Quando qualcosa è gratis, il prodotto sei tu. Ma la soluzione c’è: blockchain

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Solo la tecnologia può venirci in soccorso, e le blockchain di Bitcoin ed Ethereum possono essere una soluzione

Caso Cambridge Analytica, in breve: sono stati rubati a Facebook i dati di 50 milioni di utenti, e questa società ha fatto microprofili di pubblico, aiutando l’espansione del fenomeno delle fake news durante le elezioni di Trump e riguardo alla #Brexit.

Il furto di questi dati è la punta di un iceberg che sta minando la democrazia occidentale (a conti fatti l’unica democrazia ad oggi possibile, come dimostrano le recenti elezioni russe).

La fuga dei nostri dati personali, a tecnologia data, è inevitabile. Si tratta di un uso improprio delle copie cache date dai content delivery network (server che copiano i dati e ne accelerano la distribuzione) di Casaleggio in Italia, che tiene in pancia copie cache dei principali social network, alla fuga di notizie e dati avvenuta con Prism (ricordiamo infatti che Snowden era un contractor privato di NSA, non un dipendente dell’agenzia). Sì, perché quando in un sistema informatico i dati sono in chiaro esiste sempre la possibilità di fuga del dato stesso, soprattutto quando Cisco e gli altri produttori di software di rete sono obbligati dal patrioct-act a inserire back-door nel loro codice e a non poter rivelare alla stampa di averlo fatto.

Quando un dato viene salvato in chiaro, esiste sempre la possibilità di un suo utilizzo più o meno fraudolento, e non ci salverà certo un miglioramento delle condizioni e dei termini di utilizzo dei servizi digitali. Proprio in questi giorni Snowden ha twittato definendo Facebook il più grande mezzo di sorveglianza di massa, altroché social network.

Breve deviazione. Nei primi anni 2000, iniziò a diffondersi la teoria del PENC: Politica ed Esteri Nessun Clic. Era la prima analisi di quello che stava diventando il giornalismo, cioè la colonna destra di repubblica.it. L’analisi che si fa a partire dal PENC, e ci porta ai giorni nostri, mostra, per sommi capi, come il giornalismo abbia seguito il mercato molto più di altri strumenti: ha abdicato alla doppia conferma dei fatti da fonti indipendenti per riportare i tweet dei politici o delle star. È diventato megafono acritico di quello che interessava al proprio pubblico. Ma come scoprire cosa interessa al proprio pubblico? E chi è il proprio pubblico?

L’impostazione tipica di chi vede nei media il nemico, è quella di sostenere che un messaggio penetri automaticamente nel soggetto che lo riceve. Questa è una impostazione definita “teoria del proiettile magico” (o della siringa ipodermica): un’impostazione superata già nei primi 30 anni del novecento (in particolare grazie alla teoria degli opinion leader, sviluppata a partire da una serie di elezioni americane degli anni ’30).

Un modo diverso di considerare i media si afferma poi a partire dagli anni ’80. All’interno della corrente della New Audience Research, c’è uno studio molto interessante che dimostra come pubblici diversi abbiano un modo diverso di recepire, ad esempio, un importante show televisivo come Dallas. A seconda del pubblico ricevente, cambiano le sensazioni che suscitano storie e personaggi. Tramonta dunque la teoria del proiettile magico, e la forza taumaturgica della potenza televisiva come unico fattore decisionale dell’elettorato. Il pubblico è qualcosa che ha valori propri, convinzioni, ideologie: resiste e reinterpreta il messaggio, lo cambia e lo stravolge.

Come è possibile allora che le fake news contemporanee influenzino così tanto il dibattito? Lo diciamo da tempo, le fake news non sono una novità: basti pensare ai Protocolli dei Savi di Sion. Ciò che è cambiato è il modo in cui la comunicazione (vera o falsa che sia) impatta sul pubblico.

Abbiamo ceduto inconsapevolmente i dati che riguardano chi siamo, quali siano le nostre preferenze, le nostre opinioni, le nostre convinzioni profonde. Abbiamo ceduto sovranità su chi siamo. Pensavamo di essere protetti, perché non vedevamo il buco che stavamo aprendo nel muro di casa nostra. Perché quando navighiamo, oggi, non ci proteggiamo: lasciamo a disposizione di privati e agenzie governative ogni sorta di capacità di profilazione.

Questo ha consentito a Cambridge Analytica, e ai russi, di instradare fake news profilate su pubblici pronte a riceverle. È la più grossa minaccia che la comunicazione fa alla democrazia dai tempi di Joseph Goebbels.

Grazie alle filter bubble, al raggruppamento spontaneo di micro-pubblici fortemente tematizzati, grazie alla diffusione artificiale di notizie false all’interno di quei gruppi e al concetto di balance (in italiano, par condicio) tra diverse opzioni nel racconto giornalistico, la funzione di garanzia del giornalismo e del sistema informativo che parte dal digitale si è letteralmente frantumata.

È importante restare concentrati: dati salvati in chiaro, furto di dati, agenzie governative che spiano cittadini e stranieri, agenzie di produzione di notizie false, società che scandagliano e fanno data mining su grandi quantità di informazioni (big data) e aggregati di micro-pubblici su cui veicolare messaggi pronti ad essere ricevuti. È il combinato di tutti questi fattori che ha causato l’onda populista (insieme ad altri fattori socio-economici più tradizionali, dei quali, però, l’onda populista ha contribuito in maniera netta a dare una lettura fortemente distorta, costringendo alla rincorsa anche le forze politiche più responsabili).

Vaccini, terre piatte, propaganda anti-europea, character assassination, proposte irrealizzabili, razzismo, discriminazione al contrario, shitstorm: chi più ne ha più ne metta.

Ora, chi non vuole arrendersi ha davanti due strade: combattere gli avversari con le medesime armi, oppure, come diceva il grande Larry Brown, “play the right game”. Solo che a giocare dentro le regole, in questo mondo, si perde.

Solo la tecnologia può venirci in soccorso, e le blockchain di Bitcoin ed Ethereum possono essere una soluzione. Innanzi tutto tutti i dati che passano su blockchain sono cifrati, ed in modo non reversibile (solo chi possiede la chiave privata può autorizzare la lettura, quindi è impossibile che un agente non ratificato draghi questi dati: se la pubblica sicurezza vuole accedervi ha bisogno del mandato di un tribunale). Ma oltre alla cifratura, Satoshi ha aggiunto due variabili fondamentali, riguardo al sistema che ospita questi dati (chiamiamoli bitcoin, ma su una blockchain può trovare posto una quantità infinita di dati digitali).

La prima, è che il sistema che alimenta un corretta blockchain deve essere open source (ma anche il codice degli strumenti di rete, per quanto, se il dato è criptato, anche se viene sniffato è comunque inutilizzabile). Agenti indipendenti devono poter leggere il codice informatico, e impedire la presenza di back-door o di bug pericolosi. La seconda, è che il sistema deve essere distribuito. Chiunque deve poter aprire un nodo della rete che alimenta la blockchain e deve poter partecipare alla validazione delle transazioni (che possono essere economiche, o un semplice passaggio di informazioni). È un modo per ripristinare lo spirito originale di internet, quello che si è perso secondo moltissimi innovatori dell’epoca.

Le criptovalute in questo contesto sono fondamentali: Satoshi è stato il primo a rendere possibile, grazie al meccanismo remunerativo in bitcoin del mining, la conservazione e il rafforzamento di una rete distribuita (tutti gli altri esperimenti erano falliti per scarsa partecipazione: senza incentivi, no party). È riuscito, in buona sostanza, a tenere in piedi un sistema decentralizzato dove tutti avevano fallito.

In assenza di queste condizioni (codice aperto e rete distribuita), però, blockchain diventa un incubo totalitario. Per queste ragioni è importante introdurre nel dibattito l’importanza di una igiene informativa che parte dalla certezza della protezione dei propri dati: senza rompere il mercato, ma facendo una attività politica sensata che miri a rendere i dati personali un bene da proteggere.

Siamo ancora tecnologicamente agli albori, e servono miglioramenti significativi. In oltre, blockchain è un meccanismo per monetizzare azioni che hanno un valore, e che oggi incamerano solo i first comer (postare questo contenuto, o guardare un video che contiene pubblicità o product placement: azioni da cui oggi guadagnano solo gli over the top e che domani, grazie a blockchain, potranno remunerare anche chi effettivamente quel valore lo produce, contribuendo a ridurre le enormi disparità). Ci sono, però, due argomentazioni a sfavore:

“Blockchain esiste da 10 anni e non ci sono applicazioni pratiche”. Vero, in parte. Una blockchain flessibile dove vengono ospitati smart-contract e dati diversi dalle valute esiste solo dal 2015 (Ethereum di Burkin) e ha già alimentato un grande ecosistema di applicativi, rivoluzionando con le ICO i processi di finanziamento delle startup.

“Blockchain è un database straordinariamente lento ed inefficiente”. Questo è l’argomento più spinoso, ma la tecnologia ci ha abituato a risolvere questi problemi: quando il protocollo base dell’Internet dei giorni nostri, TCP/IP nacque, nel 1982, la maggioranza degli informatici diceva che era debole e inefficiente, e che non avrebbe mai potuto, ad esempio, sostenere il traffico del video. Si sono costruiti protocolli sopra TCP/IP, e il video funziona perfettamente, on line, senza snaturare il valore profondo del protocollo di base. E l’attuale lentezza e inefficienza del protocollo Bitcoin servono a garantire la protezione dei dati e la robustezza della rete.

Se riusciamo nell’impresa non convinceremo le persone a mangiare le verdure, ma impediremo a chicchessia di nascondere un cancro nel loro cibo preferito. La strada è lunga, difficile, piena di rischi. Ma è una partita da giocare.

di Michele Travagli, tratto da ottimistierazionali.it

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