Terremoto Brexit, ora si dimette anche Boris Johnson

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Dopo il ministro per la Brexit, lascia anche il responsabile degli Esteri: il governo è sempre più in bilico

Un colpo che mette in discussione non solo l’esecutivo, ma la stessa tenuta della maggioranza e degli equilibri all’interno del partito conservatore britannico. Alle dimissioni del ministro per la Brexit David Davis, arrivate nella notte, e dei vice Steve Baker e Suella Braverman, sono seguite quelle molto più pesanti del ministro degli Esteri Boris Johnson.

Una doccia fredda per Theresa May che sta gestendo una situazione a dir poco complicata. Dopo l’accordo raggiunto venerdì in consiglio dei ministri per una linea molto più soft per la Brexit, la premier sperava di essere riuscita – con una posizione dura, molto thatcheriana – a tenere unito l’esecutivo. E invece, dopo qualche giorno di riflessione (anche se Davis meditava e minacciava da tempo di lasciare) il responsabile per la Brexit ha deciso di mollare creando così quell’effetto domino che in molti in queste ore temevano. “Sarei stato fuori posto” ha commentato l’ormai ex ministro britannico secondo il quale non sarebbe stato “sostenibile” il compito di spiegare ai Tory il piano per la Brexit dato che lui era il primo a ritenerlo “non praticabile”. “La persona migliore per farlo – ha detto – è qualcuno che ci crede davvero, non io”. Davis verrà sostituito da Dominic Raab, il 44enne viceministro della Giustizia e in passato elemento di punta nel fronte pro-Leave durante la campagna referendaria del 2016, ma la vera questione ora sarà tenere in piedi un governo sull’orlo dello sgretolamento e un partito, quello dei Tory, in rotta di collisione con la sua leader. Con un Paese che vede sempre più vicine le elezioni anticipate. Dal fronte dei brexititeers sono arrivati già tanti plausi e commenti solidali con la scelta di Davis, tra cui quelli di conservatori di punta come Peter Bone, Andrea Jenkyns e Harry Smith.

E dai laburisti parte l’attacco al governo con il leader Jeremy Corbyn che commenta come le dimissioni arrivino “in un momento così cruciale” a dimostrazione della mancanza di autorità di Theresa May che in queste condizioni “non è in grado di ottenere la Brexit”. “Con il suo governo nel caos – ha aggiunto Corbyn – è chiaro che May è più interessata a temporeggiare per il proprio interesse che a servire il popolo del nostro paese”. La Commissione europea non entra nella questione britannica, ma si limita a confermare il proseguimento dei negoziati con la premier britannica (che ieri ha parlato con Jean-Claude Juncker) per raggiungere un accordo sull’uscita della Gran Bretagna, come ha fatto sapere la portavoce Margaritis Schinas. “I politici vanno e vengono – commenta invece il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk – ma i problemi che hanno creato alla gente rimangono” e “il caos creato dalla Brexit è il più grande nella storia delle relazioni tra Unione Europea e Regno Unito ed è lungi dall’essere risolto”.

Il piano pensato dal governo prevede di creare una zona di libero scambio con il Vecchio Continente per i beni industriali e agricoli, basata su un “regolamento comune”, ma sui servizi – che rappresentano il mercato principale per la Gran Bretagna – si punta alla flessibilità, anche se difficilmente Bruxelles accetterà condizioni di questo tipo.

E se all’interno dello stesso governo l’accordo che sembrava essere stato raggiunto venerdì non sta tenendo, per la prima ministra sarà ancora più complicato avere l’appoggio del Parlamento, sia dalla maggioranza che dall’opposizione. Per i laburisti, che hanno già annunciato il voto contrario, il piano per la soft Brexit che May dovrà negoziare con Bruxelles è “inattuabile”, un “incubo burocratico” e “un pasticcio”. E alcuni esponenti dei Tory hanno già assicurato che, in caso di bocciatura dell’accordo, l’inquilina del numero 10 di Downing Street sarà costretta a lasciare.

 

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