Le ragazze mondiali che rompono gli stereotipi

Focus

Ci voleva un Mondiale organizzato finalmente con tutti i crismi a consacrare anche in Italia un cambiamento frutto di sacrifici, umiliazioni e tanta tenacia

C’è una generazione di bambine cresciute col sogno di giocare a calcio, tra mille discriminazioni e le legittime preoccupazioni dei genitori, perché se c’è una cosa che tutti negli anni ‘90 sapevano è che il calcio è uno sport da maschi.
A sei anni, nel campetto dietro casa, imitavo le gesta gloriose di Holly e Benji sognando di giocare in Nazionale, senza sospettare che di lì a poco se avessi continuato mi avrebbero definito “maschiaccio”. Chissà se la stessa cosa non sia successa a Sara Gama, straordinaria capitana della nostra nazionale.

 

Oggi, nel 2019, in Francia si disputa un mondiale femminile destinato a dimostrare tutta la pochezza di quegli stereotipi. La gara inaugurale disputata al Parco dei Principi è stata seguita da 48mila spettatori: una cifra impensabile fino a qualche anno fa. La prima gara della nazionale italiana ha catturato l’attenzione di tutto il paese, facendoci soffrire ed esultare per quelle campionesse poco più che sconosciute solo qualche ora prima. Per un pomeriggio intero, sui social si sono celebrate coralmente la doppietta di Barbara Bonansea e la sua esultanza “alla Totti”: nessun eco per i pochi haters in cerca di celebrità a basso prezzo.

La vittoria di ieri contro una nazionale forte come quella australiana (le temutissime Matildas – nome derivato da una nota canzone popolare) non nasce dal nulla: è il frutto di un percorso che, grazie ad alcuni dirigenti illuminati e alla determinazione di ragazze che solo sulla carta non sono ancora considerate professioniste, si è sviluppato lungo anni complicati e faticosi. Le frasi infelici di Tavecchio (“basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche”) e altri sembrano ricordi lontani, eppure non è passato molto tempo.

 

Ci voleva un Mondiale organizzato finalmente con tutti i crismi del caso, ci voleva la televisione, ci voleva la maglia azzurra a consacrare anche in Italia un cambiamento frutto di anni di sacrifici, umiliazioni, cadute e tanta tanta tenacia.
Affinché questo Mondiale ci lasci però qualcosa di più della semplice soddisfazione di tifosi che vedono finalmente una Nazionale all’altezza delle proprie attese – per carattere, tecnica e disposizione tattica – occorre che anche la politica tragga qualche conseguenza da ciò che evidentemente sta crescendo nella coscienza degli italiani.

Domani inizierà in Commissione Cultura la discussione della delega sullo sport che il sottosegretario Giorgetti ha fortemente voluto: insieme ai miei colleghi – in particolare Andrea Rossi, Luca Lotti e Maria Elena Boschi – abbiamo sfidato lui e il governo anche sul terreno delle pari opportunità. Se la visibilità di un Mondiale servirà a far considerare finalmente queste campionesse non più dilettanti, ma professioniste quali sono, potremo dire che per una volta la politica avrà saputo ascoltare.

Nel frattempo, naturalmente, godiamoci lo spettacolo di queste ragazze mondiali e gli occhi delle migliaia di bambine che oggi, guardandole, si sentiranno libere di coltivare i loro sogni. Non maschiacci, ma piccole grandi campionesse. Lo sport nella storia di questo paese ha saputo anticipare e provocare cambiamenti epocali. Chissà che non riesca anche questa volta a farci fare il necessario salto in avanti nei rapporti tra uomini e donne.

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