Esplode il caso Israele, ormai in rotta di collisione con Teheran

Focus

Un funzionario di Tel Aviv conferma il raid aereo in territorio siriano che ha provocato la morte di sette “consiglieri militari” di Teheran. Cresce il rischio di una resa dei conti

Un salto di qualità nella contrapposizione storica tra Israele e Iran. Potrebbero essere queste le (catastrofiche) “conseguenze regionali” di quanto accaduto negli ultimi giorni in Siria. Come abbiamo già avuto di scrivere all’indomani dell’azione militare coordinata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito nei confronti di Damasco – rappresaglia per l’attacco chimico di Douma – e della dura reazione russo-iraniana, il vero rischio in questo momento è la resa dei conti tra lo Stato Ebraico e la Repubblica Islamica.

Una tesi supportata dalle rivelazioni di un funzionario israeliano al New York Times, che, per la prima volta, ha confermato che il raid aereo verso la base T-4, nell’area di Homs in Siria, che ha provocato la morte di almeno sette “consiglieri militari” iraniani, porta la firma dell’esercito con la Stella di David. “Abbiamo attaccato obiettivi iraniani, comprese strutture militari e soldati, in Siria”. Una risposta all’azione di Teheran che, nel mese di febbraio, aveva lanciato un drone carico di esplosivo nello spazio aereo israeliano. “Dopo quell’attacco – ha detto ancora il funzionario al quotidiano newyorchese – si è aperta una nuova era nello scontro tra Israele e Iran”. La mattanza chimica di Assad e la risposta occidentale non hanno fatto altro che accelerare questo processo.

Per Tel Aviv, l’attacco americano, francese e britannico è stato “un importante messaggio contro l’asse del male rappresentato da Iran, Siria e Hezbollah”. Per l’ayatollah Ali Khamenei, storico alleato di Assad, “Trump, Macron e May sono dei criminali” e l’attacco chimico di Douma “un complotto occidentale”.

Quella tra Israele e Iran è la riproposizione su scala regionale del conflitto in corso tra Stati Uniti e Russia, con l’aggravante dello scontro religioso e ideologico. E della contiguità territoriale. A differenza di un anno fa, quando 59 missili americani piovvero dal cielo siriano senza uomini iraniani sul terreno, oggi i pasdaran sono presenti in forze nelle zone di Damasco (che dista solo poche decine di chilometri dalle alture del Golan) e di Aleppo e questo è già di per sé motivo di grande allarme per Israele.

E le parole pronunciate da Bahram Qassemi, portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, secondo il quale “Israele prima o poi la pagherà, perché non può pensare di fare un’azione del genere (l’attacco alla base T-4) e restare impunito”, suonano come un lugubre campanello d’allarme. E’ anche per questo che il ministro della Difesa israeliano, Avidgor Lieberman, intervistato dal sito Walla, ha detto chiaramente che “non permetteremo il consolidamento iraniano in Siria e neppure che la Striscia di Gaza diventi un fronte iraniano”.

Intanto, molto faticosamente, le diplomazie internazionali si muovono per evitare un’escalation del conflitto. Mosca ribatte colpo su colpo alle accuse di Washington, Londra e Parigi ma si dice “pronta al dialogo”. Stati Uniti e Gran Bretagna sostengono però queste parole non siano seguite dai fatti. “Il regime siriano e la Russia non permettono agli ispettori dell’Opac di raggiungere Douma per chiarire quanto accaduto il 7 aprile”, ha denunciato la rappresentanza britannica. “Sono bloccati a causa dell’attacco condotto sabato scorso”, ha risposto il vice ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov. L’ambasciatore statunitense all’Opac, Kenneth D. Ward, si è detto “preoccupato che la Russia abbia manomesso il sito” dell’attacco e che Mosca “sia stata coinvolta” dal regime. Ieri Washington ha annunciato nuove sanzioni contro la Russia proprio per aver appoggiato il regime di Damasco.

Da Lussemburgo, terminato il Consiglio degli Affari esteri europeo, l’Ue fa sapere di essere “unita nel sostegno al divieto totale” e ribadisce che “l’uso di armi chimiche è inaccettabile”. La Lega Araba condanna sempre l’uso delle armi chimiche ma chiede anche “un’indagine indipendente per ottenere delle prove” senza dunque accusare direttamente il regime di Bashar al-Assad che può contare sempre più sul sostegno iraniano.

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