Dai neurobiologi a Buccirosso, ecco gli strani labirinti del Male

Focus

In una sarabanda di imprevisti, ideali istituzionali da difendere e torbide pozzanghere di vita familiare in cui non inzaccherarsi un uomo di Stato si scoprirà fragile

Il male assoluto non sembra esistere, non almeno in una precisa manifestazione, in una precisa epoca storica o in un preciso contesto etnico-geografico che possano fare da collettore della sua “purezza” o “essenza”. In questa direzione, la definizione di male come “erosione empatica” utilizzata dallo psicopatologo britannico Simon Baron-Cohen in “La scienza del male” (Raffaello Cortina) sembra essere particolarmente calzante, soprattutto alla luce del fatto che, come dice, “l’empatia somiglia più a un dispositivo variatore di luce che a un interruttore tutto/niente” – dunque, rifugge da categorie apodittiche in campo etico visto che, come sottolinea lo stesso autore, a Hitler si sono affiancati nei secoli, e fino all’altro ieri, altri esempi di macelleria umana non meno luridi e inaccettabili: dall’eccidio con esproprio di beni di un milione e mezzo di armeni da parte dei turchi, ai massacri dei soldati ribelli dell’Uganda, ad analoghe crudeltà in Congo, fino a casi terribili di segregatori e killer seriali.

“Il “male” è ciò che sfida e disintegra quell’intelligibilità che rende vivibile il mondo”, conferma Baron-Cohen: il “crimine” lo circoscriviamo meglio perché è il trasgredire a una legge stabilita, e anche il “peccato” in quanto deviazione dal comandamento divino, ma il “Male” sembra appartenga all’incollocabile. Su un’analoga lunghezza d’onda il bel libro del neurobiologo e neuropsichiatra francese Jean-Didier Vincent che in questo suo “Biologia del potere” appena uscito (Codice edizioni, pagg. 199, euro 20) coglie, con metodo che unisce scienze mediche e archeologia del sapere di matrice foucaultiana, un nesso inaggirabile fra costruzioni politico-culturali, dispositivi di controllo, condizionamenti del sistema, e, sull’altro versante, circuiti chimici, neurotrasmettitori, aree specifiche del cervello, millenari arcaismi del nostro comportamento, recettori e sensori radicati negli equilibri fisiologici dell’organismo. Siamo, insomma, ontologicamente, costitutivamente tesi a certe modalità antropologiche, ma le logiche che le scatenano si aggiornano nel tempo con gli avanzamenti della tecnica e gli incrudelimenti delle governance che ci sovrastano.

L’idea portante, seppur impopolare, potrebbe essere allora che, pur di fronte al più cruento dei delitti, alla più letale manifestazione delle nostre libertà, o, viceversa, alla più specchiata delle possibili difese delle norme vigenti e delle virtù più timorate, si possa essere di fronte a uno spinoso coacervo di schegge del passato, intermittenze del sentire, predisposizioni fisiche o cerebrali, rimescolii dei nostri vissuti, scricchiolii dei nostri quadri di riferimento, tali da orientare la volontà verso l’uno o l’altro degli esiti, verso l’eterno dualismo della Normalità e della Patologia. Il mondo letterario, teatrale, “crime”, vive di questi adrenalinici andirivieni della ragione, di questa scompostezza del prevedibile e dell’ordinario. Come nel recente giallo di Giovanni Valentini “La donna nella valigia” (Sem Libri) dove tutto ruota intorno a un bagaglio gettato in mare che contiene il corpo nudo e straziato di una donna, di cui vanno assolutamente ricostruiti trascorsi e relazioni. O come nel bel debutto thriller del mantovano Alberto Beruffi “Una ragazza cattiva” (Newton Compton, pagg. 442, euro 9,90), che guadagna in nuance poetiche e nostalgiche laddove non perde in suspense e nei rovesci di una caccia all’assassino che tiene col laccio alla gola fino alla fine. In una maniera stilisticamente ponderata che talvolta, però, fa sentire la mancanza dei primi piani dell’efferatezza e delle soggettive di chi sta tramando nell’ombra lasciando una lunga scia di sangue dietro di sé, il romanzo festeggia proprio l’importanza del passato e del suo scavo per illuminare gli orrori del presente. Il primo cadavere, infatti, viene rinvenuto in un autogrill, è una ragazza strangolata il cui corpo appare circondato da una strana oggettistica vintage che poi, nel prosieguo dell’azione investigativa, si capirà essere il corredo sinistro di tante altre giovani morti, tutte collegate a un collegio dove studenti e professori si erano ritrovati negli anni ’80 all’epoca del liceo, stagione di Vasco, dei poster, delle hit parade, e dei primi Commodore. E sono proprio i rancori, le ansie di vendetta, le amicizie tradite, gli amori spezzati come boccioli in fiore a guidare la mano del perverso esecutore degli omicidi fino all’imprevedibile sipario finale.

Cala il sipario dopo due ore di battute esilaranti e di abbozzi di complessità umana, anche su questo “Colpo di scena” (alla Sala Umberto di Roma fino a domenica), scritto diretto e interpretato da un Carlo Buccirosso in formissima che così spiega nelle note dello spettacolo l’andamento iniziale della vicenda tragicomico-poliziesca: “In un classico commissariato di provincia, il vice questore Armando Piscitelli, conduce da sempre il proprio lavoro nel rispetto del più integerrimo rigore, con la consapevolezza di svolgere le mansioni di garante dell’ordine pubblico e difesa della sicurezza del cittadino con la tenacia e la fede di un missionario, inviato dal cielo esclusivamente per ripulire la terra dalle nefandezze degli uomini scellerati che minacciano la gente cristiana che vorrebbe condurre in pace una vita serena…”.

In una sarabanda di imprevisti, gaffe degli agenti del suo reparto, ideali istituzionali da difendere e torbide pozzanghere di vita familiare in cui non inzaccherarsi troppo il cuore, lo stesso irreprensibile uomo di Stato si scoprirà fragile di fronte a uno tsunami emotivo che gli proviene da un padre in piena senilità e da un malandrino dai tratti “misteriosi” che insegue da anni. Una strana, cattiva Giustizia lo scoprirà in un’alba di sparatorie più infelice di quanto un asettico meccanismo colpa-punizione possa mai garantire a chi lotta contro la Malvagità, i cui fantasmi sono sfuggenti e non temono, spavaldamente, la concretezza di celle proiettili e manette.

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