Perché Ratzinger è sceso in campo per Bergoglio

Focus

Il Papa emerito non vuole essere il riferimento dell’area conservatrice ostile a Francesco

Ratzinger ha preso pubblicamente le distanze dalle fazioni integraliste che rumoreggiano da tempo contro papa Francesco cercando di trasformare il Papa emerito in una sorta di re spodestato, simbolo di un passato fatto di certezze dottrinali custodite all’interno di un tradizionalismo a tratti pre-conciliare di cui garante doveva essere proprio Benedetto XVI. ù

Un’immagine talmente falsa che, alla fine, il Papa emerito ha messo nero su bianco il proprio pensiero: si tratta di “stolti pregiudizi”; da una parte, spiega Ratzinger, Francesco viene dipinto come personalità priva di spessore teologico e filosofico, dall’altra io divento il teologo lontano dalla vita concreta “di un cristiano d’oggi”. Siamo di fronte in entrambi i casi – fa capire con nettezza il papa emerito – a raffigurazioni fasulle, artefatte, strumentali.

L’intervento così risoluto di Ratzinger si presta ad almeno tre chiavi di lettura; in primo luogo Benedetto difende la stessa istituzione del papato e in un certo modo l’unità della Chiesa nel momento in cui i cambiamenti introdotti da papa Francesco suscitano resistenze e reazioni virulente da parte delle fazioni più legate a una visione ultra-tradizionalista, identitaria e chiusa del cattolicesimo. C’è poi il riferimento al magistero di Bergoglio che, lungi dall’essere compreso – e accettato – nei suoi tratti di fondo, viene semplificato e attaccato da queste stesse correnti per ridurne la portata e tentare di fare del papa gesuita una sorta di impostore finito sul Soglio di Pietro quasi per caso. Infine, ma non per ultimo, Ratzinger vuole con determinazione separare sé stesso, la propria storia come teologo e come pontefice, da filoni di pensiero fondamentalisti ben presenti anche nell’area cattolica.

D’altro canto per verificare la scarsa aderenza con la realtà di una lettura manichea dei due pontificati, basta tornare brevemente alla sequenza dei fatti che hanno determinato la situazione attuale.

L’11 febbraio del 2013 Benedetto XVI annunciò le proprie dimissioni rompendo così una consuetudine che durava da secoli e suscitando – allora – il malcontento della fazione più conservatrice proprio per la frattura nell’ ‘ordine delle cose’ provocata con il suo gesto. La rinuncia è stata, a tutti gli effetti,  un elemento decisivo per incrinare l’idea del papa-sovrano, d un potere gerarchico della Chiesa tutto terreno, temporale. Il 28 febbraio, poi, Ratzinger lasciva il Vaticano definitivamente, il 13 marzo Francesco, primo papa non europeo e per di più gesuita, veniva scelto dal sacro collegio quale successore di Benedetto con un mandato preciso: riformare quella Curia vaticana che appariva, agli occhi di molti porporati e vescovi in tutto il mondo di vario orientamento, come un centro di potere ormai preda di lotte intestine, di scandali o inefficienze, malata di italocentrismo.

Il primo vatileaks (il trafugamento di documenti riservati dall’appartamento di Benedetto XVI) era appena dietro l’angolo, la riforma della finanza vaticana arrancava drammaticamente, voci di scandali veri o presunti riempivano le pagine dei giornali.  Bergoglio, d’altro canto, è andato molto oltre il mandato ‘istituzionale’ (e anzi la riforma della Curia procede fra passi avanti e stop improvvisi), provando a costruire la prospettiva di un cristianesimo radicato nel Concilio Vaticano II e conseguentemente aperto alla comprensione della condizione umana contemporanea, capace di affermare la propria verità sull’uomo senza rifugiarsi nel dogma e nel potere (per Francesco l’affermazione di questo nuovo paradigma e la riforma della Curia sono strettamente legati).

Fra le molte cose accadute in quei mesi di febbraio e marzo del 2013, ne vogliamo ricordare solo un paio che possono aiutare a comprendere il clima del momento.

Già dimissionario, Benedetto XVI nominò infine un presidente dello Ior (la banca vaticana) di sua piena fiducia – il tedesco Ernst Von Freyberg – senza sentirsi condizionato dalla Curia. Una nomina che nei mesi successivi darà i suoi frutti considerato che Von Freyberg innescò mutamenti i cui effetti positivi perdurano (per quanto la finanza vaticana pur uscita dalle sabbie mobili dell’opacità ancora non ha completato il proprio percorso di riforma). E’ entrata poi a far parte dell’immaginario legato ai ‘due papi’ l’immagine della consegna dello scatolone pieno di documenti riservati fra Ratzinger e Bergoglio avvenuto nel Palazzo apostolico di Castel Gandolfo. Fra quelle carte c’era anche la relazione segreta che tre cardinali, su incarico di Benedetto XVI, avevano stilato dopo aver condotto un’indagine in Vaticano in seguito allo scandalo ‘vatileaks’.

D’altro canto, non bisogna negare neanche le differenze fra i due pontefici: la riaffermazione dei principi non negoziabili, la centralità dell’Europa nella ‘tenuta’ della Chiesa, un certo conservatorismo colto e pignolo di fondo, sono stati fra i tratti salienti di Benedetto XVI; le periferie geografiche e sociali del mondo, ‘gli scartati’ dalla globalizzazione economica, la messa in sordina dei principi non negoziabili, la ‘Chiesa ospedale da campo’ che accogli l’umanità ferita e peccatrice, sono di certo alcuni dei tratti più significativi del magistero di Francesco.

Ma Ratzinger, giustamente, sottolinea oggi come la misericordia, tema chiava per Bergoglio, rappresenti l’essenza del cristianesimo e del messaggio di Papa Francesco. Non solo: su temi come la semplificazione dei processi di nullità matrimoniale ola lotta contro gli abusi sui minori, Francesco ha dato seguito a impostazioni già avviate dal suo predecessore.

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