Il calcio italiano è da rifondare, tre modelli da cui ripartire

Focus

Per il nostro movimento è l’anno zero. Se si vuole imprimere una svolta, ora o mai più. Ecco come hanno fatto in Francia, Germania e Belgio

Novembre 1993, Parco dei Principi di Parigi. Emil Kostadinov, centravanti bulgaro che non si può dire abbia rivoluzionato il mondo del calcio, condanna la Francia. Per la seconda volta nella storia, i transalpini non partecipano alla fase finale di un mondiale di calcio. Una vergogna, un’onta nazionale, un dramma. Quella Bulgaria è la nostra Svezia, anche se stiamo parlando di un livello di calcio totalmente diverso. Da quella sconfitta nacque la Francia che ospitò e vinse i mondiali cinque anni dopo.

Luglio 2006. Westfalen Stadion di Dortmund. Prima Fabio Grosso e poi Alessandro Del Piero a una manciata di secondi dal termine della semifinale mondiale tra Italia e Germania condannano i padroni di casa e lanciano gli azzurri verso la finale di Berlino. Quella vittoria è l’ultimo vero guizzo del calcio italiano a livello mondiale. In quella sconfitta c’è già il seme della rinascita del calcio tedesco, che sarebbe diventato dominante negli anni a venire.

Giugno 2002, Kobe, Giappone. Ronaldo e Rivaldo eliminano agli ottavi di finale dei mondali in Giappone e Corea del Sud il Belgio. E’ l’ultima partecipazione al mondiale dei Diavoli Rossi, prima di una pausa lunga dodici anni. Nel 2006 e nel 2010, infatti, il Belgio, invece di andare in Germania e Sudafrica, resta a casa. In quegli anni, l’avremmo scoperto dopo una decade, si stava preparando la grande rivoluzione del calcio belga, che oggi ci consegna – ormai da alcuni anni – una delle nazionali più forti in Europa e nel mondo.

Oggi il nostro calcio si interroga su come ripartire dopo il disastro. Il suggerimento è quello di fermarsi e studiare quello che è stato fatto all’estero. Francia, Germania e Belgio sono solo tre esempi. Non si tratta solo di questioni tecniche, tutt’altro. Rilanciare il movimento significa investire e sposare nuovi modelli di business, capire la società in cui viviamo e avere il coraggio e la lungimiranza di scommettere sul futuro.

Il calcio francese è morto e risorto almeno tre volte. La prima rinascita arrivò con le idee di un commissario tecnico, Michel Hidalgo, in panchina dal ’76 all’84: con una generazione di grandi giocatori capitanati da un fuoriclasse come Michel Platini, il calcio offensivo di Hidalgo portò in Francia un titolo europeo nel 1984, in mezzo a due semifinali Mondiali in Spagna e Messico, dopo oltre un decennio di flop in serie.

Fu l’apice di una generazione di talenti, tra i quali Rocheteau, Trésor, Giresse, Fernanàndez, che abbandonò tutta insieme, senza che ci fosse un ricambio. Chi venne dopo non era pronto: tra l’88 e il ’94 la Francia non andò ai mondiali, saltò un europeo e da un altro uscì al primo turno. Ma in mezzo a queste disfatte mise le basi per il futuro con una riforma lungimirante che avrebbe dato i suoi frutti una decina d’anni dopo: nel 1987 fu inaugurato il Centro tecnico federale di Clairefontaine, voluto dal presidente Sastre e gestito direttamente dalla Federazione, dove i migliori ragazzini tra i 13 e i 15 anni residenti nella zona di Parigi vengono allenati sulla tecnica, la tattica e l’educazione dentro e fuori dal campo, per due anni super intensi. Qui sono sbocciati i talenti di Henry, Gallas, Anelka, Saha, Diaby, Matuidi, e di recente un certo Kylian Mbappé.

Negli altri centri costruiti in tutte le zone del Paese si fa lo stesso, tenendo i giovani vicini alle loro famiglie, e si continua a investire: circa 30 milioni di euro negli ultimi 13 anni. I risultati? Il 20% dei giocatori usciti dai centri federali diventa professionista, la metà in Ligue 1. Oggi la Francia, finalista agli europei lo scorso anno, è una delle favorite per il titolo in Russia grazie a una schiera di enfant prodige nati negli anni Novanta che sanno giocare a pallone come pochi altri. Una Nazionale che vent’anni fa ha fatto dell’immigrazione una risorsa: la “generazione d’oro” di Zidane Thuram era anche la prima “black, blanc, beur”, resa grande anche dai figli degli immigrati arrivati dalle ex colonie. Con quella squadra “nera, bianca e araba” il ct Aimé Jacquet vinse il Mondiale del ’98, il successore Lemerre l’Europeo del 2000.

Mentre la Francia ci batteva al golden gol con Trezeguet, la Germania meditava su come rinascere dopo il proprio fallimento. Loro che al mondiale ci sono sempre andati hanno vissuto il dramma nazionale proprio in quell’Europeo in Belgio, eliminati ai gironi con un punto in tre partite contro Romania, Inghilterra e Portogallo. Era il preludio di un cambiamento epocale, che nel 2014 avrebbe riportato la Coppa in Germania dopo un secondo e due terzi posti iridati. La Dfb, la Federcalcio tedesca, nel 2001 stravolse i settori giovanili: obbligò le società di Bundesliga e Bundesliga 2 a dotarsi di una squadra in tutte le categorie a partire dagli under 12, pena la revoca della licenza. E dall’under 16 in poi in ogni rosa dovevano esserci almeno 12 potenziali nazionali.

Sulla scia di quella francese, la federazione tedesca ha costruito 366 centri federali per ragazzini tra gli 11 e i 14 anni, tutti vicino casa (anche qui, i bambini vengono lasciati crescere in famiglia). Si punta tantissimo sulla tecnica individuale e un po’ sulla tattica, non il contrario. I più bravi accedono in uno dei 45 centri di eccellenza dove proseguono la formazione tra i 15 e 18 anni. E così il calcio tedesco continua a produrre talenti a raffica.

A pensare questa riforma fu Berti Vogts nel 1998, lo stesso ct che aprì le porte della Nazionale ai tedeschi di seconda generazione: “La nostra squadra – annunciò – sarà multiculturale: chi ha un passaporto tedesco sarà convocabile. Da un punto di vista legale non è vietato, e sul piano sportivo è necessario”. Venne pian piano il tempo di Ozil, Khedira, Gundogan e Emre Can, tutti di origini turche, di Boateng, per metà ghanese, e di Mustafi, di origini albanesi, ma anche di Sané, figlio di un calcatore senegalese, e dei polacchi Klose e Podolski, diventati eroi nella loro seconda patria.

Se c’è una nazionale che ormai da alcuni annoi sta stupendo il mondo, questa è sicuramente il Belgio. La selezione oggi guidata da Roberto Martinez è un mix di classe, eleganza, potenza e strapotere tecnico: una nidiata di fenomeni con un’età media intorno ai 27 anni, un presente di successo e un futuro roseo. Per il Belgio, 11 milioni di abitanti nel cuore dell’Europa, è probabilmente la più forte nazionale di sempre. Per farsi un’idea del livello, basti pensare che uno degli esclusi eccellenti (non senza polemiche) delle ultime convocazioni è Radja Nainggolan, uno dei centrocampisti migliori d’Europa, in rotta con il ct.

Per chi si stesse chiedendo come sia possibile che una nazionale senza una tradizione stellare possa prepotentemente iscriversi tra le possibili padrone del mondiale, la risposta sta tutta in una decisione presa dalla federazione alcuni anni fa. L’ultima partecipazione dei diavoli rossi alla più importante competizione sportiva del pianeta risale al 2002. Non certo un ricordo memorabile, soprattutto se sommato al flop dell’europeo del 2000 giocato in casa. Fu allora che la federazione belga decise di cambiare. E fu una vera e propria rivoluzione.

Dopo il 2002, i dirigenti nazionali hanno deciso di ricominciare dalla base, iniziando a studiare le scuole calcio del Paese. Una scelta difficile: puntare sui giovani e lasciar perdere la nazionale maggiore per qualche anno. E infatti per dieci lunghi anni il Belgio è scomparso dai radar del grande calcio. Salvo poi rientrarci di prepotenza dal 2012. Il deus ex machina di questo miracolo calcistico è stato l’ex dirigente tecnico della federazione belga Michel Sablon.

“Fino a qualche anno fa – ha spiegato Sablon in un’intervista a Euronews – dopo gli otto anni, i bambini giocavano da subito undici contro undici. Abbiamo notato che i giocatori non toccavano palla, correvano per il campo senza piacere. Quindi abbiamo modificato gli allenamenti: prima cinque contro cinque fino a 7 anni, poi otto contro otto fino a dieci anni e solo in seguito undici contro undici”. I dirigenti nazionali hanno battuto a tappeto tutto il Paese per anni, condividendo le loro linee guida con i club più importanti (Anderlecht, Genk e Standard Liegi) e convincendoli ad adottare metodi di allenamento comuni. “Ci sono voluti dieci anni – ha riconosciuto Sablon – ma non è un caso che ora tutti questi giovani abbiano trovato i loro successi”.

I successi della nazionale hanno ricadute positive anche sulla situazione politica del Paese spaventato dalla minaccia terroristica e da sempre spaccato a metà (non solo geograficamente) tra l’anima francofona e quella fiamminga. Questa squadra, piena zeppa di giovani immigrati di seconda o terza generazione, sta contribuendo a restituire un’identità non solo al suo calcio ma anche al suo popolo. Una lezione per tutti, a partire dalle istituzioni, sportive e non, di casa nostra.

Le tre “storie” raccontate qui sono solo tre esempi di come un movimento possa ripartire da zero per costruire un modello di successo. E’ stato detto da molti che per il calcio italiano siamo all’anno zero. Questo è il momento di buttare il cuore oltre l’ostacolo, se si vuole imprimere una svolta a tutto il sistema questo è il momento. Ora o mai più.

 

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