Bitcoin, le previsioni catastrofiste di Roubini e di JP Morgan

Focus

Roubini e JP Morgan, figure di riferimento del settore finanziario, prevedono il crollo dei Bitcoin, uno con una previsione più catastrofica dell’altro

La criptovaluta Bitcoin viene ritenuta la Regina delle criptomonete sia per essere stata la prima ad essere lanciata, nel 2009, dando il via alla rivoluzionaria Blockchain. Sia perché ha raggiunto livelli di prezzo incredibili nel 2017, fino a sfiorare i 20mila dollari. In questi primi due mesi del 2018, però, il trend ha continuato ad essere ribassista, partito da metà dicembre. Facendo attestare per diversi giorni il Bitcoin sugli 8mila dollari. Un livello che aveva ottenuto a metà novembre dopo l’annuncio da parte degli Exchange di Chicago di lanciare un Etf su Bitcoin. Ad incidere sul crollo del Bitcoin, senza dubbio le notizie negative provenienti dalla Corea del Sud. Uno dei principali mercati. Il cui governo ha deciso una severa stretta contro di essa dopo che è esplosa una autentica febbre che ha coinvolto giovanissimi, padri di famiglia e casalinghe.

Mentre vi scriviamo, il Bitcoin ha sfondato nuovamente quota 9mila dollari. Ma dire che c’è un nuovo trend rialzista sarebbe un azzardo come sottolinea il portale webeconomia.it . Inoltre, occorre prendere in considerazioni due tesi catastrofiste su di esso: da parte di JP Morgan e di Nouriel Roubini. E non vanno snobbate, in quanto la prima è una società finanziaria con sede a New York, ed è leader nei servizi finanziari globali. Servendo più di 90 milioni di clienti in tutto il mondo. Il secondo è invece un Premio Nobel per l’economia. Ecco cosa dicono.

Per JP Morgan Bitcoin crollerà sui 4mila dollari

JP Morgan torna ad occuparsi di Bitcoin e dopo averlo definito una “bolla”  diversi mesi fa, ora torna alla carica certo che il valore della criptovaluta si dimezzerà. JP Morgan ha lanciato un report già ribattezzato la Bibbia del Bitcoin, con il quale non passano da una sonora bocciatura ad una chiara promozione della criptovaluta. Ma sono abbastanza pessimisti sul suo andamento futuro. Quello che più interessa gli investitori, dato che ormai per guadagnare con Bitcoin ci sono due vie: il trading di CFD tramite Broker oppure acquistarli tramite Exchange.

Ebbene, gli analisti di JP Morgan ritengono che nel futuro passa esserci un dimezzamento del valore dell’asset. Le loro previsioni vedono il prezzo del Bitcoin attestarsi sui 4600 dollari. Praticamente la metà di quanto viene scambiato oggi. Se poi si considera il prezzo che il Bitcoin ha raggiunto a metà dicembre 2017, allora siamo ad oltre un quarto di quel valore. a quelle che era il valore del Bitcoin nel mese di dicembre. Il netto taglio delle prospettive di crescita della quotazione BTC sembra confermare l’allarme che era stato lanciato dal presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi nei giorni scorsi.

Secondo Draghi, investire in Bitcoin resta altamente rischioso proprio a causa dell’enorme volatilità che patisce. Secondo Draghi, sono proprio le sue caratteristiche a determinare ciò: se dietro le monete FIAT ci sono delle banche centrali (ad esempio l’Euro ha la Bce, il Dollaro la Fed, lo Yen la Bank of Tokyo), il Bitcoin non ha nulla. E sono proprio le ragioni che tengono lontano dal Bitcoin anche colui che viene considerato il Guru del trading: Warren Buffet. Che lo ritiene una bolla pronta ad esplodere, dato che non ha un valore intrinseco ma lo stesso viene determinato dalle speculazioni dei trader .

Quindi, ricapitolando, assenza di controlli e volatilità enorme sono sicuramente i motivi del successo del Bitcoin. Ma anche della sua enorme imprevedibilità. Anche il programma televisivo d’inchiesta Le Iene si è occupato di Bitcoin e volatilità. Dando spazio tanto agli utilizzatori della criptovaluta che ad alcuni suoi critici.

Bitcoin, JP Morgan si mantiene ambiguo

Peccato però che la società finanziaria newyorkese si mantenga come sempre ambigua nei confronti del Bitcoin. Proprio come accadde nel settembre 2017, quando il suo Ceo, Jamie Dimon, aveva tuonato contro il bitcoin, bollandolo come una “truffa” e promettendo di licenziare un solo trader della sua banca che avesse sorpreso a fare trading sulla criptovaluta. Ma poi la sua JP Morgan, dopo una decina di giorni, è entrata sul mercato per acquistarne a piene mani per i suoi clienti. Non facendolo in maniera diretta, dato che le grandi banche di Wall Street non investono su uno strumento non ufficiale e senza alcuna garanzia. Ma lo ha fatto mediante Xbt, un Exchange traded note (Etn) quotato alla Borsa di Stoccolma. Uno strumento in corone svedesi che replica l’andamento del sottostante, vale a dire il cambio bitcoin-dollaro, sul modello degli Etf.

JP Morgan Securities è così figurata tra i principali acquirenti dei certificati Etn. Assieme con Morgan Stanley, ha acquistato bitcoin per un totale di circa 3 milioni di euro. Le parole di Jamie Dimon tuonavano in un contesto già difficile per il Bitcoin, dato che in quel periodo la Cina muoveva i primi passi contro la criptovaluta. Di fatti, il suo valore passò da 5mila dollari a 3mila dollari. Ma dopo l’acquisto di Jp Morgan arrivò a 3600 dollari, con un balzo del +20%. Che il Ceo abbia fatto una manovra per farne crollare il prezzo per poi ad uno più favorevole? In guerra, in amore e in finanza tutto è consentito.

Ma non solo. JP Morgan crede anche fortemente negli Etf Bitcoin. Per le seguenti sue caratteristiche:

  • Accesso facilitato: “Gli investitori hanno bisogno di portafogli per scambiare i Bitcoin fisici, rendendo difficile l’accesso. Gli ETF sono spesso negoziati e altamente accessibili tramite i conti di intermediazione degli investitori.”
  • Mercato liquido: “Gli ETF sono attivamente negoziati e altamente trasparenti”.
  • Alta integrità: “Gli ETF sono negoziati attraverso conti di intermediazione che portano con sé l’assicurazione tramite SIPC. Gli scambi di Bitcoin non hanno tale assicurazione e espongono i titolari a potenziali frodi e furti”.

Secondo i funzionari di JP Morgan, un ETF Bitcoin potrebbe avere un impatto sulla criptovaluta. Proprio come accadde con il primo ETF basato sull’oro.

Queste valutazioni sono contenute nel succitato rapporto “Decifrare criptovalute: tecnologia, applicazioni e sfide”. Sebbene la migrazione a scambi di futures in Bitcoin sia un fenomeno recente, secondo l’istituto finanziario americano ha incrementato la legittimità e la credibilità di tali prodotti. Ciò in quanto il trading di scambi a termine su Bitcoin potrebbe accelerare l’approvazione della SEC per gli ETF Bitcoin. Una prima spinta in tal senso è arrivata dalla decisione della Borsa di Chicago Cboe, la più importante al Mondo per i derivati, di lanciare un Feature Bitcoin, elevando la criptovaluta al circolo della finanza mainstream.

La speranza è che le Banche possano consentire l’uso del Bitcoin anche per le carte di credito. Il che farebbe impennare la quotazione del Bitcoin e di tutte le criptovalute. Oltre a comportare la tanto sospirata approvazione della SEC per gli ETF di Bitcoin. Per ora solo una criptovaluta sta ottenendo consensi tra le Banche: Ripple. In quanto offre un sistema di cambio valutario molto conveniente, che abbatte i costi dei sistemi tradizionali, aggirando l’uso del Dollaro. Quindi evitando l’inflazione che da esso scaturisce. Utilizzare il sistema Ripple rende una Banca competitivamente molto appetibile, dato che il cliente si ritrova meno costi e freni da affrontare.

Per economista Nouriel Roubini prezzo Bitcoin arriverà a zero

Un nuovo anatema contro il Bitcoin lo scatena l’economista Nouriel Roubini. Secondo le sue previsioni a mezzo tweet: “Il Bitcoin si schianterà e il suo prezzo arriverà a zero”, riferendosi poi al fatto che mancasse poco per le audizioni del Congresso americano di Christopher Giancarlo, presidente della Commodity Futures Trading Commission (Cftc), e Jay Clayton, presidente della Securities and Exchange Commission (Sec). Chi sono costoro? Questi ultimi sono due principali authority dei mercati finanziari.

Mentre chi è Nouriel Roubini, che ha twittato in maniera così catastrofista contro Bitcoin? Nato a Istanbul il 29 marzo 1958 è un docente ed economista statunitense. È professore di economia alla New York University e presidente di RGE Monitor, una società economica specializzata in analisi finanziaria. Figlio di ebrei iraniani, si è trasferito a Teheran quando aveva solo due anni, poi a Tel Aviv e infine in Italia, dove ha vissuto soprattutto a Milano dal 1962 al 1983. Si è trasferito successivamente negli Stati Uniti per continuare i suoi studi. Si è laureato con lode in Economia all’Università Bocconi di Milano, nel 1982. Ha ottenuto il Ph.D. in economia internazionale alla Harvard University nel 1988. Il suo relatore, Jeffrey Sachs, definisce eccellente il suo talento nella comprensione sia matematica sia intuitiva delle istituzioni economiche.

Ha ricoperto diverse cariche al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, tra cui quella di esperto economico al Sottosegretariato per gli Affari Internazionali e Direttore dell’Ufficio per la Politica dello Sviluppo e Revisione (luglio 1999 – giugno 2000). Prima ancora, Roubini aveva fatto parte dello Staff del Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, nel Consiglio dei Consulenti Economici (luglio 1998 – luglio 1999) come esperto economico per gli affari internazionali. Attualmente il professor Roubini insegna alla Stern School of Business della New York University. Ha anche insegnato alla Yale University.

Roubini è diventato famoso ai più per aver previsto la crisi finanziaria del 2008 nel 2006, sebbene fu accolto con scetticismo. Soprattutto perché mancavano modelli matematici a sostegno delle sue tesi. Ma solo 2 anni dopo, molte delle sue previsioni hanno finito per avverarsi. Nel 2008, criticò il modello economico americano, in quanto era un sistema finanziario subprime, non un mercato mutuale. Egli comunque non ha mai creduto che gli Usa fossero entrati in una nuova Grande depressione come quella del ‘29, ma comunque prevedette che si sarebbe trattato della peggiore recessione della storia dopo quella del 1929. Il suo pessimismo era focalizzato più sul breve termine che sul medio o lungo termine.

In effetti ci ha preso in pieno. Perché quella post-2008 è stata la più pesante recessione dal secondo dopoguerra e seconda solo a quella del ‘29. Inoltre, si è focalizzata soprattutto sul breve termine, in quanto a partire dal 2013 ha iniziato a verificarsi una seppur debole ripresa.

Roubini, analizzando la crisi economica delle economie emergenti patita negli anni ‘90 (si pensi su tutte alla crisi delle cosiddette “tigri asiatiche”) mediante l’approccio storico supportato dalla sua comprensione dei modelli teorici, giunse così alla conclusione che anche gli Stati Uniti sarebbero stati il prossimo paese a soffrirne. Parlando di un futuro possibile collasso.

Tra i principali lavori ricordiamo:

  • macroeconomie internazionali e finanza internazionale
  • macroeconomie e politica fiscale
  • economia politica
  • teoria della crescita
  • Emissioni monetarie europee

Non solo Roubini, gli altri economisti che hanno condannato il Bitcoin

Ma oltre a Roubini, sono altri gli economisti celebri che hanno affondato il Bitcoin. Come i premi Nobel Joseph Eugene Stiglitz, Robert Shiller e Paul Krugman.

Il primo, lo scorso dicembre ha tuonato senza mezzi termini: “I Bitcoin andrebbero messi fuorilegge”. Alla Bloombert TV, Stiglitz “i bitcoin hanno successo solamente perché in possesso di un alto potenziale per aggirare le leggi fiscali, ma non hanno alcuna funzione sociale. Se i governi mettessero fuorilegge la criptovaluta, il suo valore di mercato crollerebbe immediatamente”.

A fagli da eco un altro Premio Nobel Robert Shiller, che vinse la statuina proprio per i suoi studi sulle bolle finanziarie: “I bitcoin sono anti-governativi e anti-normativi, per questo attraggono gli investitori”. A dirlo nel corso di una conferenza stampa in Lituania.

Tuttavia, entrambi questi economisti dimenticano l’innovazione apportata dal Bitcoin. Soprattutto grazie al sistema Blockchain, una tecnologia che consente di distribuire l’elenco completo delle transazioni senza che nessuno sia concretamente in grado di falsificare queste informazioni. Non proprio come avviene con il sistema economico tradizionale, ricco di norme, regole, cavilli burocratici e farraginosi sistemi di autocontrollo che spesso non tengono conto dell’avanzamento della tecnologia. Anzi, la evitano, la combattono. Ma di contro, finiscono anche per subirla. Come gli attacchi Hacker, che certo, non risparmiano le criptovalute (l’ultimo caso del furto NEM su Coincheck ne è la riprova) ma che colpiscono continuamente la cosiddetta economia tradizionale.

Cina e Russia hanno accontentato i premi Nobel Stiglitz e Shiller, mettendo fuori legge le criptovalute. Ma per quanto tempo ancora queste due superpotenze potranno evitare le loro lusinghe e le potenzialità?

E veniamo a Paul Robin Krugman. Attualmente professore di Economia e di Relazioni Internazionali all’Università di Princeton, ha vinto il Premio Nobel per l’economia 2008 per la sua analisi degli andamenti commerciali e del posizionamento dell’attività economica in materia di geografia economica. Autore di numerosi volumi, dal 2000 collabora con il New York Times scrivendo editoriali d’opinione bisettimanali.

E’ diventato famoso per i suoi studi riguardanti la teoria del commercio, dove espone i vantaggi che secondo lui le economie dei paesi potrebbero avere imponendo barriere protezionistiche. Nonché per i suoi testi sulle crisi valutarie e sull’economia internazionale, in particolare sull’analisi degli effetti reali delle fluttuazioni dei tassi di cambio. Ha criticato la New Economy, i regimi di cambio fisso dei asiatici prima della crisi del 1997, le politiche attuate dai governi per difendere i cambi fissi sui quali specularono fondi speculativi prima della crisi debitoria russa del 1998.

Krugman può essere definito dunque un neo-keynesiano, arrivando a criticare le politiche neoliberiste dei repubblicani a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90. più di recente, è tornato alla carica contro i repubblicani quando a diventare Presidente fu George W. Bush. Criticandone tanto la politica interna che quella estera.

In un articolo sul New York Times, Krugman ha scritto sul Bitcoin: “E’ una bolla avvolta in un tecno-misticismo dentro un bozzolo di ideologia libertaria (…) Il Bitcoin è privo di qualsiasi valore intrinseco”. Secondo Krugman, sotto il dollaro non c’è niente altro che il fatto che il governo Usa lo pretende in pagamento delle tasse: si chiama per questo “corso forzoso”. Mentre sotto il Bitcoin non c’è proprio nulla. Ma malgrado ciò, 1 Bitcoin vale circa 8.000 dollari. Quindi due sono le conclusioni: o il governo Usa vale meno di niente o Krugman (e gli altri) non ce la racconta giusta.

Ma come già detto, non è vero che sotto il Bitcoin non ci sia nulla. Anzi. Sotto il Bitcoin c’è una tecnologia innovativa chiamata Blockchain. Non a caso, su questa tecnologia stanno investendo non solo le più grandi aziende IT del mondo, ma anche le più grosse istituzioni finanziare. Si pensi a Sia Group Spa, che annovera tra i propri clienti le maggiori banche europee e diverse banche centrali. Inoltre, è criticabile anche il secondo assunto avanzato dall’economista: una svalutazione del 40% come quella patita dal Bitcoin mentre egli sosteneva le sue tesi, porterebbe una inflazione annua dell’8.000%. L’inflazione è una cosa molto differente dalla svalutazione. Ed in economia non c’è una correlazione matematica 1 a 1. Non a caso è una scienza sociale. Inoltre, ciò ce lo conferma la stessa storia dell’Economia, anche in tempi recenti.

Prendiamo l’esempio dell’Euro, entrato in vigore nel 2002, ma come sistema monetario ha preso vita nel 1998, scambiato con le altre valute nel mercato finanziario. All’epoca valeva circa 1,1 dollari; dopo un picco a 1,2250 nell’autunno del 1998, ha iniziato a perdere valore fino a valere 0,83 dollari, con una svalutazione di oltre il 30% alla fine del 2000. A quanto arrivò l’inflazione in Italia: al 2%. Altro esempio: nel 2008 l’euro tocca i suoi massimi storici contro il dollaro a 1,60, ma anche contro la sterlina (2,11) e lo yen giapponese (168). La crisi esplode in Europa e l’euro crolla, in appena tre mesi arriva a un minimo di circa 1,23; con una svalutazione del 23%. A quando arrivò l’inflazione in Italia? Solo al 2,24% addirittura in calo rispetto all’anno precedente, quando aveva registrato un valore percentuale del 2,61%.

Insomma, questo per dire che il Bitcoin non può essere trattato in maniera così semplicistica, soprattutto da parte di Premi Nobel. Le criptovalute, non avendo autorità centrali, sono imprevedibili e non hanno organismi che ne manovrano l’immissione per manipolare l’inflazione. Quindi non si può liquidare in quel modo. Anche perché è una grande innovazione, come abbiamo detto. Ma forse i Premi Nobel non sono ancora preparati per essa.

Infatti, i soloni dell’economia dovrebbero riflettere sul fatto che l’intervento delle banche centrali non ha mai risolto alcun problema. Anzi, lo ha pure ingigantito. Ciò va individuato nel fatto che le banche centrali stampano denaro a debito e in questi anni di crisi aumentando la stampa di denaro hanno ingigantito il debito. Infatti, l’immissione di nuove monete da parte dalle banche centrali crea debito, mentre le criptovalute no. Anzi, invece di sottolineare il fatto che il Bitcoin in 2 mesi sia passato da 20.000 a 8.000 dollari, dovrebbero riflettere sul fatto che nello stesso lasso di tempo le criptovalute siano pure aumentate. Passando da 1.300 a oltre 1.500.

Ciò dimostra che il Bitcoin è solo la punta di un criptoiceberg, contro cui l’economia tradizionale ha di fatto già affondato. E tali economisti somigliano proprio a quei borghesi che, nonostante il fatto che stessero affondando insieme alla nave, si preoccupavano ancora di conservare la propria posizione sociale.

Bitcoin dannoso per l’ambiente?

Ma a parte gli affondi dei Premi Nobel, un altro problema sembra riguardare il Bitcoin: il suo essere dannoso per l’ambiente. Una delle conseguenze più interessanti e involontarie dell’aumento di prezzo, è stata l’impennata del consumo globale di energia. Come noto, i Bitcoin sono generati tramite mining. Ciascun token richiede la risoluzione di un complesso puzzle matematico attraverso processi crittografici eseguiti da potenti computer. Naturalmente, più aumenta la difficoltà di minare Bitcoin, più si incrementa la fame di elettricità. A lanciare l’allarme sono gli esperti dell’università di Cambridge, i quali ritengono che il consumo energetico della rete continuerà a salire nei prossimi mesi. Rendendo il Bitcoin una tecnologia insostenibile dal punto di vista ambientale.

Stando a quanto calcolato da Morgan Stanley, la potenza computazionale necessaria per creare ciascun token digitale consumerebbe almeno la stessa quantità di elettricità che una famiglia media americana consuma in due anni. Peraltro, l’allarme scatta per il fatto che nel 2018, l’energia necessaria per minare la criptovaluta sarebbe destinata a triplicare. E così, il mining di Bitcoin secondo l’agenzia americana arriverà a consumare oltre 125 terawattora di elettricità entro i prossimi dodici mesi. Che corrisponde allo 0,6% del consumo mondiale, ovvero quanto i veicoli elettrici consumeranno entro il 2025. Tra soli otto anni insomma.

Nel 2017, la blockchain di bitcoin ha consumato 36 terawatt di energia, quanto ha consumato il Qatar praticamente. L’energia elettrica ha anche un costo e non a caso i 6 più grandi centri aggregati di mining (chiamati in gergo mining pool, perché sono dei monopoli) si trovano tutti in Cina. Dove l’energia elettrica costa molto meno di Europa o Usa. E proprio ai confini con la Cina, la Russia sta pensando di creare un grosso Hub, dove accogliere le mining pool.

Tuttavia, tornando alla Cina, le centrali elettriche sono tutte a carbone, destinate a progetti edilizi mai realizzati. Data la loro bassa qualità, e il fatto che il 70% dell’energia per il mining viene da loro, ovviamente l’impatto ambientale è disastroso.  Uno studio del settore pubblicato pochi mesi fa da Garrick Hileman e Michel Rauchs dell’università di Cambridge ha stimato che la Cina produrrebbe circa un quarto di tutta la potenza computazionale necessaria per generare criptovalute. Bitmain Technologies gestisce la più grande server farm al mondo a Erdors, nella Mongolia interna. Si tratta di 8 otto in metallo lunghi 100 metri con oltre 25mila pc dediti a risolvere complicati calcoli crittografati, che generano da soli quasi il 4% della potenza di elaborazione di tutta la rete bitcoin a livello mondiale.

Secondo un altro studio, pubblicato dal sito Digiconomist, il mining bitcoin starebbe consumando la stessa energia della Danimarca. Ogni operazione in Bitcoin richiederebbe 80mila volte in più l’elettricità richiesta da una carta di credito Visa. Ancora, si calcola che per il prossimo anno e mezzo, l’energia elettrica richiesta per ogni token corrisponderà a quanto consumano gli Usa in un anno.

Dunque, il Bitcoin non suscita scetticismo solo per quanto riguarda la questione finanziaria. Ma anche per quanto concerne quella ambientalista. E così, ci si deve porre anche il problema di come fare mining con energia pulita. I governi e le banche centrali, dovrebbero preoccuparsi anche di questo oltre che di porre sotto la loro legida le criptovalute. Ma si sa, dal punto di vista ambientale, le superpotenze si muovono come lumache. Ognuna delle quali più preoccupate a preservare la propria posizione e i propri interessi. Trattati come quelli di Kyoto o Cop21 sono stati redatti con fatica e sudore. E non sono neanche così efficaci.

Comunque, qualcosa sembra muoversi. Colossi del mining come Hive Blockchain Technologies e Bitfury Group hanno iniziato a utilizzare energia pulita da paesi come Canada, Islanda e Paraguay. Secondo il New York Times, il giovanissimo fondatore di Ethereum, Vitalik Buterin, starebbe conducendo esperimenti per creare token in modo più efficiente esprimendo preoccupazione per l’impatto che l’utilizzo di elettricità della rete potrebbe avere sul riscaldamento globale. Del resto Buterin ha dimostrato di saperci fare e di avere un occhio lungo sul futuro. Ha creato a soli 19 anni, l’unica criptovaluta considerata la vera alternativa al Bitcoin. E ormai stabilmente al secondo posto come volume d’affari. Oltre che una Blockchain mediante la quale produrre gli smart contracts. Contratti digitali futuristici che non possono essere modificati unilateralmente e sulla cui realizzazione e rispetto vigila la comunità digitale. Quindi niente costosi Notai o avvocati. Una economia che dà chance anche a chi normalmente non ne ha. Le criptovalute sono anche questo e forse perciò banche e governi centrali le avversano.

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