“Chiudiamo Internet? La trappola nella quale siamo finiti”

Focus

Intervista all’editorialista de La Stampa Christian Rocca sul suo ultimo libro pubblicato da Marsilio

La Rete ci ha migliorato la vita, moltiplicando le opportunità di comunicazione, business e divertimento. Ma è arrivato il momento di fare un bilancio degli aspetti meno radiosi della rivoluzione digitale!”.

La modesta proposta arriva dall’editorialista de La Stampa, Christian Rocca (Alcamo – ’68), attraverso il suo ultimo libro, pubblicato da Marsilio, intitolato, appunto, Chiudete Internet, che ci aiuta a capire quanto poco sia rimasto degli obiettivi iniziali della Rete (tra questi anche quelli di spazzare via regimi totalitari e contribuire allo sviluppo e alla conoscenza dei Paesi più poveri) – e quanto necessario sia normarla.
“Internet – spiega Rocca, che ha cominciato ad occuparsi dell’impatto della rivoluzione digitale sulla società e poi sulla politica quando era direttore di IL (magazine de Il Sole 24 ore) – non è nata per cavalcare rabbia e risentimento, ma negli ultimi dieci anni è stata causa di vari effetti negativi.  Ha reso inutile la mediazione tra popolo ed élite.

L’anonimato ha dato voce e palcoscenico a rabbia e risentimento, l’algoritmo  ha accelerato la diffusone delle fake news e intaccato il discorso pubblico, la gratuità della Rete ha demolito i mezzi di informazione, la Silicon Valley ha travolto interi settori industriali, l’automazione ha reso vulnerabile  la classe media, le piattaforme digitali hanno invaso la privacy degli utenti, i  cittadini sono stati trasformati in cavie  i cui comportamenti possono essere facilmente influenzati, i regimi totalitari  se ne sono serviti per controllare  e reprimere il dissenso, gli agenti globali del caos hanno trovato la formula  per imbarazzare le società aperte.  Si diceva che avesse aiutato la primavera araba e, prima, la rivoluzione verde iraniana, ma l’esito ha dimostrato che non era affatto così. Anzi, i regimi dispotici hanno usato i social per reprimere il dissenso e consolidare il potere”.

Internet senza regole ha premesso di influenzare le campagne elettorali e consente di rubare e manipolare dati sensibili.
“Non è più accettabile – aggiunge il giornalista –   che la Rete rimanga nelle mani di due persone, il capo di Google e quello di Facebook, e che restino concentrati infrastrutture e contenuti. Quindi, o si regolamenta la Rete, o si deve dirle addio. Del resto, Jaron Lanier, pioniere di Internet, guru della realtà virtuale e filosofo della cultura della Silicon Valley, un decennio fa, ci aveva avvertiti dei pericoli che avremmo corso. Ma presi dalla fede nel progresso e in Internet non siamo stati vigili. In Italia, poi, è andata anche peggio. Negli anni Novanta, se Toni Blair e Bill Clinton usavano la Rete per veicolare programmi di una sinistra progressista, in Italia si utilizzava Internet per portare avanti una guerra iniziata tra il ’92 e il ’93 con Mani pulite. Antonio Di Pietro, non lo dimentichiamo, si faceva curare la comunicazione da Gianroberto Casaleggio, che poi ha spostato altrove i suoi interessi”.

Ma quanto è sentita la necessità di una regolamentazione della Rete? 
“Per quanto discutibili possano essere – replica Rocca –  ora abbiamo due misure volute dall’Ue (riforma del copyright e regolamento in materia di dati e privacy). La Francia, poi, ha imposto una multa di 50 mln di euro a Google e chiuso un accordo per farne pagare 500 di tasse arretrate ad Apple, mentre i Paesi dell’Ocse hanno avviato un processo per introdurre dal 2020 nuove regole comuni globali per tassare i giganti della gig economy nei luoghi dove effettivamente questi producono fatturato e utili. Stati Uniti, Germania e Regno Unito hanno imposto multe miliardarie ai giganti della Silicon Valley  per varie violazioni fiscali e di privacy. Il Parlamento inglese ha definito Fb una minaccia per la democrazia e un gangster digitale. Zuckerberg, ceo di Fb, è impegnato in un percorso a metà tra l’espiazione pubblica e una sofisticata operazione di gestione della crisi, ma la soluzione non è nelle sue mani. Dovrebbe rinunciare a svariati miliardi di introiti per dimostrare di essere pentito sul serio. Ma oggi sembra orientato a fare business anche dall’automotive e dalla gestione di servizi bancari. E in barba a regole che in futuro, mi auguro, sgretoleranno il monopolio, sta cercando di accorpare i servizi di Fb, Whatsapp, Instagram. Mi rendo conto che provare a normare è complicato. Ma l’abbiamo fatto in passato con i mezzi di comunicazione di massa, l’energia, le infrastrutture”.

Quali soluzioni propone? 
“Il modello di business dei social network va cambiato – dichiara – l’uso dei dati deve essere retribuito, l’anonimato va combattuto, la gratuità respinta, il Web va decentralizzato, Facebook, Google e le loro controllate devono essere separate. Proviamoci, prima che sia troppo tardi per uscire da questa gabbia che solo menti tanto profetiche, come Orwell e Huxley, avevano immaginato”.

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