Benvenuto Congresso (anche per discutere dei nostri limiti)

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Sono proprio i limiti del Pd che danno valore al congresso che si avvia (finalmente) in questi giorni

Un congresso è il peggior modo in cui una comunità politica può discutere del proprio futuro, fatta eccezione per tutti gli altri. Per salutare l’avvio della discussione congressuale del PD vale la pena parafrasare la celebre battuta di Churchill sulla democrazia (in realtà l’originale non era del leader britannico, ma in questo caso la tradizione vince sulla filologia). Perché alla fine in politica contano le condizioni reali in cui si muovono le idee, le esperienze, i progetti. E intorno a noi la democrazia italiana è fatta di partiti-azienda vecchi e nuovi (come Forza Italia o Cinque Stelle) o fan club militarizzati (come la Lega di Salvini o Fratelli d’Italia della Meloni), ma non si vede alcun altro partito diverso il PD che sappia discutere al proprio interno con gli strumenti della trasparenza e del confronto alla luce del sole. Difendere la democrazia repubblicana – mai come oggi sotto attacco da parte del progetto autoritario gialloverde – significa anche difendere la trasparenza dei partiti politici: organizzazioni piene di limiti, reumatismi e ritualità che sembrano confliggere mortalmente con le modalità con cui oggi si forma l’opinione pubblica, ma che nondimeno rappresentano (in Italia e in Europa) l’ossatura di ogni democrazia degna di questo nome.

Anche per questo un congresso politico è una festa della democrazia: perché attraverso le forme e le garanzie della partecipazione – per quanto faticosa – si celebra la possibilità di concorrere collettivamente alle decisioni sulla cosa pubblica. D’altra parte quanto vale per i limiti e il valore del congresso come strumento di discussione vale anche per il PD come corpo politico, sul quale in questi mesi ne abbiamo ascoltate e dette di ogni colore.

Tutte (o quasi tutte) affermazioni giustificabili: un partito sconfitto e malandato, tramortito dalla botta del 4 marzo, in attesa di capire quale strada prendere per rimettersi in piedi. Secondo alcuni eravamo destinati a rapida estinzione, secondo altri saremmo stati presto o tardi assorbiti per consunzione da altri partiti o movimenti più bravi di noi a intercettare lo spirito del tempo. Eppure siamo ancora qui: unico vero argine al governo più pericoloso della storia repubblicana, unico vero strumento attraverso il quale la resistenza civile ai kamikaze gialloverdi può farsi proposta e alternativa di governo.

Il Partito Democratico va bene così com’è oggi? Ovviamente no: solo una buona dose di cecità politica può giustificare i limiti e le lacune di uno strumento politico che negli ultimi anni ha patito i danni collaterali dell’urgenza di un’azione di governo che si è incentrata sulla salvezza dell’Italia dal destino di declino ed emarginazione nel quale vorrebbero ricacciarlo Lega e Cinque Stelle; solo chi non vive dentro questa comunità politica non può condividere le critiche che vengono ogni giorno da chi presta gratuitamente tempo e passione al PD senza averne in cambio una sufficiente dose di efficacia; e solo chi non è davvero preoccupato delle ferite che questo governo sta arrecando all’Italia non pensa che il profilo del Pd debba essere capace di dialogare e rappresentare tutte quelle energie civili e culturali che vogliono fermare Lega e Cinque Stelle senza per questo essere disponibili a militare in un partito. Tutto vero. Ma sono proprio i limiti del PD che danno valore al congresso che si avvia (finalmente) in questi giorni. Perché è solo attraverso una discussione autentica e partecipata che la nostra comunità politica deciderà del proprio futuro, dei modi per rendere più solide e capienti le mura e le fondamenta della casa comune, e anche delle risposte più efficaci con cui contrastare il nazionalpopulismo.

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