8 marzo, basta scarpette rosse. Il drammatico racconto di Viola

Focus

8 marzo: basta femminicidi, davvero. La questione dei braccialetti elettronici

A una donna che arriva in Pronto Soccorso si propone come difesa un foglio di carta.

Una foglia di fico dietro cui nascondere l’allargarsi delle braccia: signora sono fatti famigliari, vedetevela voi.

Non è sempre così ma può capitare ancora oggi che la violenza di genere, quella che negli ultimi 10 anni ha causato 1.740 femminicidi e 6 milioni e 788 mila episodi di abusi, sia relegata a una “questione domestica”. In fondo siamo in un Paese dove il reato di stupro è diventato un crimine contro la persona e non contro la morale nel 1996 e dove il delitto d’onore è scomparso nel 1981, perché in fondo se scoprivi di essere cornuto e ammazzavi tua moglie, c’era l’attenuante.

Oggi abbiamo le scarpette rosse e i flash mob. E abbiamo tante vittime, che anche se fosse una sola viene da dire: basta. Perché oltre alle manifestazioni, che certamente hanno l’utilità di attivare un cambiamento culturale che passa per la presa di coscienza della propria condizione, oggi in Italia ci sono i mezzi per azzerare subito i femminicidi. Solo che si continua ad allargare le braccia, a voltare la faccia da un’altra parte.

“Se è vero che non si può mettere un poliziotto fuori dalla casa di ogni vittima è anche vero che dobbiamo far di tutto perché questa donna non diventi l’ennesima scarpetta rossa: mettiamole per andare a ballare, quelle scarpette, non in memoria” dice Alessia Morani, promotrice dell’ emendamento alla legge sul femminicidio che prevede l’utilizzo dei braccialetti elettronici.

“In Italia i braccialetti elettronici anti-stalking sono in dotazione dal 2015, basti dire che in Turchia li usano dal 2013 e in Spagna con questo strumento ci sono stati zero femminicidi: da noi invece quante volte sono stati usati?” domanda  la parlamentare dem.

La risposta è una sola. Anzi, mezza, perché il giudice che ha sperimentato su una coppia veneta lo strumento ha ben deciso, contro la volontà stessa della donna, di revocarlo perché giudicato “troppo invasivo per la vittima”.

Chissà, forse una gamba spezzata è meno invasiva per una giovane donna, agli occhi di quel magistrato.

Fatto sta che la donna in questione, madre di due figli, con il braccialetto elettronico poteva essere allertata, tramite un telefonino collegato a un Gps, qualora il compagno avesse violato il perimetro restrittivo indicato dal giudice. Il famoso pezzo di carta/foglia di fico, perché, a ben vedere, se il divieto di avvicinamento è di 500 metri, o peggio di 250, le telefonate al 113 sono pressoché inutili.

Invece il braccialetto suona, magari disturba, però lancia un’allerta e avverte le forze dell’ordine che possono intervenire prima che sia troppo tardi.

Sono troppi gli episodi finali, e finiscono tutti nello stesso modo.

Viola, è un nome di fantasia, è una donna a cui la vita sembra essere scomparsa dagli occhi. Una donna che da mesi vive un incubo. Una che ha l’esistenza in stand- by, avvolta in uno spazio bianco in attesa di morire, oppure di vivere: lei preferirebbe la seconda opzione e perciò ha avuto il coraggio di denunciare. Ma il processo si fa attendere, non lo fissano, lei non capisce il perché : o forse sì,sarà perché in troppi continuano ad alzare le spalle.

Viola ha provato anche lei a fare spallucce, all’inizio. Che vuoi che sia, qualche insulto, minacce, è dispiaciuto, l’ho lasciato, ma gli voglio bene, non voglio denunciarlo.

Poi, un giorno, lui si presenta al suo negozio con la pistola. E allora lei pensa di vivere.

“Mi sono decisa a lottare a nome di tutte le donne”, dice Viola che non riesce a frenare le lacrime ” Ho subito violenze fisiche e psichiche, telefonate a tutte le ore della notte e del giorno. Ho provato a parlare con lui perché gli volevo bene, lui tornava, chiedeva perdono diceva cambio, diceva mai più. Era molto convincente, e io mi sentivo a disagio nel fare del male alla persona a cui volevo bene “.

“Detesto i pettegolezzi, vivo in una città di provincia e tengo alla privacy,  ma non ce la facevo più da sola. Con il cannocchiale mi guardava in casa, se  uscivo da lavoro tardi  mi aspettava nei parcheggi, dormiva in macchina. L’ho portato dallo psicologo, diceva ho dei momenti che non so cosa mi prende, una parte ragiona e una no”.

“Finché un giorno si è presentato a lavoro con un coltello: ho chiamato i carabinieri ma  non potevo fare denuncia perché lui nel frattempo era scappato. Lui  ha insistito per farmi ritirare denuncia, ho accettato, ho perdonato. Ma poi ricominciava: O con me o con nessuno. Prendo la pistola e ti ammazzo. Voleva sapere con chi uscivo, chi incontravo. Mi ha messo un dispositivo Gps macchina, mi ha rubato il cellulare per evitare che parlassi con altri”

“Per mesi non sono uscita di casa. Una volta mi ha inseguito con la macchina, voleva tamponarmi, stavo per morire. Lì ho capito che voleva uccidermi. Sono andata alla polizia , gli volevo bene non volevo danneggiarlo, ma lui aveva armi in casa . Alla polizia ho chiesto di sequestrare le sue armi, aveva comportamenti molto strani,la rabbia gli faceva perdere lucidità”.

“Poco tempo fa si è presentato a lavoro con la pistola, per fortuna è caduta dalla tasca dei suoi pantaloni e ho preso tempo. Avevo per fortuna il cellulare di un poliziotto, in quei momenti non puoi aspettare il centralino del 112. Ero consapevole del rischio ma volevo fermarlo,  sono corsa in mezzo alla strada e  dopo poco è arrivata la volante della  polizia: aveva ancora la pistola sul sedile”.

“È stato arrestato per tre giorni,ai domiciliari, poi il giudice lo ha lasciato libero, con la sola  restrizione dei  250 metri da casa mia. Ma lui passa sempre sotto casa, si posteggia, aspetta. E  io non ho più il coraggio di uscire, la mia vita ora è fra quattro mura e non capisco, davvero non capisco perché ci siano questi tempi così lunghi, perché non aprano il processo a suo carico. Perché questa qui non è una vita. Non lo è più”.

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