Non basta la laurea, i docenti vanno formati

Focus

Se Bussetti vuole aiutare i docenti non ne dequalifichi la formazione, non è un regalo, lo sappia chi è neolaureato, piuttosto ne aumenti gli stipendi,

Alzi la mano chi non pensa che la qualità della formazione e della selezione dei docenti sia la chiave per una scuola migliore. Pochissimi. Alzi la mano chi non pensa che oggi insegnare ed educare esiga competenze professionali immense. Pochissimi. Alzi la mano chi sa che nella passata legislatura si è portata a compimento una riforma del sistema di formazione e selezione dei docenti. Pochissimi.

Alzi la mano chi sa che comunque quella riforma proveniva da una riflessione sul tema di almeno 40 anni, che è stata discussa e ridiscussa con il mondo della scuola e con il mondo accademico, addivenendo a una formulazione condivisa e dunque forse in pochi la conoscono proprio perché non ci sono state grandi proteste.

In realtà qualche mano si alza contro: quella di chi ritiene la professione di insegnante un ripiego, un collocamento per laureati, anche bravi nelle loro discipline, per carità, ma che trovano “comodo intanto sistemarsi in un mestiere che assicuri uno stipendio e che tutto sommato esige poca fatica, tanti privilegi e la scia tanto tempo libero”. Affermazione tanto discutibile quanto diffusa quanto in realtà poco aderente.

Sono gli stessi che poi, entrati a scuola senza reali attrezzi del mestiere, nel giro di dieci anni o meno, entrano in burn out, perché lo stipendio è basso, la fatica tanta (e se non sai insegnare la fatica è tripla), i privilegi pochi, il tempo libero ancor di meno, e, una volta che se ne sono accorti, guai a dirlo: non ci sarà nessuno fuori dalle pareti della scuola a raccogliere lo scontento per la scoperta. Non ci crede nemmeno la sorella.

Sapete chi alza la mano? Bussetti, che vuole smontare la riforma e tornare al vecchio modello per cui basta una laurea per diventare insegnante. No, non basta sapere per sapere insegnare. Non basta essersela posta come missione, avere il sacro fuoco della conoscenza, se a quel fuoco non si aggiungono competenze e conoscenze professionali. Come non basta conoscere a memoria Romeo e Giulietta per trasformarsi in Vanessa Redgrave. Non basta conoscere solo la propria disciplina, precondizione necessaria: se non si è capaci di costruire e guidare in modo sapiente e professionale adeguati processi di insegnamento e apprendimento, tale conoscenza serve a poco. A maggior ragione oggi.

La riforma appena approvata che Bussetti vuole eliminare prevede che dopo laurea (laurea, non diploma, laurea) e concorso (con numeri definiti su fabbisogno e dunque con percorso certo) ci siano tre anni di formazione teorico pratica, tre anni di studio specifico e di tirocinio in “corsia” per maturare necessarie competenze professionali, didattiche, pedagogiche, psicologiche, digitali e altro prima di entrare in ruolo. Un modello che credo incontri non solo il favore del mondo della scuola e dell’accademia, ma soprattutto quelle degli studenti e delle famiglie.

L’obiettivo è quello ovvio di pensare allo studente, alla qualità della sua formazione e dunque al Paese e non al collocamento veloce dei laureati, da capitalizzare in manciate di voti, vero motivo per cui Bussetti smonta la riforma.

Posto che sia legittimo volersi collocare, una maggiore professionalizzazione del mestiere dell’insegnare aiuta soprattutto i docenti, è un mestiere duro e difficile, e avere attrezzi del mestiere serve in classe ma anche fuori dalla classe, per la necessaria valorizzazione sociale e civile di questa figura.

Se Bussetti vuole aiutare i docenti non ne dequalifichi la formazione, non è un regalo, lo sappia chi è neolaureato, piuttosto ne aumenti gli stipendi, perché è giusto chiedere di più oggi agli insegnanti, ma è giusto anche dare di più.

Rimango sempre perplessa di fronte alle retoriche sull’insegnante eroe di cui vagheggiano alcuni come premessa per un elenco di parole, pregiudizi e azioni poco adeguate: è la via per la dequalificazione del sistema in realtà. Io voglio un sistema d’istruzione in cui tutti i docenti siano formati bene e selezionati meglio per fare professionalmente un mestiere cruciale per tutto il Paese, come normalità, non come eccezione. Tutti. Dal centro delle città alle periferie, alle aree interne, dal liceo del centro alla scuola professionale di frontiera. Con lo stesso standard alto di qualità, professionalità e anche di reputazione e strumenti per quella scuola.

I più questa questione non la conoscono, i più non conoscono nemmeno l’esistenza della riforma. Chiedo a chi legge di farsi carico anche della diffusione dell’informazione adeguata. Questo governo non ha tra i suoi obiettivi il far grande l’Italia del Sapere, della Conoscenza, della Cultura e dell’Arte. E nemmeno quello di fare grande la Scuola della Costituzione, della qualità, della solidarietà e dell’inclusione, perché per farla ci vogliono fatica e competenze; Bussetti e Pittoni, con la sua terza media, hanno in testa un chiaro modello gentiliano selettivo, escludente e gerarchizzante, in cui basta un docente di qualità minima: basta poco per escludere. Non è il nostro modello. Abbiamo in mente di prenderci cura di tutti non di fregarcene, di portarli in cima tutti. Per far questo ci vuole un corpo docente qualificato. Scuola, sapere, competenze, cultura, arte sono le vie per la grandezza del nostro Paese, non solo culturale e civile, ma anche economica e sociale.

Allora io vi chiedo, lo chiedo dentro il PD ma anche a chi è fuori dal PD: tra le battaglie da fare affinché non vada in porto il disegno preciso di portare indietro l’Italia, ci sia anche quella della difesa del nuovo sistema di formazione e selezione dei docenti. E’ una battaglia per l’Italia. Perché oggi più che mai abbiamo bisogno di docenti bravi, formati bene, motivati, professionali e, lasciatemelo dire, contenti.

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