Perché il nazionalpopulismo di Bannon e Salvini è l’antitesi di Bergoglio

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L’uomo che ha portato Trump al potere ha una visione ha una visione chiusa e del mondo, esattamente il contrario di quella del Papa

Steve Bannon, il più importante ideologo del trumpismo, è entusiasta del risultato elettorale uscito dalle urne italiane. Il nazional-populismo (definizione di per sé inquietante per le assonanze che evoca) ha nella penisola il suo cuore – ha detto – mentre leader nuovi come Matteo Salvini e Luigi Di Maio ne sono interpreti autentici e non screditati come Marine Le Pen in Francia, per questo hanno maggior probabilità di successo.

In un interessante colloquio con il direttore della Stampa Maurizio Molinari, Bannon – venuto in Italia per assistere da vicino alle elezioni –  ha descritto il suo modello di mondo: nazionalismo a sfondo religioso (una ipotetica tradizione giudeo-cristiana che va dagli Stati Uniti agli Urali); corsa agli armamenti sfrenata per contrastare i nemici prossimi venturi, ovvero Iran, Turchia e Cina; confini chiusi ai migranti che rubano il lavoro a europei e americani; limitazioni al libero commercio che impoverisce il ceto medio, cioè ritorno al protezionismo.

Di quest’ultima opzione politico-economica i dazi di Trump su acciaio e alluminio sono un illuminante esempio: si tenga conto, tanto per avere un’idea, che nel 2017 le aziende siderurgiche italiane hanno esportato negli Stati Uniti 505.000 tonnellate di prodotti e semiprodotti siderurgici. Secondo i dati forniti da Federacciai, si tratta di circa il 10% del totale dell’export europeo del settore, pari a 4.935 milioni di tonnellate. L’export italiano verso gli Stati Uniti vale 653 milioni di euro, pari all’11,5% del totale europeo. Ma Trump annuncia distinzioni fra Paesi amici e Paesi nemici…

Il mondo di Bannon è dunque un mondo da incubo, fondato sulla paura, sull’odio e sulle identità chiuse – nazioni e migranti, poveri in generale, come nemici – e sulla guerra: quella reale da combattere a suon di spese per gli armamenti contro altre nazioni, e quella commerciale dove vince il più forte, in uno scenario in cui gli Stati Uniti in crisi cercano, attraverso la rottura degli accordi commerciali, di riconquistare (col ricatto?) l’egemonia quasi perduta.

Per fare questo è necessario disintegrare l’Unione europea, partner troppo forte economicamente e politicamente, cancellare ogni idea di cooperazione internazionale e di solidarietà, fare a pezzi ogni tentativo di innovare l’economia di mercato in chiave ecologica o di stabilire regole e norme sovranazionali, condivise, di mettere nell’angolo welfare e diritti umani, tutti intralci al disegno nazional-populista. Bannon fra Salvini e Di Maio preferisce Salvini perché viene dal nord che produce gran parte del Pil del Paese, di Di Maio diffida perché ‘assistenzialista’, meridionale… ma insomma il governo dei due, insieme, è il migliore possibile.

A saldare il tutto, il vecchio refrain conservatore delle comuni radici giudaico-cristiane, che unirebbero l’intero occidente da Mosca a San Francisco contro islam e oriente. Una visione semplificata fino all’inverosimile che non tiene neanche più conto di come si sia trasformata l’Europa in questi decenni. Ma soprattutto un progetto autoritario, antidemocratico, fondato sulla paura della povertà e del diverso, che nega la ricchezza di una storia, quella mediterranea per esempio, costruita, nei suoi sviluppi migliori, sull’incontro di culture, tradizioni religiose e commerci, e non sulla violenza.

Bannon mette in campo un cristianesimo tutto suo, immaginario, ideologico e nazionalista, d’altro canto l’operazione non è nuova, e anzi la destra americana ci ha abituati a questa manipolazione fondamentalista della fede, trasformata in ideologia per camuffare gli intenti politici reali.

Domenica pomeriggio, Papa Francesco, celebrando i 50 anni della comunità di Sant’Egidio, ha detto: “Il nostro tempo conosce grandi paure di fronte alle vaste dimensioni della globalizzazione. E le paure si concentrano spesso su chi è straniero, diverso da noi, povero, come se fosse un nemico. Si fanno anche dei piani di sviluppo delle nazioni sotto la guida della lotta contro questa gente. E allora ci si difende da queste persone, credendo di preservare quello che abbiamo o quello che siamo. L’atmosfera di paura può contagiare anche i cristiani”. Come di consueto papa Francesco ha descritto con semplicità e chiarezza lo stato delle cose al di là delle mistificazioni.

Ma Francesco è andato anche oltre e indicato una strada alternativa, un percorso che è l’opposto di quello sognato dai costruttori della paura: “Da quando la vostra Comunità è nata – ha detto il Papa – il mondo è diventato ‘globale’: l’economia e le comunicazioni si sono, per così dire, ‘unificate’. Ma per tanta gente, specialmente poveri, si sono alzati nuovi muri. Le diversità sono occasione di ostilità e di conflitto; è ancora da costruire una globalizzazione della solidarietà e dello spirito. Il futuro del mondo globale è vivere insieme: questo ideale richiede l’impegno di costruire ponti, tenere aperto il dialogo, continuare a incontrarsi”.

Allo stesso tempo, ha affermato Bergoglio, è necessario “ritessere pazientemente il tessuto umano delle periferie, che la violenza e l’impoverimento hanno lacerato; di comunicare il Vangelo attraverso l’amicizia personale; di mostrare come una vita diventa davvero umana quando è vissuta accanto ai più poveri; di creare una società in cui nessuno sia più straniero”.

D’altro canto va ricordato ancora una volta come Francesco avesse individuato fin da subito il problema rappresentato dall’ascesa di ideologie e uomini di potere promotori di chiusure, barriere, egoismi. Al contempo il Papa ha messo in guardia l’Europa dalla ipertrofia burocratica incapace di vedere gli effetti della crisi economica sui popoli del continente (“Si può poi constatare che, nel corso degli ultimi anni, accanto al processo di allargamento dell’Unione Europea, è andata crescendo la sfiducia da parte dei cittadini nei confronti di istituzioni ritenute distanti, impegnate a stabilire regole percepite come lontane dalla sensibilità dei singoli popoli, se non addirittura dannose” affermava Francesco davanti al Parlamento europeo nel novembre 2014).

E del resto Francesco è, appunto, anche il Papa delle ‘periferie’ che non possono essere cancellate dalla storia ma devono anzi essere poste al centro del discorso pubblico, con la loro umanità ferita, con l’idea di costruire un’economia in grado di includere, in cui l’umanità non sia dimenticata.

Il valore più alto  e alla base delle relazioni internazionali per il Papa, e non da oggi per la Santa Sede in generale, è quello della pace, e di certo il mondo in guerra di Steve Bannon non solo ha ben poco di cristiano, ma mette in pericolo la conquista più grande degli europei: la capacità, faticosamente conquistata giorno per giorno e posta la centro della costruzione dell’Unione di convivere senza più conflitti armati, in pace, sia pure passando attraverso confronti e crisi non sempre facili da superare.

In tal senso sarebbe infine anche interessante capire se l’ultima versione di Di Maio, quella addirittura degasperiana, tranquillizzante, che punta al governo, abbia coscienza di questa eredità, del significato profondo del disegno europeo, della sua irrinunciabile portata per il nostro futuro con tutte le implicazioni economiche e politiche che questo comporta.

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