Ma a questo punto non era meglio evitare la Brexit?

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Si festeggia per un accordo sulla “fase di transizione”, ma per Londra è un cedimento su tutta la linea. E la questione irlandese provocherà un effetto domino difficile da controllare

Un buon accordo tra Regno Unito e Unione Europea non è mai stato così vicino“. Così, a Bruxelles, il capo negoziatore britannico David Davis ha commentato, insieme alla sua controparte Michel Barnier, l’intesa sul periodo di transizione che durerà dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020. “I cittadini e le imprese – dice Davis – hanno bisogno di certezze per prepararsi al futuro. Oggi c’è una certezza su termini e condizioni”.

Per tre anni non cambierà (quasi) niente. Poi si vedrà

Considerando quindi anche tutto l’anno in corso, prima che la Gran Bretagna abbandoni l’Unione Europea passeranno ancora quasi tre anni. Un periodo in cui il Regno Unito non parteciperà al processo decisionale dell’Ue, pur dovendo applicarne le norme. Londra continuerà a godere di tutti i benefici del mercato unico e dell’unione doganale, sarà soggetta alle decisioni della Corte di Giustizia di Strasburgo e, cosa tutt’altro che secondaria, i cittadini britannici e dei Ventisette che si sposteranno verso i Paesi europei o la Gran Bretagna stessa godranno degli stessi diritti di quelli che sono arrivati prima della Brexit. In pratica, fino a tutto il 2020, nessuna Brexit, solo l’impossibilità di contribuire al processo decisionale da parte di Londra. Cosa succederà tra tre anni? E’ ancora tutto da definire.

La questione irlandese, un nodo irrisolto

Una questione (anzi, la questione) che per ora rimane aperta è quella che riguarda lo status dell’Irlanda del Nord e in particolare la reintroduzione di un confine fisico con la Repubblica d’Irlanda. La questione è nota: per trent’anni su quella frontiera e sullo scontro tra la comunità cattolica e quella protestante dell’Ulster (la parte dell’isola che fa capo a Londra) si è consumata una vera e propria guerra civile (i cosiddetti troubles) che hanno lasciato sul campo migliaia di vittime. La cancellazione di quel confine e la possibilità di passare liberamente da Nord a Sud, sia per le merci che per le persone, è una parte fondante degli accordi di pace del Venerdì Santo del 1998. La sola possibilità che, con la Brexit, la frontiera fisica tra Belfast (Regno Unito) e Dublino (Repubblica d’Irlanda) potesse essere re-istituita, è stata sufficiente a far tornare gli spettri del passato.

Di qui la proposta di salvaguardia, o backstop, formulata da Bruxelles lo scorso dicembre: nessuna frontiera nell’isola di Smeraldo ma una confine doganale nel Mare d’Irlanda. Soluzione inizialmente rigettata da Theresa May, perché “avrebbe minato l’integrità costituzionale del Regno Unito”, e sdegnosamente rispedita al mittente dagli alleati di governo dei Tories, il partito unionista nordirlandese (Dup) che, con i suoi dieci deputati, tiene in vita l’esecutivo conservatore dopo le elezioni anticipate dello scorso giugno. Secondo la leader Arlene Foster, “il riconoscimento di uno status speciale a Belfast sarebbe il prodromo per la riunificazione irlandese“. Un sogno per la comunità cattolica, che già prevede la possibilità di un referendum di questo tipo nel giro di pochi anni, un incubo per quella protestante.

Sta di fatto che, con gli accordi annunciati oggi, sembra che si stia andando esattamente in questa direzione. In primo luogo perché lo stesso Davis ha chiarito che “non ci sarà alcun confine fisico“. E poi perché anche Barnier ha ribadito che, “la soluzione di salvaguardia farà parte del testo dell’accordo per il ritiro del Regno Unito dall’Ue a meno che e fino a che non vengano trovate altre soluzioni per impedire il risorgere di una frontiera materiale”. Il che vorrebbe dire che le questioni interne sollevate qualche settimana fa rimarrebbero aperte: l’esistenza del governo May sarebbe messo a dura prova, la permanenza de facto di Belfast nel mercato unico provocherebbe una reazione a catena di Scozia, Galles e la stessa città metropolitana di Londra che hanno già chiesto eguale trattamento.

Un accordo che (a Londra) scontenta tutti

Quindi, riassumendo: per i prossimi tre anni i diritti dei cittadini comunitari nel Regno non verranno toccati, anzi, verranno estesi ai nuovi arrivati. Il conto che Londra deve pagare è quello pattuito ed estremamente salato. La questione nordirlandese non è risolta e rischia anzi di provocare un effetto domino destabilizzate in tutta la Gran Bretagna. Ciò che succederà dopo il 31 dicembre 2020 è ancora tutto da stabilire.

Davanti a tutto questo, l’entusiasmo dimostrato da Davis appare del tutto ingiustificato. E infatti è criticato da una parte dagli ideologi della hard Brexit che vedono il Regno Unito cedere piano piano su tutta la linea, dall’altra da chi pensa che tutto questo sia stato un macroscopico errore e sogna un secondo referendum che metta uno stop definitivo al processo di uscita. In tanti, a Londra e dintorni, si chiedono: “Ma a questo punto non valeva la pena evitare la Brexit?“.

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