Chi è Emmanuel Macron e cosa propone l’uomo nuovo francese

Focus

Un candidato “anomalo” che pone la libertà prima dell’uguaglianza

 

1.  Qualche elemento di biografia politica

Emmanuel Macron, da giovane assistente del filosofo personalista Paul Ricoeur, poi ispettore delle finanze, dirigente di una banca d’affari, è stato tra i principali collaboratori del Presidente Hollande. Prima come segretario generale aggiunto dell’Eliseo e poi come Ministro dell’Economia.

Nell’aprile 2016 ha fondato il proprio movimento politico, “En Marche!”; ad agosto si è dimesso dal Ministero e dal 15 novembre si è ufficialmente candidato alle presidenziali da indipendente.

 

2.   Due suoi testi che rivelano la matrice della “seconda sinistra”

Credo che il metodo migliore per capire cosa voglia sia quello di partire da due suoi testi.

Prendiamo anzitutto l’autopresentazione sul sito del suo movimento: https://en marche.fr/emmanuel-macron/.

Sono interessanti i punti di partenza, il percorso e il punto di arrivo. Il primo è il lavoro, ma non inteso come riferimento ideologico ad una classe, bensì come “prima fonte di emancipazione individuale”, che non a caso precede il richiamo alla libertà, seguita della fedeltà (vista come fraternità ascendente dalla famiglia fino al Paese) per chiudere poi con l’apertura (“l’unico modo di progredire restando se stessi”).

Questo è un classico schema da “seconda sinistra” (come direbbero i francesi), una sintesi di socialismo liberale e personalista, in cui la libertà e la solidarietà precedono l’uguaglianza e la inquadrano, mentre per la “prima sinistra” marxista/socialista e tradizional-statalista, prima viene la fraternità di classe, poi l’impegno per l’uguaglianza attraverso l’espansione dell’intervento diretto dello Stato e infine, compatibilmente con esse, la libertà.

Il secondo è un testo del 2012, pubblicato sulla rivista personalista “Esprit” di marzo- aprile 2012, dedicato alle elezioni presidenziali di allora, dal titolo “I labirinti del politico: che si può attendere per il 2012 e dopo?”.

Macron fa l’analisi di due contraddizioni, una relativa al tempo (lo scarto tra problemi di lungo periodo e urgenza di risposte a breve) e una allo spazio (il dibattito politico resta nazionale, ma le sedi efficaci di decisioni non possono che essere spesso sovra-nazionali), che impongono di ridefinire anche gli impegni elettorali, quale l’idea/illusione di poter presentare proposte dettagliate, su cui ottenere un mandato “rigido e che poi non debba essere ridiscusso regolarmente”.

Tre le indicazioni in positivo: ridisegnare in modo più coerente e responsabile i livelli di governo, inventare nuove forme di dialogo permanente per attualizzare e aggiornare le decisioni programmatiche, trasmettere una visione d’insieme che leghi in modo coerente pensiero e azione.

Anche qui siamo in una visione pur sempre situata nello schema della “seconda sinistra”: i livelli di Governo non si riducono alla presunzione di onnipotenza giacobina dello Stato centrale; perciò vanno rafforzate le Regioni e soprattutto l’Unione europea; l’élite illuminata non può sentirsi al riparo, perché ha conseguito il mandato elettorale; soprattutto, essa deve mettere in conto l’inevitabile brusco slittamento dalla retorica con cui si vincono le elezioni e il realismo che prima o poi va praticato, una volta al Governo.

Del resto, se dai testi risaliamo alla struttura operativa di Macron, non è affatto casuale che nel suo giro stretto prevalgano persone che vengono dal network del socialista liberale Strauss-Kahn.

 

3.  Il candidato del “post sistema”

Mentre Marine Le Pen è la candidata anti-sistema, Macron, come ha scritto Serge Raffy sul Nouvel Obs è il candidato del “post-sistema”, in quanto il sistema dei partiti established, ossia i due partiti tradizionali che esprimevano i candidati presidenziali, il Ps nato ad Epinay nel 1971 e il partito neo-gollista nelle sue varie denominazioni sembrano al momento entrati in crisi, forse irreversibile, come sostiene Alain Touraine.

Le stesse elezioni primarie in entrambi i casi, pur pensate come rimedio, hanno finito col rappresentare plasticamente questa crisi: Fillon ha prevalso su Juppé che sarebbe stato più competitivo sull’insieme dell’elettorato e, dopo la vittoria, le sue vicende, il cosiddetto Penelope-gate, sembrano provenire da un regolamento di conti interno al partito, mentre il successo di Hamon, che ha vinto contro il bilancio della Presidenza Hollande su una base di elettori dimezzata rispetto al 2011, ha scardinato il partito di Epinay. Come ha spiegato Gerad Grunberg a La Croix, classicamente esso era governato dal centro del partito, che nei periodi di opposizione si alleava con la sinistra interna, per poi marginalizzarla una volta giunto al Governo e per appoggiarsi invece alle componenti moderate interne.

Mai comunque la candidatura presidenziale era stata appannaggio della sinistra interna, che così punta a ricomporre in modo regressivo la frattura tra dottrina tradizionale della prima sinistra (statalista e centrata sullo Stato nazionale) e pragmatismo di governo, a tutto favore della prima.

Un baricentro che tende a vedere le posizioni di sinistra liberale come estranee al proprio campo.

I successi di Fillon e Hamon nelle due primarie hanno al momento aperto un’autostrada per il candidato “post-sistema” che a Lione ha sfidato la Le Pen con 24 ore di anticipo, puntando soprattutto su un rilancio dell’Unione europea.

Ovviamente da qui alle Presidenziali tutto è ancora possibile e, comunque, a giugno non è così scontato che alle elezioni legislative, in caso di vittoria, Macron possa conseguire una maggioranza coerente. Però la breccia per il candidato del “post sistema”, in coerenza con un rilancio dell’Unione (che sarà perseguibile dopo le elezioni tedesche e, si spera, italiane), è aperta.

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