Bob, l’uomo che sognava un mondo migliore

Focus

Cinquant’anni fa l’assassinio di Bob Kennedy: un mistero ancora irrisolto che privò la politica americana di un grande figura politica

La mezzanotte è scoccata da pochi minuti. L’Hotel Ambassador di Los Angeles è un gran bell’hotel. Il fulgore degli anni Venti e Trenta illumina ancora le sue sale, dove vengono ospitate alcune edizioni dei prestigiosi Golden Globe Awards. Nella grande sala da ballo, Robert ‘Bobby’ Kennedy ha terminato di parlare ai giornalisti e ai suoi sostenitori: si è buttato nella corsa per le presidenziali del partito democratico e la vittoria in California, appena festeggiata, potrebbe lanciarlo diritto verso la Casa Bianca. Insomma, è pronto a sfidare Richard Nixon.

Il suo staff e gli uomini della sicurezza – un agente dell’Fbi e due guardie private, entrambi ex atleti- lo guidano verso le cucine per raggiungere un’uscita secondaria dalla quale lasciare l’hotel. Bob è insieme ai reporter e ai teleoperatori di radio, tv e giornali quando sono esplosi contro di lui numerosi colpi di pistola. Uno dei proiettili lo centra alla testa e gli perfora la tempia destra. Le ultime parole di Robert sono: “E gli altri? Come stanno gli altri?”. Lo portano prima nell’ospedale più vicino per cercare di stabilizzarne le condizioni, poi lo trasferiscono al Good Samaritan Hospital. Non ce la fa e muore all’una e quarantaquattro minuti del 6 giugno 1968, a 26 ore dall’attentato.

Chi ha sparato a Bob Kennedy

Si chiama Sirhan Bishara Sirhan ed ha 24 anni. È di origini palestinesi e religione cristiana, nato in territorio giordano durante il Mandato britannico, e dice di odiare Kennedy perché amico di Israele e dei sionisti e perché, se eletto presidente, avrebbe venduto aerei da guerra allo stato ebraico.

Come ha ricordato Lenny Ben-David sul Jerusalem Post in occasione del 40esimo anniversario dell’omicidio, Bob Kennedy, amico di Martin Luther King (fu l’unico bianco ad essere applaudito durante il funerale del leader nero), era anche “un forte sostenitore di Israele, e quel sostegno era genuino, profondo e sentito. E gli è costato la vita”.

Nel marzo 1948 Kennedy visitò il Mandato britannico della Palestina e il Boston Post pubblicò una serie di articoli del giovane laureato, dove si leggevano considerazioni come questa: “Il popolo ebraico in Palestina, che crede e lavora in questo stato nazionale, è diventato un popolo immensamente orgoglioso e determinato. È già un grande esempio moderno della nascita di una nazione con gli ingredienti primari della dignità e del rispetto di sé”.

Quando Bob fu eletto senatore il suo appoggio a Israele si rafforzò. Nel diario personale che gli investigatori trovarono a casa di Sirhan, emerse che l’odio verso Robert Kennedy era diventato una ossessione costante, quotidiana. “Kennedy deve morire prima del 5 di giugno”, si legge fra quelle pagine, e la data non è casuale: il 5 giugno 1967, un anno prima dell’assassinio, inizia la Guerra dei Sei giorni, con gli israeliani che in men che non si dica distruggono le forze aree egiziane, giordane e siriane, e riunificano Gerusalemme.

Le incongruenze e il possibile complotto

Ma i conti non tornano. Quando il coroner Thomas Noguchi eseguì l’autopsia sul corpo del senatore Kennedy, a poche ore dalla morte, venne fuori che i proiettili sparati da Sirhan verso Kennedy erano stati 4. L’ultimo aveva colpito di striscio l’abito di Bob, senza però ferirlo. La pistola che aveva l’attentatore era una Iver Johnson Cadet 55 calibro 22 con 8 colpi. E poiché quattro dei proiettili erano stato indirizzati verso Kennedy, è probabile che qualcun altro deve aver per forza sparato quella sera, considerato che, oltre a Bob, ci furono altri cinque feriti.

La perizia balistica stabilì, inoltre, che il colpo mortale fosse stato sparato da una distanza molto ravvicinata, pochi centimetri, ma Sirhan aveva sparato di fronte al senatore da una distanza di circa un metro.

Le incongruenze che daranno vita a una teoria del complotto non finiscono qui. Per caso, durante le fasi concitate e drammatiche dell’assassinio, un reporter polacco registra l’audio di ciò che stava accadendo. Dopo quattro decenni, nel 2008, quell’audio è stata analizzato con apparecchiature digitali di alta tecnologia da un esperto forense, Philip Van Praag, e il risultato che emerge da quel sonoro è che i colpi d’arma da fuoco che si odono sono tredici. La pistola dell’omicida, come scritto, ne aveva 8.

Chi ha esploso gli altri colpi? Secondo le teorie complottiste, Sirhan non è altro che uno degli esecutori. The Guardian, nel 2006, ricordò che “gli psichiatri della difesa concludono che (Shiran n.d.r.) era in trance al momento delle riprese e che gli psichiatri suggeriscono che potrebbe essere stato un assassino ipnoticamente programmato”.

Si parlò di fotografie e riprese video della scena del delitto che avrebbero potuto costituire prova della presenza di più attentatori e che invece sarebbero state distrutte. Alcuni testimoni riferirono di una misteriosa donna “con l’abito a pois”, vista in compagnia di Sirhan prima dell’omicidio. Anche una persona dello staff elettorale di Kennedy, Sara Serrano, vide quella donna ed anzi assicurò di averla sentita pronunciare le parole “l’abbiamo ucciso…abbiamo ucciso Kennedy”. Ma, col tempo, i testimoni ritrattarono oppure quelle testimonianze non furono considerate prove valide.

Shane O’Sullivan, regista irlandese, conosciuto per il suo documentario “RFK deve morire” è convinto, per esempio, che tutto sia opera della Cia e che quel giorno ci fossero tre agenti della CIA implicati nell’omicidio.

L’unica certezza in questa storia sono le sbarre dietro le quali da cinquant’anni è rinchiuso, in un penitenziario della California, Sirhan Bishara Sirhan, condannato all’ergastolo per aver sparato all’uomo che era sodale di Martin di Luther King, che difese il primo studente nero che entrò nell’università del Mississippi, che accusò il regime segregazionista del Sudafrica. E che era solito citare e parafrasare il drammaturgo George Bernard Shaw: “Ci sono quelli che guardano il mondo così com’è e si chiedono: ‘Perché?’. Io guardo il mondo immaginando come potrebbe essere e mi chiedo: ‘Perché no?’”.

Vedi anche

Altri articoli