Difendere la nostra democrazia da CasaPound (e dai suoi complici)

Focus

Gli amici liberali che alzano il sopracciglio davanti alla sacrosanta cacciata dell’editore di CasaPound dal Salone di Torino dovrebbero sottoporre a tagliando il proprio terzismo

CasaPound non è un circolo intellettuale dedito alla riscoperta di pensatori reazionari ingiustamente dimenticati, ma un’organizzazione di impianto neofascista che predica e pratica l’intimidazione razziale e l’odio politico. E Matteo Salvini non è un qualunque esponente della destra italiana, ma un ministro degli interni che con la sua quotidiana opera di amministrazione (poca) e di propaganda (molta) ha trasferito quegli stessi metodi di odio politico e razziale al vertice della nostra Repubblica.

Se si perdono di vista questi due elementi del nostro tempo – elementi concreti e ben riconoscibili, a patto di avere gli occhi non già spalancati ma appena socchiusi – si smarrisce completamente il senso di quanto sta accadendo intorno a noi. Perché le ronde razziste di Casal Bruciato stanno insieme agli attacchi di Salvini al 25 aprile e a tutto l’armamentario suprematista e antisemita di Fratelli d’Italia, così come le orgogliose rivendicazioni mussoliniane dell’editore-picchiatore Pannocchia stanno insieme alle intimidazioni del nuovo potere leghista contro le manifestazioni di dissenso civile.

E quanto accade intorno a noi non è il piano editoriale di una casa editrice, ma il segno di una mutazione in corso nella sostanza della nostra democrazia repubblicana. Per questo la domanda a cui ognuno di noi dovrebbe rispondere non è se sia giusto o sbagliato pubblicare questo o quel libro, ma come si possa difendere la nostra democrazia dalla minaccia di un nuovo autoritarismo a sfondo razziale.

Chi scrive ha lavorato in passato per alcune case editrici, e da funzionario editoriale ha proposto e curato testi di autori anche appartenenti alla tradizione della destra radicale (ne ricordo uno per tutti: il libro di un giovane Alessandro Giuli che criticava da sponde evoliane la svolta di Gianfranco Fini, uscito con qualche scandalo per i tipi solidamente progressisti della Giulio Einaudi editore).

Non mi è dunque estranea la complessità del dibattito sul “lavoro culturale” (detto à la Bianciardi) che sostiene e alimenta ogni produzione editoriale. Ma niente di tutto questo ha a che fare con quello che concretamente accade intorno a noi nell’Italia del 2019: tanto le ronde razziste quanto i pronunciamenti intimidatori e razzisti della coppia Salvini-Meloni (con la piena connivenza governativa e di potere dei Cinque Stelle) non sono raffinate trasgressioni di un qualche barbosissimo codice dell’ortodossia culturale di sinistra, ma l’annuncio di un vero e proprio programma di governo per l’Italia di domani.

Gli amici liberali che alzano il sopracciglio davanti alla sacrosanta cacciata dell’editore di Casapound dal Salone di Torino – come Pierluigi Battista – dovrebbero dunque sottoporre a tagliando il proprio terzismo. Perché le leggi per difendere la Repubblica dall’odio razziale e politico ci sarebbero anche (dal divieto costituzionale di riorganizzazione del Partito Fascista “sotto qualsiasi forma” alla Legge Scelba, fino alla Legge Mancino e ai suoi aggiornamenti), così come esistono tutti gli strumenti per impedire e reprimere la violenza delle ronde razziste.

Ma al Viminale siede oggi un signore che invece di procedere alla loro puntuale applicazione preferisce ricorrere al sostegno politico e propagandistico di tutto il composito calderone neofascista. E allora, nell’attesa che il governo italiano faccia rispettare le leggi della Repubblica, la democrazia si difende anche così: tutelandola dalla violenza degli intolleranti, in ogni luogo possibile.

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