L’arcobaleno della speranza. Veltroni ci racconta “C’è tempo”

Focus

Esce domani il primo lavoro di fiction dell’ex leader del Pd. “E’ una commedia: nulla di male nel far ridere e piangere insieme”

Esce domani in tutta Italia C’è tempo, il primo lavoro di fiction di Walter Veltroni, protagonisti Stefano Fresi e il giovanissimo Giovanni Fuoco: i due scoprono di essere fratelli, figli dello stesso padre. A legarli è la solitudine e il tempo che hanno vissuto in maniera diversa, ma, soprattutto appunto un padre, morto in un incidente, e la sua cospicua eredità che porterà il primo, bisognoso di denaro, ad andare a prendere il secondo, a Roma, per interesse, iniziando così un viaggio on the road. Ne abbiamo parlato con il regista, un Veltroni alla sua prima prova dopo 5 documentari e 2 serie, che finalmente si esprime con il mezzo cinematografico, da lui così amato, da sempre.

Veltroni, dunque “C’è tempo”: ma per che cosa? Per un nuovo tempo migliore di questo? O semplicemente per incontrare qualcuno che non si conosceva?

La citazione del titolo è ovviamente la canzone di Ivano Fossati e in particolare l’ultima strofa – c’era un tempo sognato che bisognava sognare – ed è un film sull’incontro di due solitudini, sul procedere di un dialogo, perché sono convinto che bisogna sottrarsi a questa bulimia del tempo, questo presentismo, come si dice, che consuma le nostre esistenze. Ecco, io penso che serva recuperare anche una dimensione gestuale del tempo, con leggerezza accompagna alla profondità.

Un film “buonista”, si è detto.

Volevo che il film trasmettesse un senso di fiducia. la cosa più bella che mi ha detto chi lo ha visto è che si esce con un senso di luce, ecco questa per me è la cosa più importante. Un po’ di luce in questo tempo per tanti aspetti così buio.

Quanto ti ha aiutato l’esperienza dei documentari che hai realizzato?

Moltissimo. Ma non solo l’esperienza “tecnica” del girare un vero film. Mi ha aiutato moltissimo la mia formazione: io ho visto migliaia di film, letto centinaia di libri sul cinema, l’ho studiato, il cinema. Certo, alle spalle ho cinque documentari più due serie tv, e questo mi è stato utile. Ma la verità è che il cinema è questa straordinaria mescolanza di realtà e immaginazione: Giulietta e Romeo sono esistiti? Moby Dick è reale o è solo fantasia? E Fellini, quanto è immaginazione e quanto realtà? Per me il cinema è sempre stato questo, il resto viene un po’ da sé.

Nel film ci sono moltissime citazioni cinematografiche, un segno di amore per il cinema. I cinéphiles si divertiranno a trovarle.

Sono cose che non interferiscono con la struttura del film: una citazione può essere un oggetto in un angolo, dei nomi su un manifesto… Si vede il cinema Fulgor, quello dove Fellini andava da ragazzo, e fuori c’è un cartellone con titoli di film dimenticati tipo Oggetti smarriti di Giuseppe Bertolucci. Sono tracce che rivelano un bisogni di gratitudine ha chi ha scritto la storia del cinema.

Vorrei chiederti in particolare di Jean Pierre Léaud, l’attore di Truffaut, il bambino dei 400 colpi, che tu hai chiamato nel film. 

Sì, Léaud è stato carinissimo. Sono andato a Parigi a parlargli di questo film e lui ha accettato subito.

E’ troppo dire che il tuo film è un po’ debitore della Nouvelle Vague?

Direi che il riferimento piuttosto è la commedia all’italiana. Quel filone gigantesco costruito da persone colte e raffinate come Scarpelli, Sonego, De Bernardi e tanti altri che amavano il popolo e che attraverso la commedia veicolavano contenuti importanti diretti non agli intellettuali come loro ma a un pubblico più largo, sapendo e teorizzando che non c’è nulla di male  a affiancare le risate alla commozione.

Dei grandi della commedia forse quello che senti di più è Scola.

Beh, Scola è la persona a cui ho voluto più bene di tutto. Ma il mondo della commedia comprende anche Monicelli e Risi, e fuori dalla commedia, Bertolucci e naturalmente Fellini.

Dove hai scovato questo straordinario ragazzino, Giovanni Fuoco?

Quando facevo Indizi di felicità abbiamo girato in una scuola, la Giuseppe Mazzini a Roma, e non mi sono più dimenticato di quella faccia “chapliniana”.

Nel senso de Il Monello?

Ecco, sì. Poi lui si è rivelato veramente fantastico. E’ pensando a lui che ho scritto tutta la storia del film. Poi voglio dire che sono stati bravissimi Stefano Fresi, un attore che veramente può fare qualunque cosa, e Simona Molinari, che oltre a essere una grande cantante si è rivelata un’ottima attrice.

Veltroni, scusa, ma alla fine devo chiedertelo: ma in questo film la politica c’è, almeno in filigrana?

In un certo senso sì, e poi qualunque cosa si presta a una lettura politica. Vedi, la bellezza dell’arcobaleno – Fresi fa la parte di  uno strano osservatore di arcobaleni – è che è fatto tutto di colori diversi che però si compongono in qualcosa di meraviglioso. E’ il simbolo della composizione, dell’armonia, del’incontro, della differenza. Dell’ascolto, se vuoi.  Il significato dell’arcobaleno è opposto a quello del labirinto. Il labirinto è tutto uguale, non si vede l’ora di uscirne. L’arcobaleno è la diversità, la meraviglia, in un tempo cattivo. Questo è il messaggio del film.

 

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli