Cannabis, una sentenza che va interpretata

Focus

E’ incredibile la leggerezza con cui i vari Salvini, Meloni e Fontana esultano davanti al concreto rischio di mandare all’aria 10mila posti di lavoro

La sentenza delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione sulla commercializzazione di alcuni prodotti derivati dalla coltivazione della cosiddetta cannabis light era attesa da mesi. E, già in base ad una prima lettura del testo diffuso ieri, si capisce come sia riuscita nel miracolo di rendere la situazione ancora più incerta. Saranno decisive,  per capire quale sarà il futuro di un intero settore, le motivazioni che verranno rese note nelle prossime settimane.

Per questo appare smodata e completamente fuori contesto l’esultanza della destra reazionaria. In primis perché, anche nella sua interpretazione più restrittiva, la sentenza della Corte non parla in alcun modo di chiusura degli shop, ma si riferisce alla vendita di alcuni prodotti derivati (infiorescenze, olii, resine). Inoltre perché nel testo della sentenza si fa un riferimento ambiguo, vietando la commercializzazione dei derivati, “salvo che tali prodotti siano privi di efficacia drogante”.
Sarà sull’interpretazione di questo assunto che si determinerà il futuro del settore. Per alcuni esperti si potrebbe trattare addirittura di una conferma della possibilità di vendere prodotti con Thc (sostanza psicoattiva) al di sotto dello 0,5%, così come già avviene oggi. Di certo è incredibile la leggerezza con cui i vari Salvini, Meloni e Fontana esultano davanti al concreto rischio di mandare all’aria 10mila posti di lavoro, un giro d’affari di 150 milioni di euro e le speranze di oltre 3mila imprenditori. Uno dei pochi settori in crescita in un’Italia condannata alla recessione dal governo gialloverde.

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