La guerra delle due Chiese

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Quante divisioni ha Papa Francesco? E soprattutto, di che forze dispongono realmente i suoi avversari dentro la Chiesa?

Quante divisioni ha Papa Francesco? E soprattutto, di che forze dispongono realmente i suoi avversari dentro la Chiesa? La domanda diventa inevitabile di fronte all’ennesima esplosione di un conflitto ai piani alti dei sacri palazzi. L’ex nunzio vaticano a Washington, Carlo Maria Viganò, ha attaccato il Papa affermando che era a conoscenza da diversi anni dei comportamenti delittuosi o immorali – si parla di abusi sessuali, rapporti con minori e adulti – dell’ex cardinale e ex arcivescovo della capitale americana, Theodore McCarrick. Questi non è un personaggio qualunque: McCarrick è stato uno dei leader della Chiesa a stelle e strisce durante i lunghi anni del pontificato di Giovanni Paolo II, ma la sua influenza – anche in Vaticano – si prolungata fino agli anni di Benedetto XVI e di Francesco.

McCarrick, una storia esemplare

Tuttavia, in seguito a inchieste giornalistiche e alle indagini condotte dalle stesse diocesi degli Stati Uniti per le quali l’arcivescovo era transitato, lo scandalo è infine scoppiato nel giugno scorso e McCarrick, fatto piuttosto raro nella storia della Chiesa, ha dovuto lasciare la porpora cardinalizia e ritirarsi a una vita di penitenza. In ogni caso a 88 anni compiuti, e benché l’onta ormai non si possa cancellare, è evidente che McCarrick ha goduto di ampia impunità potendo operare e fare carriera fra gli Stati Uniti e il Vaticano, assumendo diversi incarichi, svolgendo missioni, raccogliendo fondi indirizzati alla Santa Sede, impegnandosi in diversi ambiti caritativi e sociali e – parallelamente – rendendosi protagonista di comportamenti privati incoerenti con il Vangelo, abusando e plagiando alcune sue vittime dalla minore età all’età adulta, commettendo reati.

La doppia vita, la doppia morale di un alto prelato: la rispettosità e la capacità di relazionarsi anche con interlocutori istituzionali di alto livello (come fra gli altri l’ex presidente degli ‘States’ Bill Clinton) da una parte, e dall’altra la vita nell’ombra, l’impunità, la copertura a suon di ricatti o pagata con miliardi di dollari. E’ il ritratto di un pezzo preciso di storia della Chiesa, ormai svelato da decine di indagini giudiziarie e giornalistiche sui casi abusi: è la Chiesa che ha prosperato sotto il pontificato wojtyliano figlia dell’ultimo decisivo tratto di guerra fredda. Sono gli anni in cui per il bene superiore della lotta al comunismo, del crollo dei regimi dell’est, nemmeno Oltretevere si andava per il sottile, la scelta di campo era netta, non ammetteva sfumature (ne faranno le spesse le chiese latinoamericane); l’istituzione non poteva permettersi ‘riforme’, il processo innestato dal Concilio Vaticano II figlio di un’apertura ai grandi movimenti della storia, in buona parte si arresta, la trasparenza finanziaria resta una chimera, gli scandali sono occultati per non indebolire l’immagine della Chiesa trionfante in Polonia e nel mondo.

Si rompe il muro del silenzio

Non è un caso che molti nodi hanno cominciato a venire al pettine negli anni e nei decenni successivi alla caduta del Muro di Berlino. La franchigia di cui godevano le autorità ecclesiastiche a livello internazionale è venuta improvvisamente meno e anzi, proprio l’alleato numero uno nella battaglia contro li comunismo, gli Stati Uniti, hanno cominciato da una diocesi all’altra da un giudice a un gran giurì, a far crollare il muro del silenzio e dell’omertà. Le vittime delle violenze sessuali hanno parlato e la diga si è rotta, prima in America poi in Irlanda, in Australia, in America Latina, e lo scandalo è esploso. Per le stesse ragioni anche sul fronte finanziario è accaduto qualcosa di simile, quanto prima era tollerato non lo era più, la banca offshore situata Oltretevere trovava una crescente ostilità da parte dei governi e delle istituzioni internazionali.

Più di trent’anni di rovesciamento controrifomista del Vaticano II, corrispondenti – pur nelle differenze fra i due – ai pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno lasciato il segno, gli episcopati, gli apparati curiali, sono stati profondamenti segnati da una visione totalmente istituzionale della Chiesa, in una certa misura anti-evangelica. D’altro canto il conflitto fra testimonianza e potere, fra misericordia e istituzione, è un evento che si ripete ciclicamente nella storia del cristianesimo. Ogni epoca però lo vive secondo modalità proprie. Così, oggi, l’attacco al papa di un personaggio consumato dell’alta burocrazia vaticana come mons. Viganò, fa gioco alla corrente ultratradizionalista legata al trumpismo e rappresentata a Roma dal cardinale Raymond Leo Burke, appoggiato a sua volta dall’ancora potente corrente conservatrice dell’episcopato americano guidata dal cardinale Charles Chaput, arcivescovo di Filadelfia, e sostenuta da settori della cultura laica conservatrice.

Rivolta pro-life

La Chiesa tutta pro-life, tutta principi non negoziabili, dei decenni passati è in rivolta, il cambio di agenda proposto da papa Francesco è notevole. Il Papa, va detto, guarda al Vangelo ma strategicamente anche al futuro: il cattolicesimo crescerà in Africa e in Asia nei prossimi decenni (o sarà costretto a un drastico ridimensionamento),e a quei mondi Bergoglio ha cominciato a parlare quando ha messo al centro del pontificato ‘le periferie’, ‘gli scartati’, i migranti, i popoli del sud del globo. Operazione visionaria e drammatica. Ma Francesco sapeva che il punto di forza del tradizionalismo era la bioetica, la famiglia, il tema classico della sessualità declinato in tutte le sue dimensioni. Per questo ha convocato ben due sinodi sulla famiglia in Vaticano e ha provato a scardinare un sistema ideologico consolidato, in parte ci è riuscito; il risultato tuttavia è stato – al medesimo tempo – l’inizio di un conflitto durissimo fra conservatori (l’ala post-wojtyliana, anche quella più colta rappresentata dall’ex arcivescovo di Milano Angelo Scola) e vescovi disponibili ad accogliere le aperture del Papa. Il cattolicesimo identitario e fondamentalista stile Radio Maria, si è associato nel frattempo al sorgente populismo xenofobo e nazionalista, per contrastare – stavolta – la globalizzazione dal volto umano promossa da Francesco il quale che parlava il linguaggio conciliare dell’unica famiglia umana. Il vescovo di Roma ha inoltre frustrato aspirazioni e carriere assegnando la porpora cardinalizia a numerosi vescovi dei più sperduti angoli del pianeta e negandola a diocesi di antico lignaggio.

Tuttavia a indebolire il papa argentino in realtà, è stata l’incapacità dimostrata – fino ad ora – di mettere mano a una riforma profonda della Chiesa sui temi della presenza femminile e dei laici, sulla ridefinizione del ruolo del sacerdote, sul celibato obbligatorio, sull’antica ossessione repressiva in ambito sessuale (a partire dalle questioni della riproduzione e del piacere) che sta facendo implodere il corpo ecclesiali travolto ormai da un numero di scandali impressionante. Fra i nodi che il pontificato potrebbe sciogliere (dando forse quel colpo che per ora è mancato), c’è quello dei cosiddetti ‘viri probati’, cioè l’ammissione di uomini di provata fede, capi famiglia, che, i caso di mancanza di sacerdoti, possano guidare una comunità. Per questo si attende il sinodo sull’Amazzonia il prossimo anno quando il problema presumibilmente verrà sollevato. Resta la sensazione che Francesco non sia riuscito ancora a suscitare quel coraggio, quelle energie nuove indispensabili a provocare una svolta significativa sul versante interno. Il rischio è che la riforma resti a metà, ma certo la vita della Chiesa e i suoi insondabili percorsi temporali, hanno spesso prodotto cambiamenti inattesi.

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