La Brexit perpetua? Alcune lezioni per gli europeisti progressisti

Focus

Bisogna accelerare il processo di integrazione, solo così costruiremo un’effettiva sovranità europea

A Londra il governo May si è incartato. Per ben tre volte la Camera dei Comuni ha votato contro l’accordo di recesso dall’Unione Europea negoziato per oltre due anni tra il governo britannico e l’UE. Per evitare un’uscita disordinata dall’UE, il cosiddetto ‘no deal’, prevista adesso per il prossimo 12 Aprile, la May ha chiesto un’umiliante nuova estensione fino al 30 Giugno che verrà esaminata dal prossimo Consiglio europeo straordinario convocato per mercoledì 10 Aprile.

Il Presidente del Consiglio Tusk si sta già mobilitando tra i vari leader europei per proporre una proroga ‘flessibile’ di un anno per evitare una serie di mini rinvii che potrebbe non aver fine dato lo stallo di Westminster. Ci auspichiamo che la richiesta di estensione venga approvata, non solo per scongiurare il rischio di ‘no deal’ ma perché una rigidità dell’UE potrebbe avere gravi ricadute sull’opinione pubblica britannica, un fattore da tenere in conto data la grande confusione e la possibilità, seppur residuale, di un secondo referendum il cui esito rimane per ora incerto.

In caso di estensione, se i Comuni non approvassero l’accordo entro il 22 Maggio, il Regno Unito dovrà legalmente partecipare alle elezioni europee (il che avrà anche come effetto positivo quello di permettere agli oltre 700 mila italiani residenti nel Regno
Unito di poter votare nei consolati, un diritto che avrebbero perso in caso di uscita).

Al momento sono in corso dei negoziati tra la maggioranza e i laburisti, la principale forza di opposizione. In un sistema politico praticamente bipolare, non esiste una vera tradizione di accordi tra maggioranza e opposizione, estranea alla cultura politica dei due partiti. Ma viviamo tempi nuovi sia per la politica che per le istituzioni, come testimonia per esempio l’iper-attivismo di John Bercow, lo ‘speaker’ della Camera dei Comuni.

Un accordo tra maggioranza e opposizione è difficile ma non impossibile. Lo spettacolo indecoroso dei conservatori ha permesso al partito laburista di recuperare molto nei sondaggi, che lo danno ora al pari se non avanti al partito conservatore. Uno scenario potrebbe prevedere la firma dell’accordo in cambio di nuove elezioni o almeno, come vari esponenti laburisti stanno chiedendo in queste ore, un referendum sull’accordo dopo averlo firmato (se il referendum includerà anche l’opzione di rimanere è tutta da vedere, un punto controverso per gli stessi laburisti).

Inoltre ricordiamoci che la May è stata sconfitta si tre volte ma con margine sempre più basso: 230 voti a Gennaio, 149 a Marzo, 58 l’ultima volta, recuperando voti insistendo sulle conseguenze negative del ‘no-deal’ e promettendo le dimissioni in caso di accordo. Insomma, adesso bastano solo 30 deputati per arrivare alla meta. Detto questo, in caso di estensione lunga verrà meno un fattore di pressione per accettare l’accordo, portandoci forse dentro un regime di Brexit perpetua.

L’esito rimane incerto e non si possono del tutto escludere scenari come un nuovo referendum o elezioni anticipate. A prescindere di come andrà a finire, la lezione fallimentare è chiara a tutti. Dopo quasi tre anni, il paese è più diviso che mai, gli investimenti sono fermi e il partito conservatore si è dimostrato incapace di guidare il paese. La soluzione migliore sarebbe un altro referendum per far tesoro di questi anni.

Ci sono però due lezioni, in parte positive, per gli europeisti progressisti da trarre da questo pantano. Guardando al Regno Unito e al caos della Brexit, sembra che sempre più partiti populisti continentali si stiano spostando da posizioni euroscettiche su posizioni sovraniste: non vogliono uscire dall’Euro o dall’UE ma vogliono arrestare il processo di integrazione e recuperare ‘sovranità’ per gli stati nazionali.

È il caso di Marine Le Pen, la leader del Rassemblement National in Francia, che non auspica più la ‘Frexit’ e il cui motto alle europee sarà ‘On arrive!’ invece di ‘On part!’. E’ il caso della FPO di Strache e Kickl in Austria, dei Democratici svedesi, del Forum per la Democrazia in Olanda e dell’AFD in Germania, che ha rinviato per ora l’idea di una ‘Dexit’ sine die, e ovviamente dei populisti nostrani come la Lega di Salvini.

Queste forze si aggiungono al campo sovranista, dove già si trovano i paesi di Visegrad, soprattutto l’Ungheria di Fidesz e la Polonia del PiS (dati i miliardi di euro che ricevono ogni anno dall’Unione non poteva essere altrimenti). Inoltre per via della Brexit, ma non solo, esiste oggi un unico dibattito politico a livello europeo sulle prospettive future dell’Unione. L’idea di una ‘sfera pubblica europea’ che si auspicavano Jurgen Habermas e Jacques Derrida già nel 2003 a seguito delle grandi manifestazioni in Europa contro la guerra in Iraq è forse diventata realtà?

Ad ogni modo non possiamo abbassare la guardia: i sovranisti possono essere molto più pericolosi degli euroscettici a’ la Farage. L’Unione Europea non è completa: l’Europa sociale esiste solo sulla carta, non esistono strumenti per affrontare le crisi a parte la leva monetaria della BCE, non esiste un coordinamento delle politiche fiscali. La libertà di movimento di persone e capitali senza tutele sociali o un’assicurazione europea dei depositi possono aggravare le crisi invece di risolverle.

I sovranisti vogliono fermare il processo di integrazione mentre siamo a metà del guado. Arrestando il processo di integrazione oggi si avvia il processo di disintegrazione domani. Occorre accelerare il processo di integrazione, solo cosi costruiremo una effettiva sovranità europea, quella nazionale nel mondo di oggi è fittizia.

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