Il Pirandello dei nostri giorni

Focus

Andrea Camilleri ha inventato una lingua evocativa come quella di Cervantes o Leopardi. Il suo particolare impegno, la sicilianità e l’universalità della sua sterminata opera

Dei grandissimi scrittori si dice, a volerne far intendere la superiorità, che hanno inventato una lingua. Dante, ovviamente. Machiavelli. Manzoni. Gadda. E pochi altri. I siciliani in questo senso hanno storicamente mostrato un’inclinazione particolare, probabilmente dovuta allo specifico del loro dialetto, frutto magnifico di culture a loro volta magnifiche. E ci furono De Roberto, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Bufalino… E Andrea Camilleri, forse con ancora maggiore sfavillìo, ha dato vita ad una lingua nuova comprensibile in tutto il Paese e traducibile in tutte le lingue del mondo, un sanscrito mezzo siciliano mezzo italiano, profumato e evocativo come certe frasi di Cervantes o di Leopardi.

Si è già scritto molte volte del pirandellismo di Camilleri, i due grandi agrigentini della letteratura italiana. A partire dalla loro carica innovativa – la lingua, appunto – ma anche per quel particolare modo di incastrare le situazioni, le famose trame, ove è il punto interrogativo a far da padrone (è la figlia della signora Frola o la moglie del signor Ponza la protagonista quasi muta di Così e se vi pare?), fino a stressare l’inquietudine derivante dal mistero nei veri e propri gialli di Montalbano. Chi è quel personaggio? Una brava persona o un criminale? O – come suggerisce Pirandello – tutt’e due?

Ecco dunque che ciò che davvero ha affascinato una Nazione intera, come solo Collodi seppe fare, è questa chiave pirandelliana di Andrea Camilleri. Che su questa base ha saputo impiantare due semi rigogliosissimi: il Gran Personaggio un po’ alla francese (Simenon e andando indietro Stendhal), grazie alla figura enorme di Salvo Montalbano; e lo sfondo pittoresco ma non retorico della sua Sicilia e dei siciliani (e qui ci sono Lampedusa e Brancati). Altri più competenti diranno del peso di Sciascia nella fantasmagoria camilleriana, qui è solo una suggestione, un invito a noi stessi di seguire il filo.

La Sicilia, già. Camilleri è la Sicilia e la Sicilia è Camilleri. Non è riduttivo perché in un certo senso la Sicilia è il mondo (qui sovviene il pirandelliano I Giganti della montagna), ed è difficile non vedere nei testi senza Montalbano una serie di allegorie generali (forse Il birraio di Preston è in questo senso un bellissimo esempio insieme a La concessione del telefono). Nei romanzi camilleriani senza Montalbano la forza della parola dell’autore rasenta davvero vette altissime – sarebbe il caso di scomodare i grandi della letteratura mondiale. E questo anche nel senso della popolarità della sua opera.

Un’opera gigantesca anche per quantità in grado di raggiungere tutti, cioè il popolo, esattamente nel senso “nazionale” che diceva Gramsci, capace di unificare e dare vita ad una letteratura non più prerogativa ed espressione dei ceti dominanti, non retorica, nemmeno banalmente “realistica” cioè mera fotografia dell’esistente.

Ascoltiamo Gramsci su Pirandello che “a un certo punto ha acquistato una fisionomia cosmopolitica, cioè è diventato italiano e nazionale,  cioè si è completamente sprovincializzato ed europeizzato”. Non si potrebbe dir così anche di Camilleri?

Egli non è stato autore “engagé”: ma quanto è più importante, e duraturo, il suo impegno civile, espresso coni fatti, con la testimonianza sempre vivace e mai demagogica, oltre che con la scrittura! Scrittore “civile”, si sarebbe detto una volta. Al servizio di nessuno in particolare, e di tutti: della realtà vera, diremmo. E nel suo dipingere la realtà, perorando la causa di un progressivo incivilimento, divenne fatale lo scontro con i governanti di oggi, i quali –  meschini – non ne capivano nulla.

E insomma Camilleri è l’ultimo grande di una storia letteraria che Francesco De Sanctis avrebbe salutato come frutto di un progresso che partendo addirittura da Dante dà un senso preciso alla nostra lunga e tortuosa vicenda italiana. Un tassello fondamentale, arriso da un così largo successo popolare. Da questo punto di vista – e anche da quell’altro, quello del puro piacere estetico – la scomparsa di Andrea Camilleri è davvero incolmabile.

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