Essere cittadini e sofferenti nella società dei tempi bui

Focus

Presi dall’idiozia delle tecnologie interattive, dei like e dei selfie, della tv trash e del chiasso mediatico e connettivo, del nostro ego spropositato e delle vanità/vacuità con cui ci trastulliamo, non adoriamo più nulla

Vai a fare una visita ospedaliera di una certa delicatezza e ti ritrovi un medico circondato da praticanti che ti fa una schedatura iniziale (l’ennesima se ti sei passato già altri medici, e tutte identiche) sul modello dell’interrogatorio giudiziario. Domande incalzanti e tutte restrittive e schematiche. Malattie pregresse, allergie, va bene in bagno? ha avuto tumori? e sua madre? e suo padre? beve? fuma? prende farmaci? ultimo prelievo? formicolio agli arti? glicemia alta? Di tutto di più. A quanti sarà capitato di sentirsi nell’imbarazzo davanti a tanti camici bianchi se si è costretti a sceverare così, all’impronta, ciò che era davvero scartabile come fenomeno passeggero nella storia personale del nostro organismo da ciò che era una “spia” da ascoltare, da intercettare in tempo, e quindi da affrontare con temeraria rapidità, col senso di colpa magari di chi non ha agito, non si è curato di sé, insistendo con uno stile di vita scorretto e pernicioso. Una selva di riscontri e rettifiche che, per carità, ci salva da gravi disturbi e da sicura morte talvolta, ma che segue un cliché basato sulla genetica, la medicina quantitativa, gli screening standard, i questionari a risposta binaria, la diagnostica già acquisita, gli intramontabili “protocolli”, le linee guida internazionali.

Non esisti realmente in quel momento, sei un corpo-macchina, un data base che cammina (o sta sdraiato), l’elemento configurabile, la deviazione dalla Salute da esorcizzare. Un manichino-respirante su cui i dottori di domani cominciano a esercitarsi, abituandosi alle aberrazioni della “natura” di cui fra qualche anno qualcuno chiederà loro una soluzione. Fai parte di quella che potremmo battezzare come una Gigantesca Epistemologia Cadaverica che tocca la clinica come i media, la dietetica come l’informazione, la patologia come l’educazione. Vorrei che qualche medico una volta tanto chiedesse anche: in questo periodo lei è felice o disperato? E non per credere agli sciamani di un tempo, alle new age d’accatto o agli olismi più settari: la questione è più complessa.

In attesa di un insight così illuminato sulle nostre disgrazie, che agli sportelli e negli ambulatori delle Asl certo non ci concedono, il nostro vissuto, la nostra biografia, i saliscendi della nostra anima, i baratri della nostra esistenza e le relazioni multiple con l’ambiente, vengono sistematicamente dimenticati, anzi cerottati e silenziati dagli approcci neutrali di una società diffusa della performance e della valutazione asettica che vede in noi solo sequenze, automatismi, fondali anatomici, griglie interpretative da manuale. Siamo di fronte a un “uomo modulare”, come sottolinea lo psicanalista argentino Miguel Benasayag in questo suo Funzionare o esistere? (Vita e Pensiero, pagg. 103, euro 13), un individuo declassato ad assemblaggio di pezzi modellizzati secondo un’ottica calcolatoria e riduzionistica, biologizzato e de-solidarizzato, che fa della “deontologizzazione”, ovvero della marginalizzazione pressoché totale degli orizzonti di senso e delle specificità singolari, il suo “esoscheletro”, la sua armatura tutta numeri, catalogazioni, tecno-economia e digital life, cui adattarci senza troppi compromessi. Si tratta di “destrutturare i gruppi e le personalità” da un punto di vista sociale e psichico, di esercitare con tracotanza tipicamente neoliberista la “volontà di standardizzare tutto”, come ricorda Serge Latouche di Jacques Ellul, uno degli eroi dell’anti-capitalismo efficientista in Ellul. Contro il totalitarismo tecnico (Jaca Book, pagg. 93, euro 9). Di questa bulimia matematico-algoritmica, di questa iper-considerazione del dato e di questo sfaldamento cognitivo della integrità umana di un soggetto, si sono accorti molto bene anche Piero Cipriano, psichiatra romano, in questo suo ennesimo libro di grande militanza applicata alle politiche sanitarie Basaglia e le metamorfosi della psichiatria (elèuthera, pagg. 325, euro 18), e la consulente filosofica presso il reparto psichiatrico dell’ospedale di Alessandria, Lorenza Ronzano in La variabile umana (elèuthera, pagg. 220, euro 16). Proprio la Ronzano, nelle sue esperienze dialogiche con tanti pazienti, si accorge con dolcezza e comprensione infinite di come le classificazioni igienico-burocratiche delle malattie scavalchino completamente la sinistra irripetibile bellezza del cammino di vita di ogni particolare degente, fino a dire: “Per i criteri diagnostici della psichiatria contemporanea non è importante sapere se un paziente soffre d’ansia perché ha perso il lavoro vittima di luridi favoritismi, o perché ha giocato sporco con i colleghi e ora è stato giustamente licenziato… le idee, i fatti, le fedi, le scelte di vita, l’onestà, la coerenza esistenziale del paziente rimangono pure incognite, restano le x, le y e le z di un paziente ‘qualunque’”. Ecco che allora la lucida disamina diacronica di Cipriano ci viene in aiuto. La diversità mentale e comportamentale è passata da una fase di manicomio repressivo in cui veniva nascosta agli sguardi, murata e suppliziata, ad una selvaggiamente “nosografica” in cui il disagio è sottoposto alle rigide e gemmate repertazioni dei DSM americani, a una dimensione attuale detta “molecolare”, dove conta di più l’immediata ripresa di sé dentro i codici di identificazione e reputazione sociale post-panottici, e lo star-male “deve” essere una fase occasionale da curare e prevenire con psicofarmaci, chimica a go-go, neuroattivatori e stabilizzatori dell’umore presi alla bisogna. Di conflitti, stigmi, empatia, rivolte, non ne vogliamo più sapere. Se allora è vero come dice Hannah Arendt in L’umanità in tempi bui (Raffaello Cortina, pagg. 83, euro 10) che il mondo diventa “inospitale” per i bisogni umani quando manca la “garanzia di continuità e permanenza” frutto di un sostrato di valori condivisi e di quello “spazio a più voci” che è la polifonia inaggirabile del pluralismo, dove ognuno non dice quello che gli passa per la testa (vedi l’orrida televisione che ci tocca subire) ma ciò che gli “sembra verità”, ecco che ci troviamo di fronte a una “artefattualizzazione della cultura e del vivente”, per dirla alla Benasayag, ad un sistema che accumula e capitalizza tutto, cieco “di fronte a qualunque forma di ricchezza non contabile e intensiva”, e che non risparmia nessuno, nessuna categoria, nessuna origine.

Presi dall’idiozia delle tecnologie interattive, dei like e dei selfie, della tv trash e del chiasso mediatico e connettivo, del nostro ego spropositato e delle vanità/vacuità con cui ci trastulliamo, non adoriamo più nulla, non ci avviciniamo realmente più a nulla, non ci infettiamo dell’altrui dolore, non moltiplichiamo la gioia. Non ci affacciamo più sull’abisso. Da soli o in compagnia. Cinicamente o politicamente. Adorare è creare uno spazio di sacralità intorno a un corpo o a una sua parte, intorno a un testo, a un pensiero fertile, a un godimento che lacera le garze razionaliste, a un avvento di amore e di pazzia. E’ fare di una singolarità un eccesso, una meraviglia, un sovrannumero. La definizione istituzionale di ruoli, la cuccia delle “riconoscenze” e del “rispetto” sono troppo semplificative rispetto a questa potenza in atto. L’evento è invasivo, inverosimile, inverecondo.

L’incontro fra corpi dis-organizzati, fra anime gocciolanti è l’incipit di un nuovo incanto. Come recita la giovanissima poetessa Emilia Vetere in una raccolta di versi inquietanti e commoventi, Colline (Edizioni Ensemble, pagg. 71, euro 12) dove il sale dell’amore si sposa al languore delle ferite e  delle tenebre: Mentre tu/Presente/qui, mai più, per sempre/Ora/Sai dirmi, solo esistendo/ciò che anche la natura/ignora./Sei la verità, la via sicura/in cui mi perdo.

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