Il “caro estinto” ora riceve i like… La morte digitale come sfida etica

Focus

Intervista a Davide Sisto

In un’epoca sempre più contraddistinta dalla onlife (per riprendere il neologismo di Luciano Floridi in “La quarta rivoluzione”), ovvero dal dato inaggirabile secondo il quale la vita, i suoi equilibri, i suoi ritmi, le individualità, le abitudini collettive, sono incessantemente riconfigurate (potremmo anche dire assorbite) da software, reti, policy, applicazioni, social network, poteva mai la morte, la dipartita, l’assenza improvvisa di un nostro parente o amico non essere acquisita, magari pure travolta, da questi nuovi assetti mentali, da un nuovo modo di fluttuare delle notizie e delle memorie, da un nuovo modo di considerare ciò che lasciamo ai posteri, comprendendo stavolta anche post, video, mail, preferenze, condivisioni, citazioni e quant’altro l’interazione elettronica ci detta ogni giorno di considerare una risorsa sui nostri account? Certo che no, è la retorica risposta. E così oggi cambiare mondo, esalare l’ultimo respiro, decedere, transitano in una sulfurea e tutta ancora da definire dimensione trans-funerea fatta di cimiteri virtuali, web-memorandum, lapidi col codice QR, chatbot e controfigure tridimensionali del defunto che quasi ci abituano a una sua “eternità”, o quantomeno ci allontanano l’idea della sua non-recuperabilità fra gli umani. A tutte queste indagini, con uno stile gradevole, ricchezza di esempi e interessanti affondi teoretici si dedica il giovane filosofo “tanatologo” di Torino Davide Sisto in questo suo bel La morte si fa social (Bollati Boringhieri, pagg. 149, euro 16,50). A lui il varco e il giudizio più adeguati su queste delicate sfide che ci attendono.

 Davide, insomma, nel tuo bel libro ci inviti a trovare familiarità con espressioni come “averi digitali”, “eredità digitale”, “cremazione digitale”, dovendo ormai sposare il nostro io biologico con quello informazionale: siamo di fronte a uno scrigno di nuove risorse o a un nuovo vaso di Pandora?

“Entrambe le cose, come succede ogni volta che tradizione e innovazione si integrano insieme. Da una parte, le attuali tecnologie digitali ci offrono inedite opportunità per ripensare il rapporto con la morte, per migliorare le modalità con cui elaborare un lutto e per rendere più solida la memoria. Occorre ragionare sulla finitezza della vita e, quindi, riflettere sulla morte. Dall’altra parte, c’è il rischio di un nuovo vaso di Pandora: basta, cioè, continuare a sottovalutare la sopravvivenza alla nostra morte delle identità digitali che abbiamo plasmato nel web per generare incontrollati meccanismi di immortalità digitale. Questi possono creare disagio a noi stessi, perché non abbiamo più il controllo di ciò che pubblichiamo online, e a coloro che soffrono la nostra perdita, poiché si ritrovano dinanzi agli occhi parole, immagini e registrazioni che impediscono il superamento della sofferenza”.

Le tue pagine più belle sono quelle in cui aiuti il lettore a schierarsi per una memoria “prospettiva” e non “retrospettiva”. Per quest’ultima esistono tecnologie 3d che riattivano quasi voce e sembianze di un defunto attraverso automatismi e ologrammi con i quali ci auto-inganniamo. Cerchiamo di spiegare la differenza.

“Tutto ciò che viene pubblicato, nel corso degli anni, nel web rimane a tempo indeterminato e si confonde con il presente. Questa particolare natura del web ha portato all’invenzione dei cosiddetti “griefbot”, automatismi che rielaborano gli oggetti digitali, rendendo autonoma l’identità virtuale rispetto a quella biologica e permettendo a chi soffre un lutto di continuare a chattare e a dialogare con il caro estinto. La puntata famosa Be Right Back della serie televisiva “Black Mirror” è diventata realtà in applicazioni per smartphone come Luka o in siti web come Eter9. Ora, questa sorta di memoria “retrospettiva” rende problematica l’elaborazione del lutto e ci porta a rimanere schiavi della malinconia per il passato, perdendo di vista la costruzione del nostro futuro.

“Sei solo un accenno di ciò che era lui. Non hai nessuna storia. Sei l’interprete di qualcosa che lui faceva senza pensare, non può bastarmi ciò che sei!”, dice Martha allo spettro digitale di Ash, il compagno morto in un incidente stradale, nella puntata citata di “Black Mirror”. Ecco, il problema della memoria digitalmente retrospettiva sta qui. Occorre, per renderla prospettiva, considerare i nostri oggetti digitali come un insieme di ricordi necessari per la costruzione del futuro, evitando quindi la loro automatizzazione e indipendenza una volta che siamo morti”.

Questa tentacolare grammatica commemorativa non rischia di teatralizzare le radici più tragicamente inestirpabili della nostra fragilità umana, e di banalizzare la morte nella pretesa di mantenere un rapporto con chi non c’è più?

“Condivido i tuoi dubbi in relazione ai “griefbot” di cui sopra. Sono invece più ottimista nei confronti del rapporto tra il post mortem e i social network. Certamente, la presenza invasiva della morte e dei morti nei social network può spingerci a teatralizzare il memento mori, continuando così a rimuoverlo attraverso atteggiamenti narcisistici. Ma è anche vero che mai come oggi il memento mori ha trovato una sua rappresentazione visiva così potente e immediata. L’ultimo post su Facebook, prima di una morte improvvisa, è un potentissimo esempio pedagogico per comprendere l’ineludibilità della fine. Ma, affinché la pedagogia prevalga sul narcisismo, occorre coniugare la consapevolezza della presenza della morte nei social con percorsi ragionati di Death Education”.

 

E’ la storia sociale della morte che continua a non essere mai fatta. La morte resta un evento compiuto e privato, anche con queste nuove risorse interattive. Un fulcro intorno a cui fluttuano dati. Quello che c’è prima e che ha portato, in molti casi a una morte evitabile, esce dalle mappe di indagine. Basta guardare cosa fa la tv ogni giorno con crimini e delitti…

“Vero, ma in una dimensione interattiva come i social network c’è anche la possibilità, da non sottovalutare, di condividere il dolore. Aspetto che, mancando nella dimensione offline, rinchiude il dolente in una sorta di bolla autistica. Moltissime persone trovano rifugio sui social quando soffrono una perdita. E questa può essere una risorsa, se gestita con raziocinio e con un’educazione meticolosa al mezzo digitale”.

All’incrocio di etica, filosofia, criogenica, nuova informatica, death education, come si fa a essere secondo te al passo coi tempi ma non immemori del sentimento tragico della vita?

“Bisogna anteporre la ragione all’ansia. Abbiamo nuovi strumenti che modificano il legame con la finitezza e la mortalità? Utilizziamoli come risorse positive, senza rimanerne schiavi. Puntiamo sull’educazione, sulla capacità di sviluppare la nostra intelligenza e anche, secondo me, su un po’ di irriverenza. Alla fine, la rappresentazione della morte fatta dai Monty Python in “Il significato della vita” è un buon punto di partenza per affrontare la realtà e tutte le inedite tecnologie di cui facciamo uso”.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli