La cavalcata americana di Dylan nella notte di Roma

Focus

Gran concerto ieri sera, due ore dal country al blues ai vecchi standard americani: il vecchio menestrello commuove ancora

Non è vero che i concerti di Bob Dylan siano brutti. Cioè, molte volte lo sono. Uno che è in concerto permanente da 40 anni se lo può permettere. Tanto più se è un mito che ha cambiato il mondo. Noi ricordiamo concerti di mister Zimmerman troppo scombiccherati. Non così quello di ieri sera all’Auditorium di Roma, terzo concerto in tre giorni – tutti sold out – una autentica cavalcata nella musica americana.

Già, perché alla tenera età di 76 anni Dylan sta alla musica americana come l’Enciclopedia di Diderot alla cultura illuminista: già la sterminata colonna sonora dylaniana è di per sè una gigantesca cattedrale musicale. Ma poi c’è questo fatto, relativamente recente, di Dylan che indossa i panni di un Bing Crosby e si diverte a fare il crooner con i grandi standard anni Quaranta: ieri sera lo ha fatto tre volte – con fra l’altro una intensa Autumn leaves – avvolgendo la grande sala di una inconfondibile atmosfera da jazz club, lui, in piedi, storto e piccolo col microfono tirato giù, la zazzera che da lontano è sempre la stessa, la voce arrochita da mille concerti e dall’età, un po’ Tom Waits un po’ vecchio bluesman.

Dylan canta e canta bene, a modo suo s’intende, non si capisce una parola di quell’inglese assurdo che lui biascica come fosse gomma americana, eppure a qualche brandello di strofa l’appassionato deve aggrapparsi se vuole riconoscere qualche vecchio cavallo di battaglia. E infatti Don’t think twice it’s alright (del 1962!) si riconosce per quell’immortale titolo e così anche per Desolation row (1965), uno dei testi più à la Rimbaud del nostro menestrello di Duluth (Adesso la luna è quasi nascosta/ e le stelle incominciano a svanire/perfino l’indovina ha messo via i suoi arnesi/tutti eccetto Caino e Abele/e il gobbo di Notre Dame/tutti fanno l’amore/oppure aspettano la pioggia/il Buon Samaritano si sta vestendo/si prepara per lo spettacolo/andrà al carnevale stasera/nel vicolo della desolazione).

E c’è stato gran country e trascinante rock ‘n’roll, molto blues e ovviamente tanto Dylan, dal pezzo che ha aperto il concerto – Things have changed – alla dolce Simpe twist of fate fino al grandioso bis con Ballad of a thin man, altro testo-bomba (Qui sta succedendo qualcosa/ma tu non sai cos’è/vero, mister Jones?), quel Mr. Jones prototipo dell’uomo in bilico – il Dangling man di Saul Bellow – immerso nell’assurdo della modernità.

Gran letterato, questo premio Nobel per la letteratura: e grazie, direte voi. Ma non bisogna stancarsi di idolatrare un genio della musica, un gigante del rock e della musica popolare americana e perciò mondiale, uno che voleva cambiare il mondo con le canzoni, e per buona parte c’è riuscito, e noi fortunati siamo ancora qui a battergli le mani commuovendoci un po’.

 

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli