Cofinanziamento resti fuori dal patto di stabilità

Focus

La coesione è la principale politica di investimento comunitario per l’occupazione e la crescita e l’unica in grado di ridurre le disparità territoriali. Possiamo liberare 35-40 miliardi per nuovi investimenti

Il cofinanziamento dei fondi europei da parte di Comuni, Regioni e Stato sia fuori dal patto di stabilità. Al Parlamento europeo stiamo discutendo la proposta di regolamento sui fondi strutturali previsti nel settennato 2021-2027. Se il governo, invece di andare in contrasto con la Commissione europea su spazi di flessibilità, concentrasse la propria attenzione e producesse dossier per tenere fuori dal patto di stabilità la quota di cofinanziamento dovuta per i progetti europei, si libererebbero risorse enormi per gli investimenti, lo sviluppo e il lavoro. Stiamo parlando di una cifra tra i 35 e i 40 miliardi di euro, cioè pari al valore di quattro o cinque manovre finanziarie.

Nonostante un taglio complessivo ai fondi strutturali, che continuano a valere circa un terzo del bilancio europeo, la nostra azione permetterà all’Italia di ricevere il 10 per cento dei fondi disponibili nei prossimi anni, cioè 2,5 miliardi in più rispetto alla programmazione 2014-2020, passando da 36 a 38,5 miliardi di euro. Sono risorse che in particolare andranno per le regioni a obiettivo 1, cioè quelle del Mezzogiorno.

La coesione è la principale politica di investimento comunitario per l’occupazione e la crescita e l’unica in grado di ridurre le disparità territoriali e di contribuire a riavvicinare cittadini e territori al progetto europeo

Un obiettivo della nostra proposta è una riforma radicale della pubblica amministrazione. Le risorse europee possono essere uno strumento fenomenale per ridare competenze e strumenti alla nostra macchina amministrativa. Oggi la struttura della Pa è limitata, inefficiente e inefficace. I fondi europei ci consentirebbero un aggiornamento formidabile a tutto vantaggio dei servizi resi ai cittadini e alle imprese.

Altro aspetto, non meno importante, è il rapporto tra politica di coesione e territori: un elemento che mi sta particolarmente a cuore. Nella proposta è stato introdotto un elemento esplicito nuovo. Accanto alla riserva obbligatoria per interventi in favore delle aree urbane (da aumentare dal 6 al 10%), abbiamo pensato a una riserva simile anche per le aree “non urbane” (quelle con problemi demografici o con barriere naturali e quelle con difficoltà di accesso ai servizi di base).

Penso sia la vera sfida che stiamo perdendo, tutti insieme come Europa e come Stati Membri. È lì che si annidano e si radicano, nel profondo, sentimenti antieuropei, come dimostrano studi recenti e risultati elettorali. Sono aree che non possiamo lasciare indietro, perché là la crisi ha prodotto fenomeni di impoverimento (materiale e immateriale, in beni e servizi) e di calo demografico estremi.

Per rendere davvero efficaci gli investimenti e i finanziamenti europei, la flessibilità consentita agli stati membri deve essere almeno in parte utilizzata per garantire il cofinanziamento dei fondi strutturali e non solo a misure spot.

* Europarlamentare del Pd e relatore per la proposta di regolamento FESR

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