La svolta di Corbyn, il leader laburista apre al secondo referendum

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Labour leader Jeremy Corbyn delivers a speech on Brexit during a campaign stop in Basildon

Un nuovo accordo sull’uscita dall’UE sarà votato il 29 gennaio. Intanto il capo dei labour avverte: escludere il no deal, altrimenti un nuovo voto popolare.

Jeremy Corbyn è davvero pronto a un secondo referendum sulla Brexit? Nella terra d’Albione sembra succedere di tutto in queste ore. La leader della Camera dei Comuni, Andrea Leadsom, ha annunciato che il governo britannico presenterà un nuovo piano Brexit il 21 gennaio, cui seguirà un dibattito e il voto del 29 gennaio. Insomma Theresa May è intenzionata a portare a casa il risultato, nonostante ciò che è accaduto.

 

Brexit, la storia

Proviamo a riassumere le puntate precedenti: nel 2016 il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE sancisce la vittoria dei leave sui remain, ma in due anni non si trova la quadra su come uscire dall’UE. Theresa May, primo ministro conservatore, tratta con Bruxelles un accordo difficile ma a quell’accordo sembra non esserci alternativa se non una ‘Brexit no deal’, cioè un’uscita dall’UE senza nessuna intesa, un salto al buio che potrebbe terrorizzare i mercati e avere dei contraccolpi economici e sociali di non poco conto.

Martedì scorso il parlamento di Westminster va al voto e il risultato è disastroso per May: contro l’accordo votano un po’ tutti, e il governo perde con 230 voti di scarto, una debacle storica. Dopo la mazzata sull’accordo, i laburisti presentano una mozione per sfiduciare il governo, ma ieri la Camera dei Comuni la respinge, permettendo a May di respirare ancora un po’.

 

Nebbia sulla Manica

In questo scenario da caos totale, non è facile fare ipotesi. Corbyn appartiene alla sinistra radicale dei labour, quella per cui l’avversione all’Europa comunitaria ha radici lontane. La sua opposizione all’accordo May si nutre sia della vocazione di una parte del Labour a leggere l’Unione europea come un freno agli obiettivi di stampo socialista, sia di questo sentimento certamente poco sensibile alle sirene di Bruxelles.

Non dobbiamo dimenticarci che il Regno Unito è un paese dove storicamente l’antieuropeismo è trasversalmente presente nella società e nella politica, e attraversa i laburisti così come i conservatori. Attenzione, però: è un antieuropeismo diverso da quello un po’ truce di Salvini o di Orban che strizza l’occhio all’idea fascista di Europa-Nazione. È un sentimento, quello britannico, più simile a un orgoglio nazionale, a una concezione di superiorità isolana che parte dall’impero britannico, arriva alle Falkland e approda direttamente alla Brexit, un sentimento che può benissimo essere sintetizzato nel “Fog in the Channel, Continent cut off”, nebbia sulla Manica, il Continente è isolato.

 

Brexit, l’ipotesi di un secondo referendum

E allora Corbyn cambia idea sull’Unione Europea? No, però, in questo pantano politico in cui si ritrovano tutti i partiti, potrebbe riprendere in mano il pallino. Il leader laburista sta più che altro tastando l’infido terreno in cui un po’ tutti i giocatori britannici si ritrovano a muoversi. Ha già messo sull’allerta May, scrivendole una lettera in cui specifica che la condizione per partecipare ai colloqui con il primo ministro è quella di gettar via dal tavolo della trattativa l’opzione del ‘no deal‘. “Se lei è intenzionata a voler raggiungere un accordo – scrive Corbyn – allora il ‘no deal’ deve essere escluso. Il Cancelliere e il Segretario agli Affari economici si sono mostrati entrambi aperti ad escludere il no deal nella recente conference call. I 4,2 miliardi di sterline stanziati per pianificare il no deal potrebbero migliorare in modo significativo i servizi pubblici, a corto di soldi”.

Corbyn ha anche avvertito che il Labour è pronto a presentare una nuova mozione di sfiducia. In merito all’ipotesi di un secondo referendum, Corbyn è stato, però, abbastanza ambiguo. Ha detto che la “prima opzione” è quella di cercare di convincere i parlamentari a votare per il piano di Brexit alternativo del Labour. Solo se ciò fallisse, si prenderebbe in esame un secondo referendum. “Se il governo dovesse rimanere intransigente – ha detto il leader dei labour – se il supporto all’alternativa laburista fosse bloccato per meri ragionamenti di partito, mentre il paese rischia il potenziale disastro del ‘no deal’, il nostro compito sarà quello di guardare ad altre opzioni di cui abbiamo parlato nella nostra mozione di conferenza, inclusa l’opzione di un voto pubblico”.

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