La Brexit che non conviene. Specie agli inglesi

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Il ministro delle Finanze britannico Philip Hammond, ha ammesso: qualsiasi piano di uscita, incluso quello della premier, renderà il Regno Unito più povero

La dura realtà inizia a venire a galla: con la Brexit i britannici staranno peggio. A dirlo sono il governo britannico  e la Banca d’Inghilterra.  Il ministro delle Finanze britannico Philip Hammond, ha ammesso: qualsiasi piano di uscita, incluso quello della premier, renderà il Regno Unito più povero, rispetto a ora come membro dell’Ue. Una confessione che è un ritorno alla realtà per tutto il popolo britannico.

A rincarare la dose ci ha pensato la Banca d’Inghilterra che nelle stime sulle conseguenze della Brexit disegna due scenari catastrofici. In caso di “no deal”, cioè “nessun accordo”, scenario che potrebbe verificarsi qualora il Parlamento britannico bocciasse il piano che May ha raggiunto faticosamente con l’Europa per trascinare Londra fuori dall’Ue il Pil della Gran Bretagna sprofonderebbe dell’8% nel giro di un anno rispetto alla ricchezza prodotta nel Paese nel periodo pre-referendum, e del 10,5% nei cinque anni a venire.

Contemporaneamente il prezzo del case crollerebbe del 30 per cento, la sterlina crollerebbe del 25% e vi sarebbe una inevitabile impennata dell’inflazione al 6,5%; il tasso di disoccupazione raddoppierebbe al 7,5% dall’attuale 4,1%, oltre un inevitabile aumento dei tassi di interesse. Insomma “la peggiore crisi dopo la Seconda Guerra mondiale”.

Ma anche se decisamente migliore le previsioni in caso di accordo non sono comunque rosee: il Pil britannico si eroderà del 3,9 per cento nei prossimi 15 anni. Non solo, perché secondo gli economisti del governo May la capacità di stringere accordi commerciali con altri blocchi mondiali (una delle terre promesse dei brexiters) non porterà alcun vantaggio rispetto al mercato unico Ue.

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