Qualche proposta per i dem a Bruxelles

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Il sistema europeo deve evolvere verso un governo federale parlamentare come elemento essenziale di un processo costituente

Quello che Alberto Ronkey individuò come il fattore “K” che manteneva lontano da Palazzo Chigi il Partito Comunista, oggi è divenuto il fattore “E”, come Europa, che ha mandato in tilt gli eredi del movimentismo europeista e della socialdemocrazia degli anni settanta, quasi tutti da qualche anno lontano dalla stanza dei bottoni o nella migliore delle ipotesi in crisi di identità, come il Partito Democratico. Questo blocco, l’incapacità di spiegare le opportunità della condivisione comunitaria, deve diventare il momento per il rilancio del cammino di Ventotene. Non è facile, noi europeisti siamo diventati quasi dei carbonari, incapaci di raccontare ai nostri concittadini che per amare l’Europa occorre prima amare l’Italia, che l’ha fondata. Ci incontriamo in convegni stanchi e polverosi. Ma ora mobilitarsi per cambiare l’Ue è un passaggio obbligato. Il quadro politico si sta componendo rapidamente e si rischia di rimanere senza un ruolo. 
 
Le elezioni europee avranno pure fatto registrare il successo dei partiti europeisti, ma hanno però anche sentenziato la quasi sparizione del partito socialista francese, le crescenti difficoltà del Spd tedesco, la caduta di Alexis Tsipras in Grecia e la marginalità di formazioni analoghe nei paesi dell’Est. Domenica 26 maggio in molti e cruciali paesi europei, a cominciare dalla Francia e dalla Gran Bretagna, passando per i paesi del gruppo di Visegrad, e per finire con l’Italia abbiamo infine registrato l’avanzata dei partiti sovranisti. Cosa può fare quindi il Pd di Nicola Zingaretti, trovandosi nella paradossale situazione di essere opposizione in patria e maggioranza in Parlamento europeo? Semplice, deve sfruttare questa opportunità e stilare subito una lista di proposte da sottoporre a tutti (tutti) i rappresentanti italiani eletti a Strasburgo. 
 
Il sistema europeo deve evolvere verso un governo federale parlamentare come elemento essenziale di un processo costituente, mettendo fine alla deriva intergovernativa, che ha dato luogo ai nazionalismi che ben conosciamo. Occorre perciò sostenere con forza lesigenza democratica secondo cui il nuovo Presidente della Commissione debba essere scelto ed eletto da unampia maggioranza nel Parlamento Ue, rispettando il dettato del Trattato sul funzionamento dell’Ue che stabilisce come rappresentanti del PE e del Consiglio europeo devono consultarsi, prima della decisione del Consiglio europeo, sul profilo del nuovPresidente per tener conto delle elezioni europee”. Dunque i governi dovrebbero consultare prima i neo parlamentari europei e non dopo. Passaggio non scontato
 
E prima di individuare un nome per la Commissione, sia Merkel, Vestager, Barnier o chicchessia, occorre che i partiti europeisti che hanno raggiunto una solida maggioranza a Strasburgo raggiungano un accordo di legislatura sulle principali priorità dellAgenda Strategica 2019-2024. Come componente del Consiglio di presidenza del Movimento Europeo faccio mie alcune indicazioni emerse dall’ultima riunione del suo board.  
Il Programma di governo europeo deve includere in particolare: a) impegni concretsullAgenda 2030, la realizzazione deglObiettivi dello Sviluppo Sostenibile e il rispetto degli Accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico; b) la revisiondegli strumenti della governance economica  a partire dal Patto di Stabilità e Crescita del 1997 fino ai successivi accordi adottati dopo il 2011 (Six Pack, Two Pack, Fiscal Compact, Semestre Europeo) – per finire alla costituzione di un Ministro unico del Tesoro e all’emissione di Eurobond; c) l’adozione di uSocial Compact che crei le condizioni per un mercato unico del lavoro e l’istituzione di un Reddito di cittadinanza europeod) il varo di un bilancio quinquennale che punti al rilancio degli investimenti e della crescita che riducano la crescita delle disuguaglianze, con l’introduzione della Golden Rule sullo scomputo degli investimenti dal deficit ai fini di Maastricht; e) l’adozione dellrevisione del Regolamento di Dublino sulle migrazioni e lasilo, con programmi di ricollocazione vincolanti, pena la perdita dei fondi europei per gli inadempienti; f) infine la legislatura che parte dovrà per forza essere costituente, per dare vita ad una vera politica di riforme condivise, dalla difesa comune allo stato sociale. In questo quadro servirebbe sostenere lconvocazione di assise interparlamentari sul futuro dellEuropa” che potrebbero aver luogo proprio in Italia, a Roma, dove si è firmato l’omonimo Trattato nel 1957. 
 
Non sono passaggi semplici ma rappresentano le riforme necessarie per uscire dal guado in cui tutta l’Unione Europea è finita, preda della paura e della sindrome del nemico alle porte. Che alberga dentro di noi. Scacciamolo coi fatti. 

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