Berlusconi: la verticalizzazione del consenso fatta di emulazione, speranza e invidia

Focus

Il corpo del capo e Il nuovo potere, due libri che aiutano a capire meglio questo collasso della ragione e della democrazia

C’è il Berlusconi anni ’50 stile chansonnier, che canta con aria trasognata tenendo saldamente in mano l’asta del microfono. C’è quello sornione, busto leggermente proteso in avanti e collettone a punta bianco, di fronte al plastico della sua creatura edilizia, Milano 3.

C’è il Silvio a braccia conserte nel suo studio di Arcore circondato di oggetti di design, modellini di velieri e luci a stelo. Quello che abbozza una postura di danza in piena enfasi gestuale a una manifestazione di Forza Italia del ’94; e finanche quello recentissimo con tendaggi lugubri alle spalle ed espressione seriosissima, che fa quasi da effige di un declino personale e politico incipiente.

Attinge a un discreto materiale fotografico e, a piene mani, dalle tesi sull’iperrealismo dei mezzi di comunicazione di massa del famoso filosofo francese Jean Baudrillard, Marco Belpoliti in questa edizione aggiornata del suo Il corpo del capo (Guanda, pagg. 187, euro 13), saggio di grande acume che ricostruisce radici, ragioni ed effetti della “icona” Silvio Berlusconi, “produttore di beni immateriali, precisamente di segni, la merce più importante della nostra epoca postmoderna”.

Ed è proprio così. Naturale conseguenza di quel corpo-moltitudine, di quel corpo-universale già sperimentato da Mussolini durante il Fascismo, il Cavaliere è, a sua volta, l’immagine che tutto racchiude, che esorcizza la crisi
identitaria di un intero popolo, ma offrendo, all’altezza (meglio sarebbe dire, bassezza) dei tempi, un modello che si è quasi del tutto sganciato dalla concretezza del senso, dalla limpidezza dei significati, dalla cogenza del fare politico.

“Attivando un registro di sogno, una serie di proiezioni immaginative – “sospiri estatici” li chiama Morin – tipici del cinema”, l’ex premier si è negli anni candidato ad un’operazione di verticalizzazione del consenso, fatta di emulazione speranza e invidia, che si è permessa anche – come tutti gli striscianti totalitarismi di una storia in perenne diretta-video – il privilegio della rinuncia all’imposizione, alla repressione, alla muscolarità. Basta sorridere, pretendere l’immortalità della pienezza fisica con trucchi, parrucchini, interventi chirurgici, velature fotografiche, bandane e abbronzature, allusioni sessuali e una vita privata senza riserve, e una società ferita e disturbata da mille problemi, da mille urgenze economiche ti seguirà nell’attesa di una redenzione e di un benessere che possa toccare tutti, indistintamente.

Belpoliti calca giustamente la mano su questo mondo di simulacri e di pubblicità diffusa, di giochi a premi e di siparietti che annunciano ciò che non verrà mai fatto, di belle donne e dissipatezza domestica, perché senza questo registro della simulazione, dell’iper-rappresentazione di sé e dell’ambiguazione di ogni cosa non ci sarebbe supina accettazione e ipnotica tensione verso ciò che l’uomo-mito possiede e sprigiona.

Sono tempi “trans”, di attraversamento di ogni campo e di contaminazione di segni nei segni, e Silvio è proprio questo: maschile e femminile, leader e imbonitore, uomo e Unto, peccato e macchina, promessa e inganno, e tutti insieme questi pezzi sparsi compongono l’aura degradata di un Miracolo, di uno pseudo-Messia che supera ogni prova, ogni grana giudiziaria, ogni accusa dal basso, ogni critica giornalistica ricomponendosi in uno stato di grazia permanente figlio di quella “continua performance di eventi visivi” che su nulla più ci fa soffermare e indignare.

Regis Debray in Il nuovo potere (FrancoAngeli, pagg. 92, euro 13) esprime lo stesso concetto in un’altra maniera: “Stiamo assistendo all’arrivo al timone del management, che si è dato il compito di ripulire il campo dei suoi residui, rendite, status, corporazioni, che si tratti di notai o di operai. Un mondo sbrigativo e crudo…dove le
scorciatoie espresse dal marketing di prossimità sostituiscono l’argomentazione punto per punto”.

E’ il dominio della videosfera, secondo il grande mediologo parigino. Tutto scorre, tutto è flusso, tutto è indice e algoritmo in un universo de-simbolizzato e de-figurato che ritratta ciò che ha detto non ieri, ma poche ore fa, un
“tecnocosmo”, una “e-economia” dove tutto quanto era solido e responsabilizzante – i movimenti, i partiti, i legami, le forme del potere ufficiale e quelle associative – si disintegrano evitando ogni gravame, ogni continuità, ogni sacrificio in nome del “noi”.

Una servomeccanica del “challenge and response” (sfida e risposta) e del californiano “do it yourself” (fatti da solo, pensa ai fatti tuoi, ritagliati il tuo mondo senza rimpianti) attualizza – secondo Debray – ciò che già storicamente abbiamo conosciuto come protestantesimo. Auto-imprenditoria del riscatto, nessuna formula top-down, a-confessionalità, disintermediazione e a-finalità, che non siano gli scopi del proprio ego o del proprio gruppo o loggia,
con un nuovo, velenosissimo spirito weberiano del mercato e del successo che spazza via ogni Carisma e ogni Beatitudine che appartengano ai cieli.

Con l’augurio, auspica Debray, che questo collasso della ragione e della democrazia sia solo uno spettro passeggero, in procinto di un nuovo modo di “intestarsi una sacralità”, tutta presa in una dialettica dell’io-tu, dove sguardi e
passioni riconfigurino schermi e immagini. Che l’”empirico” batta l’”Empireo”.

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