Il governo all’epoca del cialtronismo

Focus

Se si inseriscono nel novero tutte le incongruenze, le spaccature e i ripensamenti di 5 Stelle e Lega ci troviamo a cospetto di un governo che dimostra tutte le fratture e le costipazioni micro-ideologiche e anti-idealistiche

E’ un dato storicamente incontrovertibile la crisi, per non dire l’inabissamento, delle grandi narrazioni collettive, delle cosmologie politiche – quelle, per intenderci, che hanno portato nei secoli scorsi a grandi movimenti di emancipazione e difesa dei diritti universali come l’Illuminismo o il Socialismo e, all’opposto, quelle che, come i totalitarismi più cruenti e disumani, hanno portato a improbabili piani di salvezza e di decimazione del “nemico”, come Nazismo, Fascismo, Stalinismo. Pure, però, occorre dire, che i mantelli ideologici che coagulano e mobilitano masse intere su talune finalità presunte etiche e di ampio respiro, non sono precipitati del tutto. Riaffiorano – meglio sarebbe dire: rigurgitano – come stress ideology, sismi occasionali del pubblico sentire, alternanze di perforazioni e imbavagliamenti rispetto alle certezze acquisite, rivalità e connivenze, allarmi spaventevoli e pronte dimenticanze, proclami urbi et orbi e ridimensionamenti immediati, come se ogni giorno alle leadership venisse data la possibilità di mettere a soqquadro ogni convincimento, di gettare alle ortiche o di far spazzare dai venti delle ritorsioni e del dominio quelli che, fino a una breve stagione fa o a sole 24 ore prima, erano ritenuti principi inaggirabili, utopie redentive, cinghie del progresso e del Nuovo che avanza. E tutto questo in un limbo emozionale, in uno splatter istituzionale fatto di linguaggi balbettanti, faziosità urlate, picchi mediatici, incandescenze pilotate dalle più convenienti agende-setting.

L’enfatica esternazione pochi giorni fa del vicepremier Di Maio su un imminente boom economico, nelle stesse ore in cui l’Istat spargeva il sale della scienza statistica sulle ferite di una produzione industriale e di una produzione di auto in netto preoccupante calo, è stata la dimostrazione più grottesca di una assoluta cialtroneria e autoreferenzialità delle discorsività pubbliche che uniscono incompetenza, fragilità culturale, vociferazione incontrollabile e bieco “pacifismo” dei giornalisti sempre più pennivendoli, reggimicrofono e servi di direttori lottizzati. E del Grillo folgorato sulla via della medicina pro-vax  esente da mitologie, che si può dire? Era provocazione anni fa o ora per attirare i riflettori su di sé e sancire una distanza dal resto del fronte pentastellato? Se poi si inseriscono nel novero tutte le incongruenze, le spaccature, i ripensamenti, i tradimenti dell’elettorato, le continue riscritture dei cavalli di battaglia dei 5 Stelle  e della Lega – immigrazione, crescita, reddito di cittadinanza, ambiente, riforma delle pensioni – beh, ci troviamo a cospetto di un governo che dimostra tutte le fratture e le costipazioni micro-ideologiche e anti-idealistiche che a stento reggono l’emivita di un consiglio dei ministri o di un tg della sera.

Il filosofo francese Philippe Godard ha colto benissimo questa endiadi di circo&circonvenzione delle democrazie rappresentative occidentali infiltrate di populismo ed esibizionismi, di machismo e neofascismo neanche tanto strisciante, di profezie e feroce disincanto, in un testo illuminante “Il consenso nell’epoca del terrorismo” (elèuthera, pagg. 181, euro 15) dove, non a caso, rimarca: “In mancanza di valori intesi in senso forte, basta che gli individui che li compongono concordino su opinioni o costumi banali. Ma la degenerazione del consenso può andare anche oltre: se le opinioni sono troppo divergenti per fondare un consenso… la gente nella sua grande disillusione, si accontenta di un semplice nemico comune”.

Non c’è più esercizio dialettico, conflitto di argomentazioni vere e studiate, conoscenza profonda di problemi e responsabilità morale nel tentare di risolverli, ma complottismo, dissociazioni, veti, macchine del fango e proliferazioni di rami secchi e binari morti. Godard ci porta a spasso dai comitati di salute pubblica della Rivoluzione francese fino alle immani crudeltà dell’Isis e alla revanche occidentale contro i kamikaze jihadisti tutta incentrata su repressione, tolleranza zero e stato di polizia, per farci capire che la polarizzazione dei valori di riferimento porta naturaliter a radicalizzazione e intimidazione reciproca. A “ultraviolenza”. In mezzo soccombe la sana antropologia dei desideri, dei progetti, della comunità. Dice Godard: “Oggi ci troviamo di fronte a un vuoto di sogni, alla notte del pessimismo diffuso, al chiudersi inesorabile degli orizzonti, all’individuo ormai invischiato nella mediocrità del quotidiano”. L’exit strategy da tutto questo? “Ripoliticizzazione del corpo sociale”, avverte Godard, dissenso, istruzione, “passione del dibattito autentico”, disintossicazione dalle logiche perverse di un sistema che mira silenziosamente a nuovi tremendi autoritarismi, sempre nutriti da quel mix esplosivo di bisogno materiale e indifferenza per l’analisi del reale.

E allora, proprio in questa direzione, ci arriva una bella scarica di energia dallo spettacolo “I fiori del latte”, su testo godibilissimo e ficcante di Eduardo Tartaglia, magistralmente interpretato in chiave tragicomica da Biagio Izzo e la sua compagnia – al Teatro Brancaccio fino a ieri. Una mozzarella morsicata sormonta il caseificio bio di prossima apertura dei cugini Aniello e Costantino, sulla falsa riga della più famosa mela della Apple. E di tesoro senz’altro si tratta, come in una Silicon Valley di latte di bufala e provoloni genuini. Scattano le prime commesse, verso il nord e verso la Russia, ma un’ombra terribile aleggia sui quei campi dove le vacche brucano l’erba: il dissotterramento di un bidone tossico, e il ritrovamento delle carcasse di un cane e di un tacchino.

Che fare? Nascondere con omertà il veleno delle zolle, inaugurare e fare profitto? O sparire dalla circolazione al più presto, magari con la complicità di qualche mandarino locale? Ma le cose non stanno così. La terra è sana e i prodotti commestibilissimi, ma dietro c’è tutta una lurida manovra per trasformarla a poco prezzo in una discarica abusiva per gli imprenditori senza scrupoli della Lombardia. E rimanere proprio lì fra le scintille crepitanti di una scampata terra dei fuochi, con l’eroismo del cittadino normale che cerca solo amore, lavoro e famiglia sarà il vero inizio di un nuovo mondo chiamato Casa Nostra e non più Cosa Nostra.

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