Brexit, accordo in bilico. La partita non è chiusa

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Theresa May non sembra avere i numeri in Parlamento per dare il via libera all’intesa

Ieri sono stati pubblicati i dettagli dell’accordo di recesso tra  Regno Unito e Unione Europea  previsto  per il prossimo 29 Marzo 2019. L’accordo arriva dopo due anni e mezzo di negoziati  e dopo vari mesi di stallo sulla complicata  questione del confine tra la Repubblica irlandese e l’Irlanda britannica, l’Irlanda del Nord, un confine che è stato per decenni il quadro di gravi scontri tra cattolici repubblicani e unionisti protestanti. L’accordo prevede la tutela sostanziale dei diritti acquisiti dei cittadini europei già residenti nel Regno Unito e il pagamento dei contributi previsti al bilancio europeo fino al 2020 (circa 60 miliardi di euro). Il Regno Unito dovrà tenere conto delle sentenze della Corte di Giustizia Europea mentre i cittadini europei non avranno bisogno di visto per visitare il Regno Unito. In attesa dei termini della relazione futura tra Regno Unito e UE, che devono ancora essere definiti, il Regno Unito rimane dentro un’unione doganale assieme all’UE fino a che le due parti non si accorderanno diversamente, conferendo quindi a entrambe le parti un potere di veto sull’accordo futuro. Questa clausola costituisce il famoso ‘backstop’ richiesto fin qui dall’UE per impedire il ritorno a una frontiera ‘fisica’ tra le due Irlande e infine accettato dal governo britannico.

A questo punto comincia una fase molto delicata tutta interna al Regno Unito. Per entrare in vigore l’accordo deve essere approvato in Parlamento ma il Governo May è sempre più in bilico: per molti parlamentari conservatori e il DUP, il partito unionista irlandese,  il potere di veto concesso all’UE dall’accordo non costituisce una garanzia sufficiente per evitare la creazione di una frontiera nel mar d’Irlanda, tra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito: una minaccia all’integrità nazionale del Regno Unito. Per questo motivo nelle ultime ore i parlamentari del DUP, sui quali si regge la maggioranza in Parlamento della May, hanno dichiarato che non voteranno a favore dell’accordo mentre stamani si sono dimessi due ministri e due sottosegretari, tra cui lo stesso caponegoziatore Dominic Raab. La premier May, accusata dalla componente più intransigente del suo partito, i cosiddetti brexiteers, di aver concluso un accordo troppo morbido con l’UE,  rischia una mozione di sfiducia interna – per la quale sono necessari 48 deputati conservatori –  il che aprirebbe la porta a scenari molto incerti, che non possono escludere anche le elezioni anticipate o un secondo referendum. Insomma, un enorme pasticcio creato ad opera arte da un partito conservatore intriso di lotte intestine e carrierismi individuali che rischiano di portare il paese alla paralisi. A oggi la May sembra non avere i numeri in parlamento e per approvare l’accordo diventa necessario il sostegno di alcuni parlamentari delle opposizioni. Se l’accordo viene bocciato in parlamento è verosimile aspettarsi le dimissioni della Premier May e dati i tempi ristretti si apre la possibilità  concreta di una Brexit senza accordo, uno scenario di grande incertezza e quindi di costi considerevoli per l’economia britannica e i nostri concittadini residenti in quel paese. A questo punto sembra che solo il senso di responsabilità dei parlamentari britannici e anche la minaccia di elezioni anticipate, richieste dal partito laburista ma temute dai parlamentari conservatori, possano in qualche modo salvare l’accordo sul quale si dovrebbe esprimere la Camera dei Comuni all’inizio di Dicembre. Purtroppo le discussioni con i parlamentari conservatori ‘ribelli’, un numero che varia da 25 a 85, potranno rivelarsi difficoltose dopo che per anni la May aveva fieramente dichiarato che era meglio uscire senza accordo che concludere un cattivo accordo.

Deve ancora essere scritta la parola fine alla storia di Brexit ma a questo punto diventa lecito interrogarsi se sia valsa la pena la ricerca di un’uscita dall’Unione Europea per poi ritrovarsi a sottostare alle regole comunitarie senza poterle influenzare. Nel frattempo, la strada per il governo May è tutta in salita e sembra davvero difficile che arrivi fino a Marzo 2019.

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