Registi-detenuti, quando il carcere diventa un set di riscatto

Focus

Sei detenuti della Casa circondariale di Terni si cimentano in un docufilm unico nel suo genere in Italia dal tito “Fuori Fuoco”

Per due mesi, di giorno e di notte, con una telecamera in mano. Hanno ripreso se stessi e i propri compagni nell’ora d’aria, nelle partite di calcetto, a letto, nelle ore di lavoro. Ne è venuto fuori un docufilm, già proiettato in un cinema.

Sono sei i detenuti (Erminio Colanero, Rosario Danise, Thomas Fischer, Rachid Benbrik, Alessandro Riccardi e Slimane Tali) della casa circondariale di Terni che, guidati dal filmaker, Oreste Crisostomi, (Terni, ‘82) hanno realizzato un lungometraggio, dal titolo: Fuori Fuoco”. 

Un’operazione di verità in 78 minuti, l’ha definita Chiara Pellegrini (Terni, ’65), da cinque anni direttore dell’istituto di pena umbro che ospita circa 450 carcerati di varia nazionalità, divisi in cinque gruppi e appartenenti alcuni al circuito di alta sicurezza e altri ad uno di media. Solo un piccolo numero è al 41 bis.

“Un’opportunità – spiega Pellegrini – che non ho voluto negare, ma che non è stato semplice concedere e condividere con tanti detenuti. Far entrare le telecamere in carcere è un tabù perché mette a rischio i nostri sistemi di sicurezza. Quindi richiede una vigilanza maggiore. Per fortuna il personale ha aderito subito al progetto, permettendo al carcere di trasformarsi in un set cinematografico, relativamente protetto.  Alcuni dei detenuti non hanno preso bene l’iniziativa. Il film diventerà in futuro la testimonianza di un passato che vorranno dimenticare e far dimenticare. Un marchio. Ma il progetto che mi ha proposto Oreste mi sembrava la giusta occasione per trasformare i nostri strumenti di controllo – le telecamere appunto – in mezzi per far conoscere la verità del carcere attraverso il punto di vista delle persone che sono lì ristrette. Perché sono stati scelti loro sei? Sono stati proprio i detenuti a chiedere al filmaker di fare qualcosa dopo aver visto in un cineforum il film: Cesare deve morire. I sei registi, scelti dall’équipe di osservazione e trattamento del carcere, facevano parte di una stessa sezione. E sono stati addestrati all’uso di una telecamera con un corso”.  

“Il titolo del film – spiega Crisostomi – è venuto fuori per gioco, durante le prime esercitazioni con la videocamera, quando spesso le immagini realizzate dai detenuti risultavano appunto sfocate, perché riprese con capacità incerte. Fuori fuoco, per alcuni di loro, significa anche lontano dal fuoco armato, circostanza che ha caratterizzato la loro vita precedente”.

Del docufilm ci sono due versioni con durate diverse: una, televisiva da 52 minuti e l’altra, cinematografica, da 78.

“I detenuti – continua il filmaker-  hanno avuto a disposizione due videocamere per tutto il giorno e per oltre due mesi di riprese. Il progetto, però, è durato molto di più. Si sono filmati tra di loro.  Non solo. I sei detenuti hanno formato una vera e propria squadra: sono stati autori, operatori, registi e attori del loro film. È stata un’officina aperta all’interazione dentro/fuori. Il carcere, sembrerà strano, non è l’oggetto del film, rappresenta il pretesto per delineare esistenze fuori fuoco, uno spazio che costringe all’immobilità, ma che è stato capace di creare, attraverso le immagini prodotte, stasi e movimento, un altrove non sempre visibile e raggiungibile, ma sempre presente, ripreso e fissato anche attraverso i permessi premio, ottenuti dai detenuti o mediante le misure alternative. All’interno del carcere si possono seguire le mansioni dei detenuti che lavorano o i momenti ricreativi”.

Per l’esterno, la storia di Erminio Colanero, uno dei registi-detenuti, è stata ripresa presso la parrocchia di Santa Maria del Rivo, dove era in affidamento ai servizi sociali. Altro esempio, Alessandro Riccardi, faceva volontariato in una fattoria di San Gemini,  grazie all’associazione C.A.R.T.A. Autismo, nell’ambito di un progetto di inclusione al lavoro di ragazzi disabili.

“La reclusione – continua Crisostomi –  riesce, nella pluralità delle voci, ad includere vastità compresse nel perimetro delle mura, ma destinate ad emergere dagli spazi fisici e mentali dei protagonisti.  Il carcere, dunque, come luogo periferico, nascosto alla vita regolare, ma specchio di quella società dalla quale rischia di essere dimenticato. Nel film i protagonisti riescono ad ergersi a personaggi e a farsi portavoce di varie istanze, discorsi e caratteri diversi. La marginalità è solo geografica, esistenziale, legata alla persona che vive la sua condizione non perfettamente a fuoco. Definite e chiare, invece, sono le personalità di questi sei attori- registi. Così il carcere si offre all’esterno, alle famiglie, al lavoro, alla chiesa, al dibattito, al fuori”.

Fatica. Ma anche condivisione, fiducia e affetto, fa capire Oreste, sono quello che non dimenticherà di questa esperienza, per il momento unica in Italia.

Cosa è stato tosto in questa esperienza? “Tutto – continua –  è stato molto difficile, a partire dai permessi. Ma le difficoltà si sono superate con un lavoro di squadra.  Questo è stato determinante. All’interno della Casa Circondariale, poi, l’appoggio della direzione, del comando, dell’area educativa, della polizia penitenziaria e dei detenuti delle sezioni carcerarie coinvolte è stato essenziale. Alla fine del progetto ho visto i detenuti soddisfatti del loro lavoro, e questo mi sembra un successo”.

Il film, nella versione da 52 minuti, è stato trasmesso su Raiuno il 15 aprile scorso, nello Speciale Tg1. Il 19 aprile scorso, invece, è stato presentato a Terni, al Cinema Politeama, ed è di nuovo in programmazione. Tra breve passerà in televisione la versione da 78 minuti. “Credo fortemente – conclude Oreste – in una distribuzione mirata del documentario, con eventi organizzati ad hoc, e vorrei che alcuni Festival si accorgessero del nostro lavoro. Inoltre potrebbero essere programmate proiezioni per le scuole”.

Intanto il direttore, che ha permesso in passato anche la realizzazione di un Cd musicale da parte di alcuni detenuti, sta già pensando ad altri progetti. “Vorremmo – annuncia – far ripartire una serra, una falegnameria ed una panetteria. Mi auguro continui ad esserci quel clima di fiducia tra noi e molti dei detenuti, che ha permesso di arrivare sin qui”.

La locandina del docufilm è firmata da Michelangelo Pistoletto. I brani del film, tra cui anche “Vita”, presente nel trailer, sono stati composti e arrangiati da Saz Mc, rapper napoletano, carissimo amico di  Rosario Danise, uno dei registi-detenuti. Anche Saz, da giovanissimo, appena maggiorenne, ha conosciuto il carcere, un’esperienza ormai alle spalle. Saz ora ha un figlio, fa il musicista e lavora come artigiano per una delle più importanti botteghe di presepisti di Napoli. 

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