Basta accordi con la Libia in attesa dei diritti umani

Focus

Va preso atto che non vi sono le condizioni per confermare gli accordi di collaborazione con Tripoli nella gestione del fenomeno migratorio

La Libia è un Paese in guerra. Una guerra civile che arriva ad esito di un percorso di instabilità che dal 2011 ad oggi è proseguito inesorabile, che la comunità internazionale non ha avuto la capacità di gestire ed attenuare, rendendo oggi pressoché impossibile parlare di uno Stato unitario. Piuttosto siamo di fronte ad una somma di milizie che oggi confliggono in modo esplicito.

La Libia è uno scenario di guerra in cui sono morte oltre 600 persone e vi sono 194.000 persone impossibilitate a tornare nelle proprie case, quasi la metà rappresentata da bambini e minori.
Il conflitto in atto ha aggravato notevolmente anche le condizioni dei migranti e rifugiati dentro i centri di detenzione sulle coste libiche, le cui condizioni di disumanità e ferocia si sono via via sempre più accentuate e sono denunciate da tutte le principali Agenzie internazionali di tutela dei diritti umani.

Accanto a questa condizione, notevolmente aggravata, vi è la situazione del Mediterraneo che solo la propaganda governativa rappresenta come migliorata. Al contrario come ci rappresenta l’Unhcr nel 2019, una persona ogni tre ha perso la vita lungo la rotta libica nel tentativo di arrivare in Europa e mentre enfaticamente si sottolinea il calo del numero di persone che arrivano in Italia, si tace con ipocrisia il brusco aumento del tasso di mortalità di chi cerca la traversata dalla Libia e di chi è incarcerato nei centri di detenzione.

Centri di detenzione che hanno visto un progressivo sovraffollamento, anche ad esito della potenziata attività della Guardia Costiera libica.
La definizione di una zona di competenza libica (zona SAR) e più in generale la scelta di scommettere sulla collaborazione con la Guardia Costiera libica, con un progressivo ritiro degli assetti di salvataggio in mare da parte dei governi europei, non ha trovato in quest’ultima un soggetto in grado di assumersi adeguatamente una responsabilità piena, traducendosi nei fatti in una attività di respingimento verso la Libia, cosa che gli attuali scenari di guerra rendono ancor più illegittima secondo il diritto internazionale. Si aggiunga che oltre al pregiudizio rappresentato dalla guerra in corso, la Libia non è Stato contraente la Convenzione di Ginevra che tutela il profugo impedendo l’espulsione verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciati.
La Libia nel quadro rappresentato non è un porto sicuro. La Libia non è un Paese sicuro. Questa non è un’opinione, come cerca di rappresentarla il Ministro Salvini, ma un’evidenza rispetto agli standard fissati dal diritto internazionale. A confermarlo vi sono autorevoli interventi dell’Onu, della Commissione Europea, dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni.
Questo quadro, la sua evoluzione rispetto a quando dono stati sottoscritti gli accordi con la Libia non può non essere tenuto in assoluta considerazione ed è tale da modificare il giudizio sul proseguimento di quegli accordi.
Non si tratta di una deresponsabilizzazione dell’Italia sulla Libia, non si tratta di chiamarsi fuori dall’impegno sulla Libia, ma di prendere atto di uno scenario mutato che al contrario motiverebbe una forte richiesta di una missione internazionale in Libia per fermare torture e continua violazione dei diritti umani.

Si tratta invece in modo specifico di riconsiderare un supporto e una formazione alla Guardia Costiera che si traduce in un finanziamento ed un supporto ad un sistema di intercettazione e controllo che conduce i migranti in un luogo insicuro, dentro centri detentivi disumani e in un Paese che, sottrattosi dalle tutele previste dalla Convenzione di Ginevra, potrebbe respingere i migranti verso gli stati di provenienza in cui sarebbe ancor più minacciata la loro vita e la loro dignità di esseri umani.

Prendere atto di questo scenario mutato e aggravato non vuol dire aprire l’ennesima discussione retrospettiva sulle scelte del passato, che come tali sono già compiute, ma significa assumersi la responsabilità di sospendere ogni collaborazione con la Libia finché non sarà provato che non siano violati i diritti umani delle persone sbarcate sulle sue coste, come il Consiglio di Europa ha chiesto agli Stati membri. Una condizione che oggi in tutta evidenza non è garantita. Motivo per cui non vi sono le condizioni per confermare gli accordi di collaborazione con la Libia e il supporto alla sua Guardia Costiera per la gestione del fenomeno migratorio.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli