Così morì Hitler: un libro sfata le leggende sul Führer

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“L’ultimo mistero di Hitler” di Jean Christophe Brisard e Lana Parshina mette fine alle ipotesi sulla sorte del dittatore nazista, fra chi lo aveva avvistato in Sudamerica o chi pensava fosse al Polo Sud

Di sicuro c’è solo che è morto”, così si scrisse, nell’Italia degli anni ’50, rispetto alla morte del Bandito Giuliano. E ciò emerge, come dato fondamentale, mutatis mutandis, dalla ricerca di Jean Christophe Brisard e Lana Parshina, relativamente alla sorte di Adolf Hitler. Libro edito dal Ponte delle Grazie e dal titolo L’ultimo mistero di Hitler.

Lavoro che mette fine ad ogni illazione e leggenda, fra chi lo voleva in Argentina, chi lo aveva avvistato in Sudamerica o chi pensava fosse al Polo Sud, sulla sorte del dittatore nazista, morto nel bunker della Cancelleria il 30 aprile del 1945. Il libro di Brisard e della Parshina è una ricostruzione avvincente, oltreché scientificamente valida, condotta sulla base degli archivi russi, della sorte del dittatore nazista, nei giorni finali del regime, scanditi dell’assedio sovietico al bunker nel quale si era rifugiato con la sua cerchia di fedelissimi. Bunker che diviene, oltretutto, la scena dell’ennesima tragedia della dittatura e della follia del cosiddetto Führer, dove questa si consuma, definitivamente, fra deliri e scatti di nervi, fra isteria e accuse di tradimento, fra speranze (vane) di un possibile colpo di mano che rovesciasse le sorti del conflitto e la presa di coscienza che ci si trovava di fronte all’atto finale della dittatura e della guerra in Europa. Tutto “scandito” dal martellamento incessante dell’artiglieria delle truppe sovietiche, che per prime in una Berlino distrutta arrivarono nel bunker.

Ed è per tale motivo che la ricerca si basa sugli archivi prima sovietici e ora russi, perché i russi, per primi, in una sorta di “gara” con gli anglo-americani, riuscirono a mettere le mani sul bunker nella speranza di catturare vivo Hitler. Scrivono gli autori: “Contro il milione di soldati tedeschi, il padrone del Cremlino ha riunito più del doppio di uomini, 2,1 milioni. I russi sono soprattutto meglio equipaggiati: 41.600 pezzi di artiglieria, 6250 carri armati e 7500 aerei da combattimento contro i 10.400 pezzi d’artiglieria, i 1400 carri armati e i 3300 aerei da combattimento dei nazisti” (p. 79). Una fredda serie di numeri di una supremazia schiacciante, industriale prima che militare, che celava uno sforzo principalmente nazionale, che comunista e sovietico, di contrapposizione all’invasione tedesca. Un impegno profuso per rispondere, e possibilmente catturare in vita, chi aveva portato il conflitto in Unione Sovietica, benché prima alleato con il famoso patto Molotov-Ribbentrop, facendo del territorio sovietico un campo di conquista “senza prigionieri”, in cui gli abitanti venivano considerati come “inferiori”, e uso un eufemismo, e il comunismo sovietico come il principale nemico (non si dimentichi, inoltre, che in Urss trovò ampia applicazione la politica di sterminio sistematico degli ebrei).

Ciò porterà i sovietici, con i generali Zukov e Konev (fra loro in competizione) ad intraprendere, con determinazione, una “corsa” verso Berlino e così ad entrare per primi nel Führerbunker e a prendere prigionieri quanti non erano fuggiti o suicidatisi (come Goebbles e tutta la famiglia) e a cercare fin da subito notizie sulla sorte di Hitler e, relativamente a ciò, a rintracciare le prove della sua morte.

Qui comincia una storia quasi diversa, fatta di rapporti tesi fra gli stessi Servizi segreti staliniani in eterna competizione, nel contesto di quella sorta di timore/ammirazione che suscitava il cosiddetto “Piccolo padre” georgiano; di tensioni sempre più forti con gli alleati anglo-americani fino alla rottura della Guerra fredda; di verità ufficiali e ufficiose, di segreti e mezze verità. Un vero e proprio romanzo insomma, descritto abilmente dagli autori. I quali hanno condotto un’analisi dettagliata degli interrogatori che i sovietici fecero sui collaboratori di Hitler fatti prigionieri.

Soprattutto hanno potuto analizzare de visu, solo il cranio e, tramite strumenti scientifici, il complesso della dentatura che i russi conservano come appartenenti ad Hitler. E particolarmente in quest’ultima occasione, dovuta ad una serie di coincidenze fortunose che nel volume vengono accuratamente descritte, si è avuta la conferma, tramite l’opera del dott. Charlier che: “Questi denti sono proprio quelli del dittatore nazista. Finalmente, facciamo un passo avanti. Possiamo affermare che Hitler è morto a Berlino il 30 aprile del 1945. Non in Brasile a ottantacinque anni, o in Giappone, o sulle Ande argentine. La prova scientifica, non ideologica. Freddamente scientifica” (p.361).

Ma se questa analisi pone fine al dubbio più forte che in questi anni di versioni verosimili si era alimentato, e che Stalin aveva contribuito a fomentare per tenere sulla corda gli occidentali, e cioè che in qualche modo il Führer del nazismo potesse essere scampato alla fine del suo regime, in quanto non si riuscivano ad avere prove certe della sua morte, altresì la ricerca del dott. Philippe Charlier non riesce a chiarire del tutto le modalità della morte di Hitler. Se questa sia avvenuta, cioè, per l’ingestione di una capsula di cianuro o tramite un colpo di pistola, e in quest’ultimo caso quali siano state le modalità dello sparo. I risultati delle perizie scientifiche e dell’osservazione dei reperti, fra cui resti del divano su cui si sarebbe ucciso, anche se alcuni testimoniarono che Hitler si ammazzò su una poltrona, non riescono a dare evidenze certe in nessun caso. E ciò non è una questione esiziale, almeno per i russi (che tra l’altro conservano un parte di cranio, attribuita al dittatore nazista, con un foro d’uscita a “livello parietale” [p.300], che potrebbe, secondo il dott. Charlier, anche essere la sua dopo che una indagine, controversa, condotta da uno studioso americano lo aveva escluso).

Perché come scrivono gli autori: “Per Mosca un vero militare può suicidarsi soltanto con un’arma da fuoco. Un dovere a maggior ragione imprescindibile per un alto ufficiale” (p. 210). Raggiunta questa importantissima evidenza scientifica, all’interno di quello che gli autori hanno definito “un gigantesco puzzle” (p.159), resta un’impressione globale e più generale che tutta la vicenda promana sulla cresta degli eventi tragici e drammatici dell’avvento dei totalitarismi del Novecento e della Seconda guerra mondiale. La sensazione ancora “viva”, a distanza di tanti anni, della follia delle dittature di quel periodo buio: la loro pazzia, la loro capacità pervasiva e corrodente “nelle” e “delle” coscienze, dei comportamenti e degli atti, e infine nella stessa ricostruzione e percezione storica. Una “abilità” totalitaria, appunto. E da quella occorre, in special modo, guardarci, per non tornare a rivivere quelle esperienze tragiche.

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