Se anche la Cei si mette a parlare del “governo della gente”

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Di Maio sciolga la contraddizione: o si crede nella democrazia rappresentativa e dunque nella politica come “servizio”, o si crede di “essere la gente”

Il presidente della Conferenza episcopale italiana Gualtiero Bassetti ha affermato che occorre un “governo al servizio della gente”. Diversi commentatori hanno visto in queste parole una sorta di endorsement ad un governo 5 Stelle e lo stesso Di Maio si è affrettato a concordare con l’invito dei cardinali. Lascio ad altri le valutazioni politiche ma qualche riflessione a margine sorge spontanea.

M5S e il governo della “gente”

Che un governo debba essere “al servizio” è affermazione di buon senso nello stato democratico e costituzionale basato non già sull’autocrazia e il dispotismo ma sul principio di sovranità popolare.

Il Movimento 5 Stelle, primo partito tra gli italiani, ha a lungo negato di essere qualcosa di diverso “dalla gente”, identificandosi anzi con essa.
Come potrebbe dunque un tale Movimento essere al “servizio della gente” se è esso stesso “gente”?

In effetti già Hamilton, nel “Federalist”, invitava a diffidare dei “rappresentati del popolo che credono essi stessi di essere il popolo”.

Democrazia rappresentativa o partito unico?

Insomma, affinché l’invito della Cei possa essere accolto, occorre sciogliere questa contraddizione: o si crede nella democrazia rappresentativa e dunque nella politica, con tutti i limiti, le responsabilità e i doveri, nell’ispirazione di “servizio”, o si crede di “essere la gente” ovvero, come in altri tempi, il partito unico del “popolo al potere”.

Ma l’affermazione del cardinal Bassetti ci induce anche ad un’altra riflessione.
Come è avvenuto che la Cei sia passata dalla teoria prevalente della politica “al servizio del bene comune” a quella del “servizio della gente”? Sono la stessa cosa, sono parole equivalenti o è cambiato qualcosa? Il tema è assai impegnativo e do per scontata una certa promiscuità dei significati delle parole in omaggio alluso corrente.

Ma l’etimo della parola “gente”, così di moda, ha radice proprie e distinte.
Trascurando l’uso di essa nell’Antico Testamento per indicare il popolo pagano e non ebreo, la gens nell’antica Roma era una formazione sociale sovrafamiliare di natura patrizia, un clan nobile, un’idea assai distante da quella attuale.

I principali dizionari contemporanei sottolineano il significato di “insieme di persone contraddistinte da una caratteristica comune” ( gente per bene, di malaffare, di città, di paese, di fuori, di casa, di armi, di chiesa…).
Dunque il cardinale Bassetti a quale gente si riferisce? Alla “povera gente”, alla “gente del Sud”, alla “gente onesta”, alla “gente italiana”, alla “gente europea”..?
Nella storia del diritto lo ius gentium si contrapponeva allo ius naturale, alla teoria dei diritti innati cara alla chiesa cattolica, e allo ius civile, garantito dall’ordinamento giuridico.

La parola “gente” e la Costituzione

La Costituzione non conosce la parola “gente”, che non è citata neppure una volta, ma le parole “popolo”, “ persona”, “cittadino”. La prima per ribadire il principio democratico, la seconda per affermare l’idea centrale dell’individuo nella pienezza delle sue relazioni e libertà sociali, culturali, religiose, la terza per riconoscere i diritti e i doveri di partecipazione alla società.
Sono queste le parole della costituzione, non c’è la “gente” nella costituzione.

Sebbene solo ai fini della comunicazione, è singolare il passaggio dal fine del “bene comune” a quello del “servizio della gente”.
Nella dottrina sociale della chiesa l’etica del bene comune ha origini antiche e solidissime. Dall’idea di polis transitata nella dottrina cristiana alla Summa tommasea, dalla Rerum novarum all’enciclica Gaudium et spes, dall’insegnamento di Paolo VI secondo cui “il bene comune è primariamente scopo della politica” fino alle più recenti encicliche Centesimus annus e Caritas in veritatem e all’insegnamento fertile e vivo di Francesco: secoli di una dottrina intensamente vissuta.

Cosa c’è dietro, invece, a questo tributo alla “gente”?
L’arcivescovo di Milano Mario Delpini, nel suo bel “Vocabolario della vita quotidiana” (Avvenire 2017), ci ricorda assai bene il significato delle parole.

Vi è la necessità di farne buon uso in questo momento di confusione, affinché “tutte le genti”, in una società frammentata e disunita come quella italiana, possano contribuire al “bene comune”, nel rispetto della funzione ordinatrice della politica.
È questa, ora, la priorità dell’Italia che non può smarrirsi tra la gente.

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