Il Circo degli Orrori, una full immersion dirompente e mai banale

Focus

In programmazione fino al 21 ottobre al Teatro Brancaccio di Roma, è uno spettacolo che, secondo le volontà degli organizzatori, “associa le tre arti: il teatro, il circo e il cabaret”

Non fai nemmeno in tempo ad entrare nel foyer del teatro Brancaccio di Roma, col biglietto stretto in mano, che una ridda di personaggi-monstre, provenienti da un mix di dimensioni – alienata, umanoide e revenant -, ti bracca, ti uncina, ti insegue, ti spaventa, ti ricorda che la tua “normalità” è ben poca cosa rispetto ai loro poteri occulti e alla loro forza primigenia e senza morale: becchini con la tuba e la vanga quasi a tracolla, killer-clown pronipoti dei parti della fantasia letteraria di Stephen King, decapitatrici con la testa decollata del caro estinto in un vassoio, matti con la camicia di forza, serial killer con la motosega, cloni della ragazza invasata di The Ring, ominidi-scimpanzè, avanzi di galera, “fraticelle” imperturbabili e imperscrutabili, residui pseudocarnali dell’immaginario più infestato di terrori che abbiamo mai sentito dentro di noi. In un teatro totale che annulla la distanza e la differenza fra poltrone e palcoscenico, ti costringono a brividi e ritrosie, a memorie sopite e a fobie dell’infanzia. In una bella scenografia che ricorda un gigantesco camposanto, una Spoon River sulfurea che dialoga simpaticamente con lapidi e nebbie, lumini e croci, ma che al tempo stesso traghetta l’inerme spettatore appena entrato in sala verso ombre rimosse e creature sinistre che fanno del perturbante il loro humus, il loro laccio mortifero.

Il Circo degli Orrori (in programmazione fino al 21 ottobre) è uno spettacolo che, secondo le volontà degli organizzatori, “associa le tre arti: il teatro, il circo e il cabaret. Teatro perché si narra una storia, Circo perché viene utilizzata questa tecnica per realizzare e raccontare le storie mimate ed acrobaticamente sviluppate e Cabaret per la sensualità di alcune performance, la sintonia e l’interazione con il pubblico, con un pizzico di malizia”.

Una full immersion in quel sotto-mondo lunare e catacombale che abbiamo così duramente espunto dalle nostre vite, tutte imbellettate, virtualizzate, artificializzate. Lo spettacolo come una dirompente, disarmante psicoterapia per ritornare gioiosamente in contatto con fantasmi e piccoli orrori, mutazioni e palpitazioni, diversità inaccettabili per lo sguardo, verità sepolte.

E così la bellezza e l’arte, che pur ci sono, assumono una importanza simbolica e catartica ancor più forte: si fanno largo, per così dire, e risultano ancor più vincenti e rasserenanti. Impongono a lungo andare la loro resistenza vitale, pur fra danze macabre, cerone da zombie, andature claudicanti e appeal da mummie. Loro sì, ci salvano dall’inferno in cui non vogliamo cadere. La contorsionista dalle forme flessuose e i ricci biondi, il custode del “cimitero” che risulta un simpaticissimo affabulatore, gli acrobati che rischiano le ossa ad  ogni salto, ma poi le riportano a casa senza problemi (e senza sbrigative tumulazioni…), la sadica minstress, con vestito attillatissimo rosso, tacchi a spillo e calze a rete che riscuote un certo successo erotico, l’audace arrampicatore sulle corde che non si ammacca nemmeno un muscoletto…

Il Circo degli Orrori (The Circus Of Horrors) è nato in Inghilterra nel 1995 grazie a una fortunata idea di “Doctor John Haze”, un mangiafuoco che ideò un mix fra numeri di rischio estremo in salsa Horror e musica rock. Il titolo che ha ispirato lo show viene da un film inglese degli anni Sessanta dal titolo “The Circus oh Horrors”, e quello che nacque fu un incrocio tra il Cirque du Soleil e il Rocky Horror Show con grande partecipazione degli spettatori che diventarono veri e propri fan tanto da seguire il complesso negli anni assistendo a tutte le sue nuove produzioni in Inghilterra. L’enorme successo inglese del Circus diede spunto a varie compagnie europee per mettere in scena spettacoli a tematica horror; così dal 2000 sono nati circhi horror in Spagna, Germania, Austria, Francia, Italia.

Non è stavolta banalizzazione del dolore, spettacolarizzazione del sentimento tragico della vita, quanto piuttosto un misurato ritorno sulla sua metrica più insondabile, coinvolgente, suggestiva, quasi educativa. Si ride con le gag, ci si inebria di atletismi e funambolismi che lasciano senza fiato, ma, passo per passo, qualcosa riaffiora e ci si sente, senza lacrime e deliri, parti di un mondo che è fatto più di pallori e tremori che di like e app. Fino al bel quadro finale dove una baby attrice bravissima ti saluta, sardonica e spettrale, dietro la cancellata del regno di chi non c’è più, con la manina che si muove e ti piomba in una seduta spiritica dell’800. Perché – come recita il tormentone della serata – non è un addio, ma un arrivederci…

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