelievo fiscale, che so tra il 10 ed il 20 per cento. In nome della solidarietà può esigersi non più di questo. Penso che le proposte del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia affondino le premesse nella crisi di credibilità delle Regioni del Sud, ma anche dello Stato nazionale, che non presta servizi efficienti. Nel campo dell’istruzione e della tutela della salute le tre Regioni hanno saputo sviluppare modelli che funzionano da volano per attrarre risorse private (i giovani che vanno lì a studiare) e pubbliche (i pazienti che devono sottoporsi a cure in strutture presso quelle Regioni). In un certo senso la distinzione esiste già e si fa ogni giorno più intensa”.

Francesco Clementi, docente di diritto pubblico comparato all’Università di Perugia, afferma: “Lo stato di crisi del regionalismo della specialità, al quale corrispondeva quello dell’uniformità, oggi ci sta mostrando la realtà: quella di un Paese che, con l’obiettivo di favorire l’unità e l’indivisibilità della Repubblica, non è riuscito in settanta anni a sanare le sue storiche fratture sociali e territoriali. Così si spiegano le pulsioni di un Veneto, che si vive da sempre come il parente povero tra il Trentino-Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia, da un lato. E di una Calabria che, del pari, guarda nello stesso modo alla Sicilia. Si aggiunga, peraltro, la recessione economica che è tornata a pesare sulle vite degli italiani, già molto indebolite dagli effetti prodotti dalle due grandi crisi economiche che si sono realizzate nel mondo dall’inizio degli anni Duemila, e noi troviamo quindi le ragioni che spiegano queste inquietudini. La richiesta di una differenziazione, tuttavia, in sé può essere positiva, se tutte le regioni italiane, del Nord come del Sud, accettano la sfida di un miglioramento della qualità della loro autonomia.

Il Mezzogiorno, se vuole, non è secondo a nessuno, ma deve volerlo essere, senzamasaniellate né ammuine varie. Pertanto, se questa volontà politica di differenziazione è vera, allora, la prima urgenza è definire i fabbisogni standard su tutto il territorio nazionale, in modo che le risorse siano commisurate ai bisogni dei cittadini, senza distinzione alcuna, su tutto il territorio. E poi, procedere alla differenziazione. Solo così non vi sarà alcuna forma di intollerabile asimmetria tra i cittadini italiani. Ricordiamoci sempre che questo Paese è più forte se tutti sono più forti. Non a caso, in fondo, la storia ci ha unito perché divisi – lo sappiamo – si è sempre perso. Non a caso buona parte dei “Mille” di Garibaldi erano bergamaschi”.

Per Giorgio Repetto, docente di diritto costituzionale all’Università di Perugia “C’è un’evidente continuità tra una visione egoistica dell’autonomia regionale e le proposte di autonomia differenziata in discussione in questi giorni. L’idea che le Regioni più ricche possano trattenere sul territorio la ricchezza prodotta per finanziare i propri servizi la dice lunga su come vengano intese oggi l’unità nazionale e l’uguaglianza tra i cittadini. Il Sud ha buone ragioni per temere l’approvazione di questi progetti. Primo, perché in una fase recessiva la contrazione della spesa pubblica lo penalizzerebbe ancora di più. Secondo perché non hanno ancora trovato attuazione gli strumenti di riequilibrio finanziario tra territori previsti dall’art. 119 della Costituzione.
Dunque, l’operazione comporterà sottrazione di risorse in futuro? Bertolissi: “Il regionalismo differenziato rimarrà per un periodo iniziale ancorato alla spesa storica: causa di inefficienze, irresponsabilità, sperpero di pubblico denaro. È un criterio voluto tenacemente dagli apparati centrali, che penalizza chi amministra bene e chi ha bisogno di solidarietà. Poi, si dovranno individuare i costi standard: che significa, costi depurati dall’inefficienza. Le risorse non sono infinite e bisogna spenderle bene”.

Cariola: “Mi pare illusorio ritenere che nulla cambi. Invece, il processo segna l’avvio di un percorso che potrebbe condurre alla perdita di senso dell’unità nazionale. In precedenza ho insistito sulle premesse ideologiche del trasferimento di competenze e risorse, la perdita del valore della solidarietà e la convinzione di essere bravi ed efficienti, di poter quindi fare a meno di altri. Non va trascurato che tra i poteri da trasferire vi è il campo dei rapporti con gli altri Stati e l’Unione Europea: è il messaggio che le Regioni potranno fare da sole, intestarsi scelte e procedere ad accordi diretti con altri Stati e con i funzionari europei di Bruxelles”. Clementi: “Non potrà mai essere a saldo zero la riduzione del perimetro di uniformità del trattamento dei diritti dei cittadini sul territorio nazionale in quanto le situazioni regionali di partenza, già ora, non si equivalgono. E questo ha un peso. Che non può non essere considerato laddove vi sia una richiesta di un’autonomia differenziata”.

Repetto: “Nessuno può sapere oggi come funzionerà ” a regime”, se venisse approvata, l’autonomia differenziata. Ma il rischio è che il trasferimento di risorse necessario vada a discapito di aree più depresse, anche per l’impatto che esso potrà avere sull’individuazione dei fabbisogni delle Regioni del Sud. Inoltre, va detto che la loro autonomia rischia di restare meno garantita di quella delle Regioni che hanno invece contrattualizzato le proprie entrate. Gli antidoti sulla carta esistono: l’art. 120 della Costituzione attribuisce al Governo un potere di intervento per garantire l’unità economica e giuridica del Paese e i livelli essenziali delle prestazioni. Ma si tratterebbe comunque di casi estremi e di interventi specifici, il problema rimarrebbe in piedi”.
Ventitré materie non sono tante (come chiedono alcune regioni) e non sembra che sul progetto ci sia poca chiarezza? Bertolissi: “Ventitré materie sono quelle previste dalla Costituzione. Sono tante? Sono, appunto, quelle che sono. Quanto alla discussione pubblica, attenti alle date: le Regioni ordinarie tra poco compiranno 50 anni. La Regione Veneto ha cominciato a chiedere un’autonomia differenziata 29 anni fa. La Corte costituzionale ha detto sì 4 anni fa. Il Veneto non ha perso un attimo di tempo. Sveglia!”

Cariola: “L’intero percorso decisionale è stato all’insegna della segretezza, che è quanto di più lontano via sia dall’idea democratica di trasparenza. Si presenta la vicenda come un affare privato tra lo Stato – e chi attualmente è al Governo – e talune Regioni. Non è così: si tratta di una riforma di sistema, si gettano le basi per una riforma di tal tipo ed, allora, di fronte a ciò non vi sono terzi estranei. Le altre Regioni e tutti gli italiani sono interessati a come si distribuiscono competenze e risorse. Per questo, ad esempio, sono dell’idea che la legge che approverà l’intesa possa modificarne il contenuto, e possa addirittura essere sottoposta a referendum abrogativo. Ma questa possibilità mi preoccupa. Il referendum arriverebbe solo allorquando la legge sarebbe operativa e metterebbe l’uno contro l’altro gli elettorati regionali. Un’evenienza che già assumerebbe i toni della “separazione civile” e da scongiurare”.

Clementi: “Ritengo necessario guardare a questo tema con un’ampiezza maggiore di vedute, perché senza un Senato delle Autonomie, baricentro nazionale della forma-Paese, le autonomie differenziate rischiano di essere inevitabilmente la leva che divide l’Italia. Ed in questo senso il primo punto è non considerare l’intesa proposta, che entrerà in Parlamento, un testo blindato. Questo dovrà essere emendabile, non da ultimo perché non vi esiste una procedura in tema e le similitudini proposte sono tanto confuse quanto strumentali. Per cui, attenzione: procediamo con le riforme costituzionali, guardando alle richieste con un occhio più consapevole delle dinamiche costituzionali, altrimenti rischiamo di avere un Paese senza un’identità comune, ma fatto solo di piccole patrie. Repetto: “Quello dell’assenza di trasparenza e dibattito pubblico è un problema enorme, anche se è legato alla procedura prevista dall’art. 116 della Costituzione, approvato nel 2001, che attribuisce centralità al Governo. Ciò è ulteriormente aggravato dal fatto che Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna abbiano deciso, con l’acquiescenza dei governi, di appropriarsi di tutte le materie trasferibili alle Regioni, comprese sanità e istruzione, che sono settori delicatissimi perché riguardano i diritti fondamentali delle persone, l’uguaglianza dei cittadini e, in definitiva, il modo d’essere dell’unità nazionale. Quanto alle prospettive, bisogna poi dimostrare che le Regioni del Nord siano capaci di governare spazi di autonomia così ampi. E’ un processo assai lungo e complesso da gestire, basti pensare al trasferimento del personale dai ranghi statali a quelli regionali. Anche per questo è importante che ora si apra un dibattito nel Parlamento e nell’opinione pubblica”.
Una macroregione al Sud potrebbe superare alcune inefficienze? Bertolissi: “Se ha un merito, l’iniziativa delle Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna,
è aver dato avvio a un dibattito. L’idea delle Macroregioni è ottima: al Nord e al Sud”.

Cariola: “Si tratta di un tentativo di sviare la discussione. Che la Sicilia si unisca alla Calabria ed alla Campania è pura fantascienza. Anche qui si avverte sullo sfondo l’idea che le Regioni del Sud non siano capaci di organizzarsi e contare, prendere iniziative insomma e non solo di prestare servizi efficienti. E questo è vero: le classi politiche regionali sono spesso succubi di quelle nazionali, oltre a vivere quotidianamente i problemi di stabilità degli esecutivi, appunto a livello regionale. Non a caso il contrasto alla tesi di assegnare solo a talune Regioni più competenze e risorse si sta sviluppando presso settori di intellettuali e giuristi, non ad opera dei ceti politici locali”.

Clementi: “Le macroregioni sono un tema importante, che già nella scorsa legislatura – non a caso – vennero avanzate. Ma queste, che non mi trovano contrario a prescindere, devono essere discusse dentro un dibattito costituzionale più ampio, che coinvolga la riforma del bicameralismo e quella della autonomia speciale. Pensare che si possa procedere per misure così puntuali è non vedere quanto è grande la luna dietro al dito”. Repetto: “Non ho mai avuto particolari simpatie per le riaggregazioni territoriali. Se non si aggrediscono le cause strutturali del malessere al Sud (dalla criminalità alla dispersione scolastica), il rischio è solamente quello di sommare le debolezze. Non è la variabile organizzativa che conta: il punto, a me pare, è che una politica attenta al Mezzogiorno sia scomparsa dall’orizzonte delle forze politiche”.

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