Il cioccolatino amaro di Pernigotti

Focus

Ieri è stato firmato l’accordo al ministero, il marchio resta in mano ai turchi

“La Pernigotti non solo deve continuare ad esistere come marchio ma deve continuare ad esistere con i suoi lavoratori”, diceva Di Maio un mese fa spiegando che il governo “stava facendo sul serio”. La promessa però non è stata mantenuta. E lo scenario peggiore si è avverato.

Questo ha scatenato la rabbia di chi in quelle parole aveva creduto. Gli stessi supporter del viceministro rinfacciano a Di Maio che il governo del cambiamento si sia fermato solo agli slogan.

Luigi Di Maio aveva visitato lo stabilimento Pernigotti di Novi Ligure esattamente un mese fa. Era il 5 gennaio e il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico aveva giurato che la storica azienda dolciaria italiana sarebbe rimasta in Italia e che nessuno sarebbe stato licenziato.

Mangiava tranquillamente i gianduiotti che gli operari gli offrivano garantendo con la propria credibilità che non sarebbe finita così. Invece la fine è stata un fallimento sotto ogni punto di vista. I sindacati  hanno firmato l’accordo sull’ammortizzatore sociale per un anno mentre il gruppo turco Toksoz  proseguirà nella sua politica di commercializzazione dei prodotti altrove. Questo significa la fine per l’azienda o almeno per come eravamo abituati a concepirla.

Di Maio aveva annunciato che la proprietà turca avrebbe dovuto cedere il marchio con le buone o con le cattive, ma quest’opzione non è mai arrivata sul tavolo. I turchi non hanno mai avuto intenzione di cederlo, avendo di fatto già esternalizzato la produzione Pernigotti in un altro sito, la Laica di Arona (No). Diventa così più difficile trovare potenziali acquirenti, dato che chi si era fatto avanti aveva manifestato interesse solo per la combinazione marchio più stabilimento. Ad oggi rimangono così in piedi solo alcune ipotetiche cordate pronte a riassumere meno della metà dei dipendenti.

In tutto questo pesa come mai l’assenza di Di Maio al tavolo delle trattative. Era in Francia a fare campagna elettorale con i Gilet Gialli in vista dell’alleanza dei grillini per le elezioni Europee. Ed è anche questo è stato oggetto di commento sui canali social da parte degli stessi attivisti cinque stelle che avrebbero preferito che le priorità fossero state diverse.

Fatto sta che l’antico concetto di Pernigotti, quello risalente almeno al 1868, non esiste più. Quei tempi sono lontani, così come sembrano distanti le promesse di Luigi Di Maio. I prossimi passi prospettati dalla società, dopo l’accordo sulla cigs, sarebbero la verifica degli incentivi alla reindustrializzazione e alle politiche attive, in collaborazione con la regione Piemonte, e la stesura del piano sociale. Intanto continuerebbero le visite dei potenziali investitori allo stabilimento, alle quali seguirebbe la verifica della loro solidità economico-finanziaria e la valutazione delle loro proposte.

“Il Governo si faccia carico al più presto di dare risposte ai lavoratori della Pernigotti, che vedono l’azienda chiudere la produzione, dopo aver visto solo pochi mesi fa il ministro Luigi Di Maio cimentarsi in promesse e rassicurazioni” ha chiesto la vicepresidente del Senato Anna Rossomando (Pd). “La trattativa – sottolinea Rossomando – è andata in fumo, Di Maio e il Governo adesso non possono lavarsene le mani, ma devono dimostrare con atti concreti ciò che intendono fare e devono tornare a spiegarlo ai lavoratori, che non possono accontentarsi di una visita di circostanza ma vogliono garanzie sul futuro della fabbrica”. “Lo stabilimento di Novi Ligure – aggiunge- non può essere lasciato solo e abbandonato. E’ urgente un intervento a tutela dei lavoratori e della produzione, della storia di un territorio e di un settore che rappresenta un’eccellenza per tutto il Paese”.

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