Quella notte a Botteghe Oscure, aspettando la notizia su Berlinguer

Focus

Al mitico secondo piano della storica sede del Pci, ore allucinanti in attesa della telefonata da Padova. Un ricordo personale di 35 anni fa

I giorni fra il 7 e l’11 giugno 1984 furono per i comunisti giorni terribili. Certo, il gravissimo malore che aveva colpito Berlinguer a Padova stava stendendo un velo d’angoscia su tutto il Paese, “come se si trattasse di un familiare”, scrisse qualcuno. Tutti erano stupefatti, colpiti. Ma per i comunisti si trattava di un’ansia e un dolore indicibili. Perché Berlinguer era Berlinguer, inutile in questa sede tornarci sopra. Il ricordo mio personale è un pochino particolare. Di una notte per me speciale,  quella tra il 9 e il 10 giugno. Quando passai quelle lunghe ore al secondo piano di Botteghe Oscure.

Berlinguer era gravissimo, le speranze di rivederlo in vita non c’erano più.

Craxi, uscendo dalla stanza dell’ospedale di Padova, aveva detto con quel suo modo brusco – ma era molto commosso: “Finché c’è vita c’è speranza”, ed era stata una frase che ci aveva dato coraggio. Ma era un coraggio che era durato un attimo. In ogni sezione del Pci, in ogni Federazione, in ogni cellula sul posto di lavoro, alle Botteghe Oscure in qui giorni si parlava piano, come se il malato fosse stato lì, dietro un paravento, e non andasse disturbato. Col passare delle ore ci si preparava al grande dolore. Il Pci reagiva come spesso reagiscono gli essere umani di fronte alla morte del padre o del fratello: si attivò in modo spasmodico. Persino, sembrava, in modo cinico.

Se tradizionalmente e per formazione i comunisti avevano sempre avuto senso pratico, qui addirittura quasi si esagerava. Ci si preparava all’addio (la parola che sull’Unità campeggiò poi a caratteri cubitali il giorno dei funerali) – ripeto – con una meticolosità che forse voleva esorcizzare il dolore o rappresentare una prima forma di omaggio, di ringraziamento al segretario che moriva. C’era come una colpa, noi restavamo e il segretario se ne andava.

Tuttavia era impressionante. Ogni cosa era predisposta al grande lutto. Migliaia, centinaia di migliaia, milioni di persone facevano quello che potevano pur di esserci. Si gonfiava in quei pochi giorni la grandiosa nuvola di rimpianto che dopo l’11 ammantò il cielo d’Italia.

Così, fra mille altre cose, a Botteghe Oscure si organizzarono i turni 24 ore su 24. La notte ci doveva essere un gruppo di compagni pronti a mettere in moto una gigantesca macchina organizzativa. Un po’ burocraticamente in questi gruppi “notturni” erano rigorosamente previsti fra gli altri un compagno della segreteria della Federazione romana e un dirigente della Fgci nazionale. Se fosse arrivata “la” notizia da Padova, ciascuno del “gruppo” avrebbe dato inizio alla clamorosa catena di contatti. Personalmente, avrei chiamato il segretario nazionale della Fgci, Marco Fumagalli, e gli altri.

A me, che ero segretario dei giovani comunisti romani, toccò fare il turno della notte fra il 9 e il 10 giugno. Una situazione abbastanza orribile: in sostanza, si aspettava la notizia della morte di Berlinguer. Ore allucinanti che non passavano mai.

Ero ovviamente il più giovane del gruppo. Non ricordo chi c’era della segreteria nazionale, ma a tarda sera Ugo Pecchioli ci salutò tutti. C’era sicuramente uno della sezione Esteri – e già, bisognava avvertire il mondo. Mi trovai dunque quella notte con 5-6 compagni nell’enorme palazzone di via delle Botteghe Oscure che peraltro conoscevo pochissimo (ci andai poi a lavorare in seguito): non racconto nulla di particolare dicendo che quella grandissima sede era una specie di piccola città che incuteva una certa ansia non solo per la vastità ma anche per quello che rappresentava nella storia repubblicana. 

Di notte poi – e in quella circostanza drammatica – davvero metteva paura. Un palazzo frequentato giornalmente da centinaia di persone, in quell’assurda circostanza ne ospitava cinque o sei. La luce era accesa solo al secondo piano, a parte il piano terra presidiato dai compagni della vigilanza.

Noi “di turno” eravamo appunto al secondo piano, il “piano nobile”, quello della segreteria e, appunto, della stanza di Enrico Berlinguer. Io ero stato l’anno prima nella stanza accanto, quella del suo segretario particolare, il mitico Tonino Tatò, per discutere della manifestazione che avremmo fatto al Pincio con Berlinguer, la celeberrima manifestazione di Benigni che lo prese in braccio.

Ma non avevo mai visto la stanza del segretario del Pci. Ebbene, con un’ingenuità fanciullesca, quella notte mi spinsi ed entrai nella stanza. Grande, bella. Nulla di particolare da ricordare. C’era un cordone prima della scrivania, come a voler proteggere il segretario (in quel cordone una volta inciampò una dirigente di primo piano, cadendo, e Berlinguer con una certa galanteria la aiutò a rialzarsi). Eccola, la stanza di Berlinguer!

Insieme a me quella notte c’era il compianto, grande Gianni Borgna, che era della segreteria delle federazione romana del Pci. “C’ho pure la febbre!”, esordì con quel suo tono un po’ lamentoso che chi lo ha conosciuto ricorda certamente. Gran personaggio, Borgna. Fu lui, malgrado la febbre, o proprio grazie ad essa, a chiacchierare senza posa. A un certo punto, non so come si fosse arrivati a quella discussione, partì con un grande elogio di Marinetti, il che, insomma, non era propriamente ortodosso, ma Gianni era più avanti di vent’anni.

L’aria era quello che era. Si stava fermi. Fumando molto. Da Padova nessuna notizia. Il telefono (già, era proprio “un” telefono, “quel” telefono) per fortuna non squillò.

Uscii con la testa vuota dalle Botteghe Oscure alle 8 del 10 giugno. Già arrivavano dirigenti e funzionari. Ricordo Cossutta, nel mattino già caldo. Era il giorno prima del grande lutto comunista e nazionale, il giorno prima della fine di Enrico Berlinguer, colpito da ictus (una parola che entrò nelle case degli italiani con le sue sillabe sinistre) sul palco di un comizio. Come scrisse Giorgio Bocca, “un bel modo di morire, per uno come lui”.

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