Bertolucci, quando il Pci non capì Novecento

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I vecchi capi non accettavano la durezza che Bertolucci raccontò a proposito della Resistenza dei contadini

Ai comunisti Novecento non piacque. In particolare, non piacque ai vecchi capi del Pci. Giorgio Amendola, che in quegli anni conduceva una personale ricerca storica che inevitabilmente si intrecciava con la sua biografia, bollò negativamente il capolavoro di Bertolucci in una fortunata trasmissione di allora, Ring. Anche Giancarlo Pajetta, allo stesso modo, rifiutò la lettura bertolucciana di quello che poi si chiamò secolo breve.

Il Pci, in quegli anni, era durissimamente impegnato a ricostruire un racconto tutto evolutiva della vicenda italiana, al riparo da orrori e nefandezze o anche solo da spiriti primitivi di vendetta. La lettura della storia italiana era un susseguirsi di avanzamenti e conquiste, tassello decisivo dell’accreditamento del Pci come partito nazionale di governo. L’antifascismo, nel racconto dei comunisti italiani, era non solo una pagina gloriosa, di riscatto morale e avanzamento politico, ma anche una elegia eroica, affratellante e profondamente umana, ai limiti della redenzione cristiana. Non potevano perciò sopportare, i grandi capi antifascisti, che ne venisse fornita una rappresentazione elegiaca sì ma cruda, eroica ma tragica, persino crudele come quella che Bernardo Bertolucci, comunista fuori dagli schemi comunisti, aveva dato con l’epica di Novecento, uscito nelle sale proprio nel 1976, l’anno della legittimazione del Pci come partito di governo.

Probabile che Bertolucci vi rimase male. Per lui il Pci era quello che era per milioni di italiani: un padre, o una madre. Una scuola, o una chiesa. Il “grande albero sotto cui ripararsi”, come scrisse il nume di Bernardo, Pier Paolo Pasolini. Amendola, Pajetta… Come dire i maestri di politica. E meno male che Togliatti era morto da anni, lui Novecento lo avrebbe stroncato, un film così fuori dagli schemi propagandistico-zdanoviani cui era legato.

Quando mai – avrebbe detto il Migliore – i contadini hanno processato gli agrari, dove mai il popolo fece a pezzi il vecchio fascista (Donald Sutherland), com’è possibile che un ragazzo antifascista (Gerard Depardieu) fosse amico di un rampollo dei ricchi (Robert De Niro)? La Resistenza non era stata questo! E invece Bertolucci, nel quadro magnifico della resistenza morale e della Resistenza politica, queste cose ce l’aveva messe. Aveva ragione, sul piano storico. Soprattutto, su quello letterario e poetico (l’influenza del padre, il grande poeta Attilio): perché l’epos del Novecento non sarebbe stato tale se non fosse stato – anche – un groviglio di passioni e contraddizioni e se il soggetto italiano per antonomasia, i contadini, non fossero stati portatori di una “cultura” ferina e passioni primitive, come ben aveva visto, ancora una volta, Pasolini.

Ma c’è da dire infine che il mondo comunista non era solo quello dei vecchi capi. Dietro di loro veniva avanti una nuova generazione che la Resistenza l’aveva sentita raccontare o letta sui libri, giovani che amavano Pasolini, Bertolucci, Godard più che Rossellini e De Sica. Ha raccontato Walter Veltroni: “Ho ancora in mente la proiezione con Amendola e Pajetta. Appena terminata ci fu una discussione molto dura, soprattutto Pajetta espresse un giudizio negativo, le cose che a lui non erano piaciute erano proprio quelle per cui noi avevamo amato il film. E cioè il fatto che mescolasse la dichiarazione di fede politica con l’ispirazione poetica, la struttura del romanzo popolare con l’allegoria, con il melodramma…Pajetta contestava il modo in cui il film raccontava la Liberazione, diceva che i fatti non erano andati esattamente così”.  Forse, nel Pci, Pietro Ingrao, grande cinéphile, era il più sensibile al nuovo racconto cinematografico. Anche su questo terreno ci fu una lotta culturale e politica che si intrecciava con quella più grande della modernizzazione del Pci. Bernardo Bertolucci anche in questo senso rappresentò una svolta innovativa e un nuovo modo di pensare la storia italiana.

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