May e Corbyn cercano una via d’uscita. Parla Gualtieri

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Corbyn dice sì a un secondo referendum e May apre a un possibile rinvio, ma con quali prospettive? L’opinione del portavoce dei socialisti per la Brexit

Il 29 marzo, la data fatidica che segnerà l’uscita definitiva del Regno Unito dall’Unione europea, si avvicina, e dalle parti di Londra, dopo la clamorosa bocciatura da parte della camera dei Comuni dell’accordo negoziato da Theresa May, qualcosa di significativo comincia finalmente a muoversi.

Due le notizie, a loro modo clamorose, di queste ore: la decisione del leader laburista Jeremy Corbyn di schierarsi apertamente a favore di un secondo referendum sulla Brexit, e l’apertura, seppur tiepida, di Theresa May a un possibile slittamento della data di uscita dall’Ue.

Il 12 marzo il voto sul nuovo accordo

Ma andiamo con ordine. I tempi stringono e contemporaneamente gli animi si scaldano, per questo oggi, in un breve discorso alla Camera dei Comuni, la premier britannica ha fatto sapere che il 12 marzo – altra data da segnare col circoletto rosso – l’accordo che sta rinegoziando con la Ue sarà messo ai voti e, se venisse bocciato, concederà al Parlamento la possibilità di votare contro il No Deal (un’uscita senza accordo, vista come la peste dall’ala moderata dei tories), aprendo di fatto a un rinvio della data di uscita definitiva.

Una posizione fortemente criticata a Bruxelles dal gruppo dei Socialisti e Democratici, con Roberto Gualtieri, il portavoce dei socialisti per la Brexit, che afferma: “Quello della May è un gioco pericoloso. Votare sull’accordo solo due settimane prima della dead line non è il modo giusto per prendere decisioni serie sul futuro del Paese. Il Parlamento britannico ha già rigettato sia l’accordo, che la possibilità di un no deal. Anziché perdere altre due settimane, perché non si torna a interrogare il popolo britannico? Abbiamo sempre detto che la Brexit era un errore storico e saremmo felici se il Regno Unito cambiasse idea”.

Sul merito dell’accordo, Gualtieri ribadisce a Democratica la posizione dell’Ue: “Come abbiamo chiarito ripetutamente il Withdrawal agreement non è rinegoziabile, e non è possibile introdurre limiti temporali o clausole di uscita unilaterale dal back stop (la clausolea che prevede dei confini non rigidi tra Irlanda e Irlanda del Nord ndr)”. Per l’eurodeputato quello che è possibile “è fornire ulteriori chiarificazioni sulla volontà di trovare soluzioni alternative, che tuttavia attualmente non sono disponibili”.

Corbyn per un novo referendum

Sull’altro fronte, la svolta impressa da Corbyn ai Labour è di quelle clamorose. Dopo anni di tentennamenti e di ambiguità sull’argomento, infatti, il leader della sinistra britannica ha messo finalmente un punto fermo, schierando il suo partito a favore di un secondo referendum. Secondo molti osservatori una decisione presa, più che per convinzione, nel tentativo di evitare altre defezioni dall’ala pro Ue del Labour dopo quelle della settimana scorsa, con otto deputati che hanno deciso di uscire dal partito.

In ogni caso, per Gualtieri, “la nuova posizione ufficiale del Labour party è uno sviluppo molto positivo. D’altronde Theresa May ha in sostanza respinto l’offerta di Corbyn di raggiungere una posizione comune sulla prospettiva di una unione doganale per non spaccare la propria maggioranza, nonostante sul versante dell’Ue tutti noi avessimo indicato che su quella base si sarebbe potuto raggiungere un accordo. La proposta di un referendum tra l’accordo ricercato da May e una no Brexit è quindi logica e giustificata, anche se è difficile oggi valutare le sue effettive chance”.

Ma a quasi tre anni dal clamoroso referendum che squassò l’Europa, dopo le difficoltà e lo spettacolo non sempre edificante che il Regno Unito ha dato di sé, che cosa si è mosso nella società britannica, e quali chance potrebbe avere un eventuale secondo referendum? L’opinione di Gualtieri è che i cittadini britannici hanno compreso che “lasciare l’Unione europea è un esercizio assai più complesso di quanto promesso dai leavers nella loro ingannevole campagna referendaria. Inoltre è maturata una crescente consapevolezza che la cittadinanza europea non è un concetto astratto ma che essa comporta effettivamente una estensione di diritti. Ciò non toglie che, purtroppo, persiste un forte fronte pro brexit in Uk”.

Quanto ai possibili sviluppi, ciò che è verisimile è che il 12 marzo il Parlamento britannico respingerà il nuovo accordo e chiederà una proroga. “La strategia di May è di esercitare la massima pressione possibile per ottenere un voto favorevole – spiega Gualtieri -. Ma fino ad ora questa impostazione non ha funzionato. Per questo, mai come in questo momento tutti gli scenari sono aperti e possibili”.

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