Si smoscia la crociata “no-domeniche” di Di Maio?

Focus

Benamati (Pd): “No a leggi ideologiche, a rischio i posti di lavoro”. E nella maggioranza la proposta sulle chiusure nei festivi diventa un caso

Nella crociata contro “quelli di prima” l’ultimo tentativo messo in campo dal governo ha preso di mira l’apertura delle attività commerciali nei giorni festivi. La norma che ha liberalizzato le aperture risale al governo Monti, e da allora ha in qualche modo modificato le abitudini degli italiani, facendo entrare di diritto la passeggiata domenicale al “mall” – per fare acquisti, ma anche per la partita o il cinema – una consuetudine. Un’abitudine che è sembrata non piacere molto al ministro del Lavoro, che ha imputato ai negozi aperti di domenica addirittura di “distruggere le famiglie”.
Il tema è tornato all’ordine del giorno dopo l’annuncio dell’avvio, in commissione Attività produttive alla Camera a partire da giovedì prossimo, dell’iter per la modifica della legge sul commercio. La proposta iniziale del M5S prevedeva lo stop alle aperture, con la sola eccezione “per gli esercizi ricadenti nei Comuni a carattere turistico”. Ma qualche frizione nella maggioranza (e forse qualche test sul gradimento della proposta), ha dato il “la” all’ennesima retromarcia (almeno fino a questo momento), con DiMaio che ha parlato del “25% dei negozi” che resterebbero aperti di domenica.
Tra le proposte prese in esame, oltre a quelle M5S e leghista, ve ne è una a firma Pd e già approvata dalla Camera nella scorsa legislatura. Ne parliamo con il suo estensore, il vicepresidente della commissione Attività produttive, Gianluca Benamati.
Partiamo dai rischi: per l’ad ad di Conad sarebbero a rischio 50mila posti di lavoro. È così?
È un rischio concreto già evidenziato nella scorsa legislatura. C’è un pericolo di interferenza nelle abitudini consolidate degli italiani che portano a un incremento dei consumi nei week end. Intervenire su questo può portare a una perdita molto elevata del volume di affari, e dunque di posti di lavoro.
Di Maio lancia anche il tema della chiusura dei piccoli esercizi, e in effetti si parla di 59mila chiusure tra il 2008 e il 2017.
Questo problema c’è, anche se i piccoli esercizi hanno subito la crisi generale. Per questo nella nostra proposta istituivamo un fondo per il commercio rivolto soprattutto alle piccole aziende.
Che altro prevede la proposta del Pd?
Ci sono tre diverse questioni da contemperare: le esigenze dei consumatori (ormai 12 milioni di italiani fanno acquisti durante il fine settimana), le esigenze dei lavoratori e quelle del settore. Per questo il cuore della nostra proposta prevede la reintroduzione del riposo nelle 12 festività nazionali, religiose e civili, con la possibilità di chiedere fino a 6 deroghe, previa comunicazione al Comune.
Parliamo dei lavoratori: c’è chi addita tutele troppo scarse, è così?
C’è senz’altro un tema di retribuzione dei lavoratori, ma questa è materia di contratto e non può esserci una legge che si sostituisce ai contratti collettivi. Il problema c’è, ma va posto in un’altra sede, e soprattutto non è una questione che un ministro del Lavoro può pensare di risolvere obbligando alla chiusura.

E a Di Maio che parla di “famiglie distrutte” per le aperture domenicali, cosa risponde?
Dico che questo discorso dovrebbe allora valere per tutti i lavoratori della domenica.
Come sarà l’iter in commissione?
Sulla nostra proposta avevamo raccolto un’ampia condivisione di forze sociali e commercianti. Per arrivare a una riformulazione chiederemo di sentire tutte le parti in gioco, perché è un tema che ha a che fare certo con il lavoro, ma anche con lo stile di vita. Non escludiamo che qualche territorio possa darsi regole diverse, ma deve essere su base volontaria e non obbligatoria.
Può fare una previsione su come andrà a finire?
La nostra proposta è realistica, perché coniuga il principio di coesione attorno alle feste comandate con la situazione attuale. Il rischio vero è che una legislazione ideologica provochi un regresso nel settore, e nell’immediato molti licenziamenti. Bisogna agire con equilibrio e serietà, capendo le conseguenze, perché come è già successo con il decreto dignità potremmo arrivare a risultati diversi da quelli prefissati.

Vedi anche

Altri articoli