L’incubo della destra autoritaria che bussa alle porte del Brasile

Focus

La democrazia minata di Rio, il Paese al voto senza il candidato di sinistra più autorevole. E il candidato omofobo e sessista Bolsonaro va oltre il 46%

Quando la sinistra di Lula lasciò la presidenza brasiliana il suo consenso popolare era all’83%, l’economia del gigante latinoamericano viaggiava a gonfie vele, con il plauso unanime delle principali autorità economiche internazionali, il rispetto dei governi democratici nel mondo e una politica frutto di un progetto storico di equità sociale, redistribuzione di ricchezza attraverso l’intervento statale, l’ampliamento della sfera dei diritti di tutti i cittadini che ebbe come risultato quello di arrivare a 35 milioni di persone sottratte alla povertà e trasformate in cittadini con diritti e capacità di consumo.
Dopo Lula, Roussef ha mantenuto un profilo di sinistra, ma nel 2016, con una forzatura istituzionale, è stata deposta dai poteri della consorteria brasiliana.

Il governo di destra di Temer (con un gradimento popolare inferiore al 10%) ha operato dal 2016 a oggi una serie di riforme ai limiti della costituzionalità, togliendo risorse, diritti e dignità alle classi sociali deboli e precipitando il Paese nella crisi economica e sociale che conosce oggi, frutto di politiche di destra in opposizione a quelle della sinistra lulista.
Nel frattempo Lula è stato dichiarato non candidabile con una discutibile manovra mediatico-giudiziaria.

In questo quadro alle presidenziali di ieri si è arrivati senza il candidato più autorevole della sinistra brasiliana, una democrazia minata e una sinistra che ha dovuto improvvisare la candidatura di Haddad.

Così il vento demagogo-populista che soffia nelle vele della peggiore e più pericolosa destra internazionale ha spinto fino al 46% del primo turno di ieri Jair Bolsonaro. Un italodiscendente della Toscana, ex capitano dell’esercito apertamente nostalgico della dittatura militare. Omofobo che insinua una minorità delle donne in quanto tali (per non dire ciò che pensa dei gay) e che sostiene che, a parità di funzione, debbano essere pagate meno degli uomini; è accusato di violenza coniugale dalla ex moglie; familista fino a candidare tutti e tre i suoi figli maschi; vuole rendere libero l’uso delle armi come strumento di difesa e vuole reintrodurre tortura e pena di morte.

Tutto ciò è stato possibile perché nella storia le potenze straniere che influenzavano il Brasile con colonialismi e dittature hanno sempre impedito il formarsi di una vera borghesia, per cui quella avida ed egoista che c’è oggi in buona parte non si scandalizza per le posizioni reazionarie e incivili di Bolsonaro. Così Haddad si ferma al 29% e il socialista Ciro Gomes al 12: la sinistra tutta intorno al 41. Il centrodestra tradizionale si assottiglia, invece, al 5%. Il restante 8 va agli altri candidati.
Il quadro ci dice che Bolsonaro ha vampirizzato la destra e, di conseguenza, esaurito la capacità espansiva al secondo turno se non convergerà su di lui tutto il 5% della destra tradizionale rimasta superstite.

Haddad, dunque, con i voti di Gomez, quelli di Marina Silva e di qualche altro candidato minore crescerà. Ma è arduo recuperare per intero 16 punti ed evitare che vadano a Bolsonaro quei voti essenziali alla sua elezione.

La distanza è difficile da colmare e potremmo rivivere l’incubo dell’arrivo alla presidenza brasiliana, addirittura per via democratica, di un esponente della destra autoritaria, reazionaria e militare che pensavamo confinato definitivamente nel passato. E speriamo di non trovarci, domani, anche con un governo italiano che tratta con essa da alleato, come fa già oggi con Orban e il gruppo di Visegrád.

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