Caso Consip, la strana storia della fuga di notizie e dei 5 spifferatori

Focus

Perché Marroni, manager di Stato con ruolo di pubblico ufficiale fa bonificare il suo ufficio e scopre le cimici?

L’altra sera ha scritto un post su Facebook tra rabbia e ingenuità. «Noi siamo gente seria e perbene. Abbiamo governato per anni Firenze e l’Italia senza farci trascinare nel fango. Abbiamo forza e pazienza per sopportare la vergognosa campagna di queste ore». Non c’è dubbio che l’ex sottosegretario Luca Lotti, attuale ministro dello Sport ma soprattutto braccio destro e sinistro di Matteo Renzi, stia vivendo momenti spiacevolissimi.

Si capisce: il nome è succulento, la campagna elettorale è continuata e perenne, il regolamento di conti a sinistra e nel Pd aiuta. Alta la voglia dei 5 Stelle di far fuori per via giudiziaria gli avversari politici. Ma questa storia delle fuga di notizie riservate, nell’ambito della grave corruzione in ambito Consip, è ancora tutta da scrivere e da capire.

Proviamo a mettere in fila fatti e indizi. Il 19 dicembre l’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, ex assessore alla Sanità nella Regione Toscana e issato ai vertici del Consip nel 2015, è interrogato dai pm di Napoli che indagano sulla loro vecchia conoscenza Alfredo Romeo, già arrestato e poi assolto da tutto tra il 2008 e il 2011. I pm lo sentono perché quattro giorni prima, il 15, Marroni (non è indagato) ha fatto bonificare il suo ufficio, ha trovato delle cimici e le ha fatte strappare via. Solo che quelle cimici erano statepiazzate da carabinieri e guardia di finanza su ordine dei pm napoletani. Sentito anche su questo punto Marroni dice: «Ho fatto bonificare l’ufficio perché ho saputo in quattro diverse occasioni che c’era un’indagine in Consip».

La prima fonte sarebbe Filippo Vannoni (non è indagato), il presidente di Publiacqua (la società che gestisce l’acque – dotto a Firenze e in altri 25 comuni), che «me ne ha parlato ben due volte: prima dell’estate e a fine novembre 2016». La seconda fonte è il generale dei Carabinieri Emanuele Saltalamacchia che guida la Regione Toscana. «Siamo amici di famiglia e me ne parlò, come suggerimento, prima dell’estate» ha detto Marroni. La terza fonte è ancora più alta: il comandante generale dell’Arma dei carabinieri generale Tullio Del Sette che tra luglio e settembre – Maroni non ricorda bene quando – gli butta lì: «Stai attento a Romeo» (frase più che plausibile vista la nota disinvoltura di Romeo tanto che questa posizione potrebbe essere presto archiviata).

Ma la vera bomba è la fonte n°4: «Era più o meno luglio e Luca Lotti mi disse che c’era un’indagine in Consip partita da tempo sul mio predecessore Domenico Casalotti». Per i pm napoletani basta e avanza per iscrivere tutti al registro. Il giorno dopo, il 21 dicembre, chiamano Vannoni il quale, messo alle strette, dice: «Fu Luca Lotti a dirmi che c’era l’indagine su Consip». La notizia diventa pubblica. Intanto l’inchiesta, che già non doveva stare a Napoli, viene trasferita con molti mal di pancia nella Capitale.

Il 27 dicembre chiedono di essere ascoltati sia Lotti che il generale Del Sette. Entrambi respingono ogni addebito. Lotti fa mettere a verbale di «aver incontrato una volta sola nel 2016 Filippo Vannoni, per l’appunto la mattina del 21 dicembre sul treno e poi la sera dello stesso giorno quando Vannoni, di ritorno da Napoli, si ferma a Roma per incontralo e per dirgli cosa era successo. aggiungendo anche di essersi sbagliato».

Ma la fuga di notizia riservate non finisce qui. Dell’inchiesta Consip infatti è informato anche il consulente di Alfredo Romeo, Italo Bocchino (indagato per traffico di influenze illecite). Lo scrivono i pm romani, ora titolari dell’inchiesta, nell’ordinanza che il primo marzo porta in carcere Romeo. «Grazie alla capacità di Bocchino di accedere ad informazioni riservate per via dei suoi rapporti politici e con gli apparati dei servizi d’intelligence, presumibilmente Romeo ha avuto contezza di indagini sul proprio conto sicuramente già nel settembre 2016». Ma forse anche prima.

Insomma, l’inchiesta Consip non era un grande segreto. Ma detto ciò, la domanda resta soprattutto una: perché Marroni, manager di Stato con ruolo di pubblico ufficiale fa bonificare il suo ufficio e scopre le cimici? C’erano almeno altre due strade: fare finta di nulla e lasciare che l’indagine facesse il suo corso; rivolgersi alla magistratura e mettersi a disposizione.

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