“Vi racconto quando a RaiTre si inventarono Blob”. Parla Balassone

Focus

L’intervista al vice direttore della RaiTre di Guglielmi nel giorno del trentesimo compleanno della trasmissione ideata da Marco Giusti ed Enrico Ghezzi

Il 17 aprile del 1989, esattamente 30 anni fa, la RaiTre diretta da Angelo Guglielmi mandava in onda la prima puntata di Blob, il programma ideato da Marco Giusti ed Enrico Ghezzi destinato a diventare un cult che resiste ancora oggi.
Stefano Balassone, oggi docente di Economia dei media, che incontriamo per Democratica, di Guglielmi in quegli anni fu vice direttore e dunque tra gli artefici di quella che subito apparve come una piccola rivoluzione per il piccolo schermo.

Blob compie 30 anni. Nel 1989 deve essere sembrato una specie di terremoto, ce lo racconta?
Ricordo che suscitò subito attenzione. Certo andando in onda alle 20, nel pieno di un rito a cui nessuno si sottraeva come quello dei Tg, non produsse uno sfracello negli ascolti. Ma suscitò interesse tra quelli che scrivevano di tv, e da allora ha iniziato una navigazione ininterrotta. Ricordo che lungo la strada dovemmo presto risolvere il problema dell’uso di pezzi di tv altrui. Facemmo accanite ricerche e la conclusione fu che la trasmissione sarebbe dovuta andare sotto l’ombrello di una testata, nella fattispecie il Tg3, per poter usufruire del cosiddetto diritto di cronaca. Quanto alla gestazione, ricordo che Marco Giusti ed Enrico Ghezzi si chiusero in un posto che aveva allora la strumentazione adatta per il montaggio e ne emersero un mese dopo col prodotto in mano. La fortuna fu che già dopo un anno era diventato uno status symbol esserci, se non andavi su Blob voleva dire che non eri in onda. Altra fortuna negli anni è stato il fatto che, essendo un programma di lunghezza variabile, ha spesso svolto la funzione di stabilizzatore dell’orario di palinsesto della rete, un compito preziosissimo grazie al quale sono nati molti prodotti di qualità. A un certo punto andavano in onda di fila Blob, Il postino di Chiambretti e la Cartolina di Andrea Barbato, e cioè tre modi diversi di fare l’editoriale della giornata, e ricordo che celebrammo la cosa con Guglielmi prenotando un tavolo per dieci persone in una trattoria e brindando davanti ai rigatoni con la pajata.

Blob appare innovativo ancora oggi anche al cospetto di web e social media, che di frammenti vivono. Come si spiega?
Per la semplice ragione che Blob è un montaggio di frammenti che ha un doppio contributo autorale: quello del montatore che propone una linea di connessione, e quello di ciascuno spettatore, che fa tra i frammenti i collegamenti che crede. Sono le due funzioni che si guardano in qualsiasi rapporto di comunicazione: l’intenzione di chi produce e la ricostruzione soggettiva di chi lo riceve. Stare sul web non costruisce di per sé un nesso o un senso, si tratta di parole sparpagliate senza racconto.

Blob ha resistito a molte stagioni politiche, pur non risparmiando nessuno. Com’è possibile?
È possibile perché è un oggetto tanto significativo per chi ne coglie il significato quanto marginale per chi non ci fa caso. Credo che i politici abbiano imparato rapidamente che non era il caso di mostrarsi piccati, anche per non esporsi al rischio di sembrare persone con la coda di paglia.

Nel mondo della tv on demand che futuro ha una trasmissione così?
Blob è strettamente legato all’esistenza della tv di flusso e allo zapping. È un po’ come se imitasse la marmellata che viene in testa a chi salta da un canale all’altro, ed è questa la sua vera originalità, e cioè che imita il comportamento del consumatore prendendo la tv dalla testa di chi la vede. Non credo che la tv di flusso e dei palinsesti scomparirà tanto presto, dunque non credo che Blob sia sotto minaccia. Resta valido ciò che si è sempre detto, e cioè che per sapere ciò che è successo in tv non serve guardarla, basta vedere Blob.

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